LONDRA. Theresa May è stata sconfitta ancora una volta alla Camera dei Comuni sulla Brexit, 303 a 258, e su una sua mozione. In base al complesso sistema legislativo britannico, il voto di oggi non ha alcuna conseguenza pratica: si tratta infatti di una cosiddetta "neutral motion", emendabile dal Parlamento, che raccoglie le indicazioni di altri voti non vincolanti della settimana scorsa alla Camera dei Comuni.
La sconfitta di oggi ha però un significato simbolico, perché a mettere i bastoni tra le ruote sono stati ancora una volta i Brexiters come Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson che si sono astenuti perché insoddisfatti della mozione in quanto non specificava chiaramente la concreta alternativa del No Deal, cioè di uscita dall'Ue senza accordo, cosa che secondo diversi osservatori potrebbe essere devastante per l'economia e il mercato britannici.
In realtà la premier May, che non era neanche in aula oggi, non ha mai escluso l'ipotesi del No Deal (anzi, molto spesso cita questa eventualità per far approvare il suo accordo), ma per i Brexiters questo non era sufficiente: doveva essere esplicitato ancora meglio nella mozione di oggi, nero su bianco.
Ma il voto è simbolico, dicevamo, perché fa capire quanto sia ardua la strada per May (come del resto è sempre stata). I conservatori ribelli del suo partito oggi le hanno fatto capire ancora una volta che sono pronti a tutto, anche a scaricarla all'ultimo momento. Oltre al No Deal, il vero nodo della questione resta sempre il backstop, cioè il regime speciale dell'Irlanda del Nord in una sorta di mercato unico e la Gran Bretagna nell'unione doganale Ue fino a quando non verrà trovata una soluzione per far sì che il confine irlandese rimanga fluido e senza frontiere anche dopo la Brexit.
Questo perché l'assenza delle barriere è un pilastro della pace del Venerdì Santo tra Irlanda e Irlanda del Nord. Jacob Rees-Mogg e gli altri vogliono estirpare il backstop dall'accordo May sulla Brexit (tutto il resto del testo a loro va bene), invece per l'Europa si tratta di una clausola vitale dell'accordo firmato a novembre tra Ue e Uk (ma che non ha ancora avuto l'approvazione del Parlamento britannico). È il muro contro muro che va avanti oramai da mesi.
Intanto il 29 marzo, giorno in cui il Regno Unito uscirà brutalmente dall'Ue se non ci sarà un accordo, si avvicina sempre di più, così come il No Deal. May cercherà in questi pochissimi giorni una sintesi tra le posizioni dei suoi colleghi radicali e l'Europa, ma è davvero un'impresa. Intanto, il Guardian rivela che la settimana prossima il leader laburista Jeremy Corbyn incontrerà a Bruxelles il capo negoziatore Ue sulla Brexit, Michel Barnier e il coordinatore per il Parlamento europeo Guy Verhofstadt.
La sensazione è che l'asse tra Bruxelles e Corbyn si stia solidificando sempre di più, dopo l'endorsement di Barnier la settimana scorsa al piano alternativo sulla Brexit del leader Labour, che prevede un'unione doganale Ue permanente. Azione "di disturbo" o un piano vero per il futuro? Vedremo.
Intanto, l'esilarante speaker (presidente) della Camera dei Comuni John Bercow anche oggi è stato protagonista della giornata. Dopo la votazione in cui è stata sconfitta May, non ha accettato più ordini del giorno "perché tra poco", alle 18 locali, "c'è l'Arsenal in televisione". Applausi in aula
La sconfitta di oggi ha però un significato simbolico, perché a mettere i bastoni tra le ruote sono stati ancora una volta i Brexiters come Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson che si sono astenuti perché insoddisfatti della mozione in quanto non specificava chiaramente la concreta alternativa del No Deal, cioè di uscita dall'Ue senza accordo, cosa che secondo diversi osservatori potrebbe essere devastante per l'economia e il mercato britannici.
In realtà la premier May, che non era neanche in aula oggi, non ha mai escluso l'ipotesi del No Deal (anzi, molto spesso cita questa eventualità per far approvare il suo accordo), ma per i Brexiters questo non era sufficiente: doveva essere esplicitato ancora meglio nella mozione di oggi, nero su bianco.
Ma il voto è simbolico, dicevamo, perché fa capire quanto sia ardua la strada per May (come del resto è sempre stata). I conservatori ribelli del suo partito oggi le hanno fatto capire ancora una volta che sono pronti a tutto, anche a scaricarla all'ultimo momento. Oltre al No Deal, il vero nodo della questione resta sempre il backstop, cioè il regime speciale dell'Irlanda del Nord in una sorta di mercato unico e la Gran Bretagna nell'unione doganale Ue fino a quando non verrà trovata una soluzione per far sì che il confine irlandese rimanga fluido e senza frontiere anche dopo la Brexit.
Questo perché l'assenza delle barriere è un pilastro della pace del Venerdì Santo tra Irlanda e Irlanda del Nord. Jacob Rees-Mogg e gli altri vogliono estirpare il backstop dall'accordo May sulla Brexit (tutto il resto del testo a loro va bene), invece per l'Europa si tratta di una clausola vitale dell'accordo firmato a novembre tra Ue e Uk (ma che non ha ancora avuto l'approvazione del Parlamento britannico). È il muro contro muro che va avanti oramai da mesi.
Intanto il 29 marzo, giorno in cui il Regno Unito uscirà brutalmente dall'Ue se non ci sarà un accordo, si avvicina sempre di più, così come il No Deal. May cercherà in questi pochissimi giorni una sintesi tra le posizioni dei suoi colleghi radicali e l'Europa, ma è davvero un'impresa. Intanto, il Guardian rivela che la settimana prossima il leader laburista Jeremy Corbyn incontrerà a Bruxelles il capo negoziatore Ue sulla Brexit, Michel Barnier e il coordinatore per il Parlamento europeo Guy Verhofstadt.
La sensazione è che l'asse tra Bruxelles e Corbyn si stia solidificando sempre di più, dopo l'endorsement di Barnier la settimana scorsa al piano alternativo sulla Brexit del leader Labour, che prevede un'unione doganale Ue permanente. Azione "di disturbo" o un piano vero per il futuro? Vedremo.
Intanto, l'esilarante speaker (presidente) della Camera dei Comuni John Bercow anche oggi è stato protagonista della giornata. Dopo la votazione in cui è stata sconfitta May, non ha accettato più ordini del giorno "perché tra poco", alle 18 locali, "c'è l'Arsenal in televisione". Applausi in aula