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(afp)

Venezuela, al confine guerra dei concerti Maduro chiude le porte: “No agli aiuti”

Guaidó alla frontiera colombiana preme per l’apertura del corridoio umanitario. I soldati del regime uccidono due indigeni negli scontri vicino al Brasile
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CUCUTA (Colombia).“Libertà, libertà!”. L’urlo si diffonde come una scossa tra la folla e rimbomba in questa landa infuocata dal sole. La gente si accalca, si prende per mano, grida e piange. Alza le braccia al cielo solcato da elicotteri e droni di sorveglianza. È mezzogiorno. Ma il grande terreno allestito nella notte per ospitare fino a 200mila persone, è già colmo di gente giunta qui sin dalle 5 del mattino. I visi punteggiati dal giallo, blu e rosso con le sette stelle della bandiera venezuelana che viene alzata su pertiche o adagiata sulle spalle, sui corpi che ballano al ritmo della cumbia e del reggaeton. È il giorno delle sfida. La musica contro i fucili. Le note di canzoni che tutti conoscono a memoria contro i soldati in assetto di guerra. Una sfida che scorre lungo il confine tra Colombia e Venezuela, sulle due sponde del Rio Táchira unito dal ponte Las Tienditas costruito nel 2016 e mai aperto, ora sbarrato…
CUCUTA (Colombia).“Libertà, libertà!”. L’urlo si diffonde come una scossa tra la folla e rimbomba in questa landa infuocata dal sole. La gente si accalca, si prende per mano, grida e piange. Alza le braccia al cielo solcato da elicotteri e droni di sorveglianza. È mezzogiorno. Ma il grande terreno allestito nella notte per ospitare fino a 200mila persone, è già colmo di gente giunta qui sin dalle 5 del mattino. I visi punteggiati dal giallo, blu e rosso con le sette stelle della bandiera venezuelana che viene alzata su pertiche o adagiata sulle spalle, sui corpi che ballano al ritmo della cumbia e del reggaeton. È il giorno delle sfida. La musica contro i fucili. Le note di canzoni che tutti conoscono a memoria contro i soldati in assetto di guerra. Una sfida che scorre lungo il confine tra Colombia e Venezuela, sulle due sponde del Rio Táchira unito dal ponte Las Tienditas costruito nel 2016 e mai aperto, ora sbarrato da un’autobotte e due container. Su questo lato Richard Branson, il magnate britannico della Virgin, ha chiamato a raccolta le star del pop latino per un concerto di solidarietà con il popolo venezuelano. Si chiama Venezuela Aid Live. Hanno aderito 32 artisti. Nomi famosi, da José Luis Rodríguez, el Puma, a Maná, da Alejandro Sanz a Miguel Bosé e Juan Luis Guerra. Lo scopo è raccogliere 100 milioni di dollari da trasformare in aiuti. Il concerto è gratuito, nessun compenso per i musicisti. I soldi arriveranno dai diritti tv e dagli sponsor.

Dall’altra parte del confine, Nicolás Maduro ha organizzato la sua risposta. Anche qui un concerto. Ma contro il tentativo di invadere il Venezuela con la scusa di far entrare le 200 tonnellate di cibo e medicine ammassate in un hangar alla periferia di Cúcuta. Lo ha chiamato Hands Off Venezuela, giù le mani dal Venezuela. E lo ribadisce ancora, sostenuto da una dichiarazione della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. «Gli aiuti umanitari», ha detto, «possono rappresentare un pretesto per un attacco militare che punta a rimuovere dal potere l’attuale legittimo presidente del Venezuela». Gli Usa non hanno mai scartato «nessuna opzione». Ma tra le 200 mila persone assiepate sotto il palco ci credono in pochi. Nelle dichiarazioni che animano questa Woodstock in versione latina c’è solo un grande desiderio di pace. Domina il bianco, indossato e sventolato. Come le parole delle canzoni che si susseguono senza sosta.

Per arrivare a ridosso del confine la gente si è svegliata all’alba. La strada è interrotta da un blocco della polizia colombiana. Si prosegue a piedi lungo uno sterrato che diventa un mercato ambulante. Un fiume umano, punteggiato di bianco e dai colori del Venezuela. Si vende di tutto: cibo, acqua, bevande, magliette, berretti, bandane e fazzoletti. L’aria è allegra e mesta insieme. La maggior parte degli ambulanti è venezuelana. Fa parte del milione e mezzo di persone che da un anno ha lasciato il Paese e che si è fermato qui, a Cúcuta, per trovare medicine e cibo. Se qui domina la musica, sull’altra sponda del Rio Táchira si respira un’aria di forte tensione. Maduro ha messo le Forze Armate in massima allerta. Le testimonianze che arrivano da Zulia parlano di mobilitazione generale. Camion e bus trasportano miliziani e soldati per riempire lo spiazzo allestito per il concerto alternativo che appare deserto. Si notano soprattutto i militari, divisa verde oliva, fucile in mano, elmetto in testa. Pronti a sparare alla prima reazione.

A mille chilometri di distanza, lungo il confine di 2.200 chilometri con il Brasile chiuso da Maduro, nello Stato di Roraima un gruppo di indigeni della tribú Kumarakapay ha forzato il blocco per far passare gli aiuti umanitari stipati da giorni a Boa Vista. Ci sono degli scontri, un ufficiale venezuelano viene fatto prigioniero. I soldati perdono la testa, sparano e uccidono due indigeni. Quindici i feriti, 4 in modo grave. La voce arriva anche a Cúcuta. Juan Guaidó, che è riuscito a fatica a raggiungere il confine con la Colombia con 8 parlamentari, condanna e promette giustizia. Parla al telefono con Iván Duque, presidente della Colombia, presente a Cúcuta con Luis Almagro, segretario dell’Osa, Sebastián Piñera e Mario Abdo Benitez, presidenti di Cile e Paraguay. Sono tutti preoccupati. Oggi un fiume umano si riverserà verso il ponte Las Tienditas. Arriveranno in 300 mila per far passare cibo e medicine in Venezuela. La prima crepa nel muro armato di Maduro. Una prova decisiva per vedere come reagiranno i soldati alla frontiera. L’ex capo dell’intelligence di Hugo Chávez, ultima importante defezione, li ha esortati a non “sparare sul popolo”.