“Vi racconto la mia fuga dalla piazza con i carri armati sovietici”
Tonia Mastrobuoni
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dalla nostra corrispondente TONIA MASTROBUONI
Joachim Rudolph scappò dalla Ddr verso Berlino ovest nel 1961. Dopo costruì una delle più celebri gallerie attraverso fece fuggire altri tedeschi. Ecco la sua testimonianza
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Nel 1945, Joachim Rudolph era già un bambino in fuga dal suo piccolo villaggio natale in Polonia, Rogoziniec. Viaggiò per giorni interminabili, stretto insieme alla sorella, la madre e la nonna su una carrozza, schivando i proiettili dei sovietici e dei nazisti. Quando arrivarono a Berlino, vivi per miracolo - "mia nonna si beccò due pallottole nelle gambe" - la sua vita non smise mai di essere un'immensa prova di coraggio. Pochi anni dopo, nel 1953, Rudolph era in piazza con i suoi amici quando il popolo della Ddr tentò la sua prima - e ultima - rivolta prima del 1989. Berlino era già divisa e quella protesta fu "brutalmente repressa nel sangue dai carri armati sovietici". Nel 1962, dopo essere scappato a ovest, Rudolph scavò insieme a un pugno di temerari uno dei più famosi tunnel sotto il Muro. Quando tirò fuori la testa nella parte comunista della città, "la prima donna che vidi fu la …
Nel 1945, Joachim Rudolph era già un bambino in fuga dal suo piccolo villaggio natale in Polonia, Rogoziniec. Viaggiò per giorni interminabili, stretto insieme alla sorella, la madre e la nonna su una carrozza, schivando i proiettili dei sovietici e dei nazisti. Quando arrivarono a Berlino, vivi per miracolo - "mia nonna si beccò due pallottole nelle gambe" - la sua vita non smise mai di essere un'immensa prova di coraggio. Pochi anni dopo, nel 1953, Rudolph era in piazza con i suoi amici quando il popolo della Ddr tentò la sua prima - e ultima - rivolta prima del 1989. Berlino era già divisa e quella protesta fu "brutalmente repressa nel sangue dai carri armati sovietici". Nel 1962, dopo essere scappato a ovest, Rudolph scavò insieme a un pugno di temerari uno dei più famosi tunnel sotto il Muro. Quando tirò fuori la testa nella parte comunista della città, "la prima donna che vidi fu la mia futura moglie".
Ho incontrato Rudolph, una quercia di uomo, un ottantenne dallo sguardo fiero e dal sorriso raro, nella sua luminosa casa berlinese. "Non sono abituato a mostrare le mie emozioni, anche quando racconto cose ancora molto emozionanti", si giustifica quasi, accogliendomi nel soggiorno dove ha appeso al muro la targa del civico numero 7 di Stralsunder Strasse, la casa dove sbucò cinquantasette anni fa, dopo una lunga e pericolosa impresa partita molte settimane prima. Ma intanto, davanti a una tazza di tè, gli chiedo di rievocare il 17 giugno del 1953 che fu "la traumatica fine della speranza in una svolta".
Quella mattina d'estate, Rudolph era già in piazza alle otto: "Dal giorno prima prima erano cominciati gli scioperi e si accavallavano voci sugli operai in rivolta. Io e i miei amici sapevamo che ci sarebbe stata una manifestazione a Unter den Linden, nel centro della città. Ma già nel mio quartiere, a chilometri di distanza, il corteo era enorme e si ingrossava di ora in ora. Mi ricordo questo infinito fiume umano che scendeva lungo Greifswalder Strasse e gridava a chiunque si affacciasse dalle finestre, 'scendete! Venite con noi!'. A un certo punto delle operaie urlarono che il padrone le aveva chiuse dentro la fabbrica. Alcuni manifestanti sfondarono le porte e le liberarono".
Quando il quindicenne Joachim e i suoi amici arrivano a Unter den Linden, l'arteria che si allunga da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo, "c'era un'atmosfera incredibile, quasi allegra, piena di speranza. Il regime ci avrebbe ascoltati, pensavamo, avrebbe allentato la sua morsa su di noi". E invece. "A un certo punto i cori, le risate e il chiacchiericcio dei manifestanti furono sovrastati da un rumore cupo, un ronzìo fortissimo. Erano i carri armati sovietici. Quando vidi arrivare il primo, mi arrampicai velocemente sull'enorme tribuna che si affacciava su Unter den Linden, la scalinata di solito riservata ai bonzi per le grandi parate. Da lì ne vidi arrivare subito cinque, sei, sette. In cima a uno di essi c'era un generale sovietico che urlava come un pazzo. Il rumore dei panzer era tale che non si sentiva nulla, guardavo ipnotizzato le sue labbra che si muovevano, ero assordato dal chiasso. A un certo punto scappai, terrorizzato. No, io non vidi i morti, i poveracci che furono schiacciati dai panzer senza pietà, i fucilati. Ma la voce che ci fossero vittime si diffuse poco dopo. E sulla strada verso casa capì che stava succedendo qualcosa di grave. Ovunque c'erano manifesti che annunciavano lo stato di emergenza e il coprifuoco, il divieto di assembramento. Quel giorno, un'illusione morì per sempre. Ma non vidi neanche un tedesco: a Berlino furono i sovietici a schiacciare la manifestazione nel sangue e a ricacciarci nell'incubo della repressione e della paura. Ovviamente, io non ressi a lungo in quel clima".
Otto anni dopo, nei mesi convulsi in cui si costruiva il Muro, Rudolph scappò a ovest. E nella primavera successiva, due italiani gli fecero una proposta. "Avevo conosciuto Domenico Sesta e Luigi Spina all'università, mi dissero che volevano portare la sorella di Hasso Herschel a ovest, mi chiesero di aiutarli. Ovviamente dissi di sì. Ma il nostro progetto era il più ambizioso pensato fino ad allora: non un tunnel di venti o trenta metri, ma di 125 metri, volevamo superare la prima fila di case della Bernauer Strasse e riemergere nella Stralsunder Strasse. Un'impresa mai tentata prima".
I due italiani cercarono il punto dove cominciare a scavare, trovano una casa bombardata e un tizio che aveva una fabbrica nell'unica parte sana. "Gli chiesero la cantina 'per suonare'. Quello li guardò e disse: 'Se volete fare musica, andatevene. Se volete fare quello che penso io, seguitemi". E così cominciò la straordinaria avventura del "tunnel 29". E due momenti in particolare rimasero indelebili.
"A un certo punto, scavando un po' in discesa, ci accorgemmo che le travi che reggevano il soffitto dietro di noi si stavano inumidendo. Ci fermammo, paralizzati dall'angoscia. E dopo poco, l'acqua cominciò prima a gocciolare, poi a scrosciare e ci ritrovammo con le caviglie nell'acqua. Sapevamo che era finita, che se non avessimo trovato una soluzione velocemente, tutto sarebbe stato perduto. Allora ci venne un'idea folle". Siccome erano ancora a ovest, all'altezza di Bernauer Strasse, il giorno dopo andarono alla società berlinese che distribuisce l'acqua. "Incontrammo un dirigente e gli dicemmo la verità, con una faccia tosta che avrebbe potuto costarci caro. Invece, quello annuì e mandò una squadra a riparare il tubo".
Un altro momento difficile fu l'ultimo giorno. "Io ero nel gruppo di testa, insomma tra quelli che rischiavano di sbucare in un punto sbagliato. Molta gente era stata ammazzata in quel momento, tradita da qualche spia ai Vopos, alla polizia di frontiera. Ma quando stavamo per imboccare per l'ultima volta il tunnel con i nostri attrezzi in mano, trovammo varie telecamere e fari giganti. I due italiani e qualcun altro avevano venduto i diritti per un documentario sulla nostra impresa. Noi non ne sapevamo nulla e ne nacque un battibecco. A un certo punto, però, dissi 'pensiamo a quelli che ci stanno aspettando di là. Andiamo a prenderli, lasciamo stare le polemiche'".
Quando Rudolph mise la testa fuori, sbucò nella cantina della casa giusta. Il gruppo dei fuggiaschi che era stato allertato in anticipo, arrivò alla spicciolata. Nel primo gruppo, sorride Rudolph, "c'era Evi", la sua futura moglie. Ci misero qualche anno a mettersi insieme, ma poi non si lasciarono più. "Un'esperienza come quella del tunnel è indescrivibile, ti segna per sempre. Evi ancora non riesce a parlarne, non fa interviste, per lei è ancora un ricordo troppo emozionante. Anche se sono passati cinquantasette anni".