Nigeria, gigante malato al voto fra corruzione e odio etnico
Pietro Del Re , di PIETRO DEL REIl Paese africano più popoloso, diviso in una moltitudine di etnie, sceglie oggi il presidente. Un imprenditore petrolifero finito sotto processo sfida l’ex generale della giunta militare
Due settantenni si contendono oggi la presidenza della Nigeria, che con i suoi 190 milioni di abitanti è il più popoloso Paese africano e che grazie ai suoi giacimenti petroliferi è la prima forza economica del Continente. Su 73 candidati, i soli nomi di peso sono infatti il presidente uscente, Muhammadu Buhari, 76 anni, ex generale che negli anni Ottanta partecipò a una feroce giunta militare, e Atiku Abubakar, 72 anni, ex vice-presidente e brillante imprenditore petrolifero che si trascina però diversi processi per corruzione. Poiché il 60% della popolazione ha meno di 30 anni e la metà degli 84 milioni di aventi di diritto al voto ne ha tra i 18 e 35, questi due “dinosauri” della politica rappresentano solo una piccola parte dell’elettorato nigeriano, essendo anche entrambi musulmani e provenienti dal Nord del Paese.
Queste elezioni generali (presidenziali e legislative) dovevano svolgersi sabato scorso, ma sono st…
Queste elezioni generali (presidenziali e legislative) dovevano svolgersi sabato scorso, ma sono st…
Due settantenni si contendono oggi la presidenza della Nigeria, che con i suoi 190 milioni di abitanti è il più popoloso Paese africano e che grazie ai suoi giacimenti petroliferi è la prima forza economica del Continente. Su 73 candidati, i soli nomi di peso sono infatti il presidente uscente, Muhammadu Buhari, 76 anni, ex generale che negli anni Ottanta partecipò a una feroce giunta militare, e Atiku Abubakar, 72 anni, ex vice-presidente e brillante imprenditore petrolifero che si trascina però diversi processi per corruzione. Poiché il 60% della popolazione ha meno di 30 anni e la metà degli 84 milioni di aventi di diritto al voto ne ha tra i 18 e 35, questi due “dinosauri” della politica rappresentano solo una piccola parte dell’elettorato nigeriano, essendo anche entrambi musulmani e provenienti dal Nord del Paese.
Queste elezioni generali (presidenziali e legislative) dovevano svolgersi sabato scorso, ma sono state rinviate di una settimana soltanto poche ore prima dell’apertura dei seggi. La Commissione elettorale s’è giustificata avanzando “gravi motivi logistici”, mentre i due principali partiti, il Congresso dei progressisti, al potere, e il Partito democratico popolare, all’opposizione, s’accusavano reciprocamente di «sabotaggio». Ma è la corruzione che continua a funestare il “Gigante africano”, 144esimo su 180, secondo la classifica di Transparency International. Buhari aveva promesso di sradicare questo cancro senza però riuscirci, così come ha fallito contro le sanguinarie milizie di Boko Haram, che aveva dichiarato “sconfitte” nel 2017 e che negli ultimi mesi hanno moltiplicato gli attacchi in un’escalation senza precedenti. E’ vero, la sua elezione nel 2015 è stata la prima transizione democratica della storia post-coloniale nigeriana, ma l’anno successivo, con la diminuzione del prezzo del petrolio e con la svalutazione della naira, il Paese è entrato in una recessione da cui fatica ad uscire. Come se non bastasse, il suo mandato è stato scandito da lunghi soggiorni in Gran Bretagna per malattia.
Ed è proprio sulle numerose promesse disattese da Buhari che il suo rivale Abubakar ha costruito il programma elettorale, rinfacciando all’ex generale il «catastrofico programma anti-corruzione, che prendeva di mira solo le personalità dell’opposizione e la sua disastrosa politica economica». Secondo Abubakar, la Nigeria «non potrà sopravvivere altri quattro anni così mal gestita e rieleggere Buhari condurrebbe il Paese verso l’abisso». Nella speranza di sedurre l’elettorato più giovane, lo sfidante ha cercato di presentarsi come un businessman dinamico e padrone delle nuove tecnologie, e ha promesso la creazione di 3 milioni di posti di lavoro per far uscire dalla povertà decine di milioni di nigeriani. Dal suo canto suo, il presidente uscente ha riconosciuto che il suo mandato «non è stato un fiume tranquillo» pur rivendicando di aver varato numerose riforme nel settore agricolo.
L’esito del voto è incerto, in un Paese spaccato tra il Sud industrializzato e a maggioranza cristiana e il Nord più povero e musulmano. Sono a Sud anche i giacimenti petroliferi mentre il Nord chiede da sempre una maggiore redistribuzione della ricchezza. In Nigeria convivono inoltre centinaia di gruppi etnici, molti in lotta tra loro, e l’alto tasso di criminalità costituisce una minaccia costante per la sicurezza nazionale. «Votare Buhari o Abubakar è scegliere tra la peste e il colera», riassume un abitante di Lagos, anche perché per la metà dei nigeriani la principale preoccupazione è riuscire a sopravvivere. Infatti, se nel 2018 il Pil è cresciuto dell’1,9%, l’indice di sviluppo umano è tra i più bassi del pianeta: 0,514, facendo scivolare il Paese al 152esimo posto. E’ un compito gravoso che attende il nuovo presidente. Si stima, infatti, che nel 2050 la popolazione nigeriana raggiungerà 430 milioni di persone, molte delle quali sotto la soglia di povertà.
Queste elezioni generali (presidenziali e legislative) dovevano svolgersi sabato scorso, ma sono state rinviate di una settimana soltanto poche ore prima dell’apertura dei seggi. La Commissione elettorale s’è giustificata avanzando “gravi motivi logistici”, mentre i due principali partiti, il Congresso dei progressisti, al potere, e il Partito democratico popolare, all’opposizione, s’accusavano reciprocamente di «sabotaggio». Ma è la corruzione che continua a funestare il “Gigante africano”, 144esimo su 180, secondo la classifica di Transparency International. Buhari aveva promesso di sradicare questo cancro senza però riuscirci, così come ha fallito contro le sanguinarie milizie di Boko Haram, che aveva dichiarato “sconfitte” nel 2017 e che negli ultimi mesi hanno moltiplicato gli attacchi in un’escalation senza precedenti. E’ vero, la sua elezione nel 2015 è stata la prima transizione democratica della storia post-coloniale nigeriana, ma l’anno successivo, con la diminuzione del prezzo del petrolio e con la svalutazione della naira, il Paese è entrato in una recessione da cui fatica ad uscire. Come se non bastasse, il suo mandato è stato scandito da lunghi soggiorni in Gran Bretagna per malattia.
Ed è proprio sulle numerose promesse disattese da Buhari che il suo rivale Abubakar ha costruito il programma elettorale, rinfacciando all’ex generale il «catastrofico programma anti-corruzione, che prendeva di mira solo le personalità dell’opposizione e la sua disastrosa politica economica». Secondo Abubakar, la Nigeria «non potrà sopravvivere altri quattro anni così mal gestita e rieleggere Buhari condurrebbe il Paese verso l’abisso». Nella speranza di sedurre l’elettorato più giovane, lo sfidante ha cercato di presentarsi come un businessman dinamico e padrone delle nuove tecnologie, e ha promesso la creazione di 3 milioni di posti di lavoro per far uscire dalla povertà decine di milioni di nigeriani. Dal suo canto suo, il presidente uscente ha riconosciuto che il suo mandato «non è stato un fiume tranquillo» pur rivendicando di aver varato numerose riforme nel settore agricolo.
L’esito del voto è incerto, in un Paese spaccato tra il Sud industrializzato e a maggioranza cristiana e il Nord più povero e musulmano. Sono a Sud anche i giacimenti petroliferi mentre il Nord chiede da sempre una maggiore redistribuzione della ricchezza. In Nigeria convivono inoltre centinaia di gruppi etnici, molti in lotta tra loro, e l’alto tasso di criminalità costituisce una minaccia costante per la sicurezza nazionale. «Votare Buhari o Abubakar è scegliere tra la peste e il colera», riassume un abitante di Lagos, anche perché per la metà dei nigeriani la principale preoccupazione è riuscire a sopravvivere. Infatti, se nel 2018 il Pil è cresciuto dell’1,9%, l’indice di sviluppo umano è tra i più bassi del pianeta: 0,514, facendo scivolare il Paese al 152esimo posto. E’ un compito gravoso che attende il nuovo presidente. Si stima, infatti, che nel 2050 la popolazione nigeriana raggiungerà 430 milioni di persone, molte delle quali sotto la soglia di povertà.