Gaza, provette e figli maschi
di ELEONORA VIOIl tasso di natalità è alto, eppure qui fecondazione in vitro e selezione sessuale degli embrioni sono diffusissime. Come mai? Guerra, coppie impazienti e la prole che fa tanto status. Reportage
GAZA CITY. La platea è stracolma. L’agitazione palpabile. Oltre seimila coppie provenienti da tutta la Striscia hanno partecipato al contest. Solo cento saranno i fortunati. Da una parte, gli uomini fumano senza sosta. Dall’altra le donne, molte delle quali avvolte nei niqab, fanno apprezzamenti sui dolci offerti per l’occasione. Poi qualcuno invita al silenzio e un giovane sale sul palco per estrarre una manciata di biglietti da una boccia trasparente: «I vincitori del trattamento di fecondazione in vitro gratuito sono... ».
«Quando ho sentito i nostri nomi, non riuscivo a crederci» dice, sei mesi dopo, Omar Akhmad, sfiorando appena la moglie Warda nella spoglia abitazione in cui vivono con altri 27 parenti: «Può sembrare un azzardo avere figli in queste condizioni. Ma una vita senza bambini non ha senso e Allah ci aiuterà». Warda gli sorride, senza nascondere un velo di tristezza. Nel 2004 suo marito Omar ha…
«Quando ho sentito i nostri nomi, non riuscivo a crederci» dice, sei mesi dopo, Omar Akhmad, sfiorando appena la moglie Warda nella spoglia abitazione in cui vivono con altri 27 parenti: «Può sembrare un azzardo avere figli in queste condizioni. Ma una vita senza bambini non ha senso e Allah ci aiuterà». Warda gli sorride, senza nascondere un velo di tristezza. Nel 2004 suo marito Omar ha…
GAZA CITY. La platea è stracolma. L’agitazione palpabile. Oltre seimila coppie provenienti da tutta la Striscia hanno partecipato al contest. Solo cento saranno i fortunati. Da una parte, gli uomini fumano senza sosta. Dall’altra le donne, molte delle quali avvolte nei niqab, fanno apprezzamenti sui dolci offerti per l’occasione. Poi qualcuno invita al silenzio e un giovane sale sul palco per estrarre una manciata di biglietti da una boccia trasparente: «I vincitori del trattamento di fecondazione in vitro gratuito sono... ».
«Quando ho sentito i nostri nomi, non riuscivo a crederci» dice, sei mesi dopo, Omar Akhmad, sfiorando appena la moglie Warda nella spoglia abitazione in cui vivono con altri 27 parenti: «Può sembrare un azzardo avere figli in queste condizioni. Ma una vita senza bambini non ha senso e Allah ci aiuterà». Warda gli sorride, senza nascondere un velo di tristezza. Nel 2004 suo marito Omar ha perso un occhio per colpa di un missile israeliano, da allora riceve un’indennità mensile di 170 euro ed è grazie a questi soldi che tirano a campare.
Due anni fa l’Onu ha dichiarato che Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2020 e già ora la situazione è peggiorata. Per via delle lotte politiche intestine, l’elettricità funziona dalle tre alle cinque ore al giorno. Dei quasi due milioni di abitanti, metà dipende dagli aiuti umanitari, che un anno fa il presidente americano Donald Trump ha deciso di tagliare. L’acqua è contaminata, la benzina è scarsa e costosa, la sanità a pezzi e la disoccupazione impressionante. Ciononostante, ancora l’Onu riporta che il tasso di fertilità è tra i più alti del Medio Oriente, con una media di 4,5 figli per coppia. «E se per via del fatto che i soldi sono sempre di meno il numero di trattamenti di fecondazione in vitro (Fiv) è sceso a un centinaio al mese» dice Salah al-Rantissi, direttore dell’ospedale di Khan Yunis e portavoce del ministero della Salute del governo di Hamas, «solo quattro mesi fa era tre volte tanto». Già così, comunque, si parla di 1.200 interventi all’anno.
Era il 1996 quando il dottor Baha al-Ghalayini – direttore della clinica privata al-Basma, la più rinomata delle otto specializzate in Fiv nella Striscia – dopo 4 anni in Inghilterra, dove fece la conoscenza di Patrick Steptoe, inventore della tecnica che ha fatto nascere i primi test-tube babies (termine con cui a volte, erroneamente, ci si riferisce ai bambini concepiti con la fecondazione assistita), tornò a Gaza. Gli ci vollero dieci anni per convincere le autorità religiose, preoccupate che gli ovuli delle donne venissero mischiati a spermatozoi non appartenenti ai mariti, ma oggi la Fiv è sulla bocca di tutti.
Qui fare figli è uno status symbol, e scoprire di non poterne avere può portare all’isolamento e a un forte stigma. Quando Omar e Warda si sposano, undici anni fa, lui è una testa calda. Poi i due riescono a trovare un equilibrio, che si spezza però dopo pochi mesi: Warda non rimane incinta. «I nostri fratelli e le nostre sorelle continuavano a fare figli. I suoi genitori dicevano che ero una buona a nulla. Noi litigavamo giorno e notte» spiega Warda. «Poi, cinque anni fa, Omar chiede il divorzio, dicendo che sposerà un’altra...». È dura ricordare quei momenti. «La sua prima reazione è stata stracciare le foto del matrimonio» interviene Omar, con la testa bassa: «Poi ha tentato di gettarsi dalla finestra. Quindi me ne sono andato e non ci siamo visti per sei mesi».
Quando anche Warda decide di unirsi a un altro uomo, però, Omar la supplica di tornare. Non è chiaro se in quel momento Omar ne è già al corrente ma, quando tre anni dopo riesce a raccogliere dai parenti i 2.200 euro necessari per la fecondazione in vitro, che poi fallisce, gli esami parlano chiaro: a essere infertile è lui. «Mi sono sentito la terra mancare sotto i piedi» ammette. Se Warda preferisce non infierire, altre donne con trascorsi simili parlano per lei.
«La nostra è una società malata» dice Sabat el-Sa, due gemelli avuti con la Fiv dopo 30 anni di matrimonio. «Quando le coppie non possono avere figli, è sempre colpa della donna. L’uomo non si prende nemmeno la briga di fare i controlli, mentre la famiglia insiste perché prenda una seconda o una terza moglie. Mio marito si è risposato, per poi scoprire che era lui a non poter aver figli!».
A differenza dell’infertilità femminile, quella maschile è un tabù, in una società patriarcale come Gaza. Eppure, nonostante l’alto tasso di natalità, nella Striscia si sta assistendo a un aumento di casi d’infertilità proprio fra gli uomini. «Nel 90 per cento dei casi gli spermatozoi scarseggiano o sono poco mobili» ci dice il dottor Tharwat al-Helou, da cui prende il nome un’altra famosa clinica di Gaza City. «Inoltre, gran parte dei miei pazienti vive nelle aree vicine al confine, quindi direi che c’è una correlazione tra l’infertilità e gli effetti delle tre guerre, come i traumi derivati dai bombardamenti, gli agenti chimici, i pesticidi e il fosforo bianco».
In realtà non ci sono né prove né studi di una correlazione, ma tutti i medici con cui abbiamo parlato a Gaza non hanno dubbi. Pure il dottor Ghalayini la pensa così, anche se poi precisa che «qui c’è una soglia di infertilità comunque più bassa rispetto alla media europea». «Le persone» dice, «non vogliono aspettare più di sei mesi dal matrimonio per concepire e non si accontentano di uno o due figli». È nella sua clinica che incontriamo Fadi e Loreen Bahr. Hanno 34 e 30 anni. Dopo due mesi e mezzo di trattamenti, è arrivato il giorno del transfer dell’embrione. E sono molto tesi. Per loro è la seconda volta, dopo il fallimento della prima.
«Abbiamo già due figlie ma volevo un maschio che seguisse le mie orme» dice Fadi. La selezione sessuale, vietata nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali, è invece sostenuta in alcuni Paesi islamici, come l’Egitto e la Giordania, e a Gaza è diffusissima. Con 700 euro in più rispetto al trattamento base, il successo è quasi garantito.
Accanto ai motivi medici e culturali, la popolarità della Fiv ha anche ragioni politiche. «Fino alla sua morte, nel 2004, il presidente Yasser Arafat si era fatto carico dei costi di molti trattamenti, senza privilegiare una clinica o l’altra» spiega il dottor al-Helou. «Girava voce che pagasse di tasca propria». Tra il 2006 e il 2013 lo stesso governo islamista ha devoluto tra i 440 e gli 880 euro a tante famiglie indigenti. «Hanno trasferito una decina di casi anche a noi, ma la maggior parte è andata a cliniche con cui avevano buoni rapporti, come al-Basma» dice al-Helou. Oggi Hamas si limita ad aiutare i suoi dipendenti, il cui salario è stato dimezzato dall’Autorità palestinese, fornendo un bonus per la Fiv pari al corrispettivo decurtato.
Dopo il primo tentativo andato male, Omar aveva cercato altre soluzioni, finché non si è imbattuto in un annuncio che promuoveva i trattamenti gratuiti del Centro palestinese per la perseveranza umana (Fata). «In tanti mi avevano garantito che aveva solo fini umanitari» dice, al corrente delle polemiche sulla fondazione di Jalila, moglie dell’ex leader di Fatah, Mohammed Dahlan, allontanato dal suo partito per rivalità con Abu Mazen, e attuale capofila del partito Corrente riformista democratica. Mentre Fata a oggi non può operare in Cisgiordania, a Gaza investe milioni di dollari in opere di bene e «dal 2015 la Fiv assorbe il 40 per cento dei fondi totali» si lascia scappare il ceo Wissam Jebroun. «Dietro questi incentivi, c’è sempre un’agenda politica» ammette al-Rantissi, il portavoce del ministero della Salute. «I partiti sono a caccia di consensi e per ottenerli bisogna dare alla gente ciò che desidera». Figli, figli e ancora figli.
Sul Venerdì dell'8 marzo 2019
«Quando ho sentito i nostri nomi, non riuscivo a crederci» dice, sei mesi dopo, Omar Akhmad, sfiorando appena la moglie Warda nella spoglia abitazione in cui vivono con altri 27 parenti: «Può sembrare un azzardo avere figli in queste condizioni. Ma una vita senza bambini non ha senso e Allah ci aiuterà». Warda gli sorride, senza nascondere un velo di tristezza. Nel 2004 suo marito Omar ha perso un occhio per colpa di un missile israeliano, da allora riceve un’indennità mensile di 170 euro ed è grazie a questi soldi che tirano a campare.
Due anni fa l’Onu ha dichiarato che Gaza sarebbe diventata invivibile entro il 2020 e già ora la situazione è peggiorata. Per via delle lotte politiche intestine, l’elettricità funziona dalle tre alle cinque ore al giorno. Dei quasi due milioni di abitanti, metà dipende dagli aiuti umanitari, che un anno fa il presidente americano Donald Trump ha deciso di tagliare. L’acqua è contaminata, la benzina è scarsa e costosa, la sanità a pezzi e la disoccupazione impressionante. Ciononostante, ancora l’Onu riporta che il tasso di fertilità è tra i più alti del Medio Oriente, con una media di 4,5 figli per coppia. «E se per via del fatto che i soldi sono sempre di meno il numero di trattamenti di fecondazione in vitro (Fiv) è sceso a un centinaio al mese» dice Salah al-Rantissi, direttore dell’ospedale di Khan Yunis e portavoce del ministero della Salute del governo di Hamas, «solo quattro mesi fa era tre volte tanto». Già così, comunque, si parla di 1.200 interventi all’anno.
Era il 1996 quando il dottor Baha al-Ghalayini – direttore della clinica privata al-Basma, la più rinomata delle otto specializzate in Fiv nella Striscia – dopo 4 anni in Inghilterra, dove fece la conoscenza di Patrick Steptoe, inventore della tecnica che ha fatto nascere i primi test-tube babies (termine con cui a volte, erroneamente, ci si riferisce ai bambini concepiti con la fecondazione assistita), tornò a Gaza. Gli ci vollero dieci anni per convincere le autorità religiose, preoccupate che gli ovuli delle donne venissero mischiati a spermatozoi non appartenenti ai mariti, ma oggi la Fiv è sulla bocca di tutti.
Qui fare figli è uno status symbol, e scoprire di non poterne avere può portare all’isolamento e a un forte stigma. Quando Omar e Warda si sposano, undici anni fa, lui è una testa calda. Poi i due riescono a trovare un equilibrio, che si spezza però dopo pochi mesi: Warda non rimane incinta. «I nostri fratelli e le nostre sorelle continuavano a fare figli. I suoi genitori dicevano che ero una buona a nulla. Noi litigavamo giorno e notte» spiega Warda. «Poi, cinque anni fa, Omar chiede il divorzio, dicendo che sposerà un’altra...». È dura ricordare quei momenti. «La sua prima reazione è stata stracciare le foto del matrimonio» interviene Omar, con la testa bassa: «Poi ha tentato di gettarsi dalla finestra. Quindi me ne sono andato e non ci siamo visti per sei mesi».
Quando anche Warda decide di unirsi a un altro uomo, però, Omar la supplica di tornare. Non è chiaro se in quel momento Omar ne è già al corrente ma, quando tre anni dopo riesce a raccogliere dai parenti i 2.200 euro necessari per la fecondazione in vitro, che poi fallisce, gli esami parlano chiaro: a essere infertile è lui. «Mi sono sentito la terra mancare sotto i piedi» ammette. Se Warda preferisce non infierire, altre donne con trascorsi simili parlano per lei.
«La nostra è una società malata» dice Sabat el-Sa, due gemelli avuti con la Fiv dopo 30 anni di matrimonio. «Quando le coppie non possono avere figli, è sempre colpa della donna. L’uomo non si prende nemmeno la briga di fare i controlli, mentre la famiglia insiste perché prenda una seconda o una terza moglie. Mio marito si è risposato, per poi scoprire che era lui a non poter aver figli!».
A differenza dell’infertilità femminile, quella maschile è un tabù, in una società patriarcale come Gaza. Eppure, nonostante l’alto tasso di natalità, nella Striscia si sta assistendo a un aumento di casi d’infertilità proprio fra gli uomini. «Nel 90 per cento dei casi gli spermatozoi scarseggiano o sono poco mobili» ci dice il dottor Tharwat al-Helou, da cui prende il nome un’altra famosa clinica di Gaza City. «Inoltre, gran parte dei miei pazienti vive nelle aree vicine al confine, quindi direi che c’è una correlazione tra l’infertilità e gli effetti delle tre guerre, come i traumi derivati dai bombardamenti, gli agenti chimici, i pesticidi e il fosforo bianco».
In realtà non ci sono né prove né studi di una correlazione, ma tutti i medici con cui abbiamo parlato a Gaza non hanno dubbi. Pure il dottor Ghalayini la pensa così, anche se poi precisa che «qui c’è una soglia di infertilità comunque più bassa rispetto alla media europea». «Le persone» dice, «non vogliono aspettare più di sei mesi dal matrimonio per concepire e non si accontentano di uno o due figli». È nella sua clinica che incontriamo Fadi e Loreen Bahr. Hanno 34 e 30 anni. Dopo due mesi e mezzo di trattamenti, è arrivato il giorno del transfer dell’embrione. E sono molto tesi. Per loro è la seconda volta, dopo il fallimento della prima.
«Abbiamo già due figlie ma volevo un maschio che seguisse le mie orme» dice Fadi. La selezione sessuale, vietata nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali, è invece sostenuta in alcuni Paesi islamici, come l’Egitto e la Giordania, e a Gaza è diffusissima. Con 700 euro in più rispetto al trattamento base, il successo è quasi garantito.
Accanto ai motivi medici e culturali, la popolarità della Fiv ha anche ragioni politiche. «Fino alla sua morte, nel 2004, il presidente Yasser Arafat si era fatto carico dei costi di molti trattamenti, senza privilegiare una clinica o l’altra» spiega il dottor al-Helou. «Girava voce che pagasse di tasca propria». Tra il 2006 e il 2013 lo stesso governo islamista ha devoluto tra i 440 e gli 880 euro a tante famiglie indigenti. «Hanno trasferito una decina di casi anche a noi, ma la maggior parte è andata a cliniche con cui avevano buoni rapporti, come al-Basma» dice al-Helou. Oggi Hamas si limita ad aiutare i suoi dipendenti, il cui salario è stato dimezzato dall’Autorità palestinese, fornendo un bonus per la Fiv pari al corrispettivo decurtato.
Dopo il primo tentativo andato male, Omar aveva cercato altre soluzioni, finché non si è imbattuto in un annuncio che promuoveva i trattamenti gratuiti del Centro palestinese per la perseveranza umana (Fata). «In tanti mi avevano garantito che aveva solo fini umanitari» dice, al corrente delle polemiche sulla fondazione di Jalila, moglie dell’ex leader di Fatah, Mohammed Dahlan, allontanato dal suo partito per rivalità con Abu Mazen, e attuale capofila del partito Corrente riformista democratica. Mentre Fata a oggi non può operare in Cisgiordania, a Gaza investe milioni di dollari in opere di bene e «dal 2015 la Fiv assorbe il 40 per cento dei fondi totali» si lascia scappare il ceo Wissam Jebroun. «Dietro questi incentivi, c’è sempre un’agenda politica» ammette al-Rantissi, il portavoce del ministero della Salute. «I partiti sono a caccia di consensi e per ottenerli bisogna dare alla gente ciò che desidera». Figli, figli e ancora figli.
Sul Venerdì dell'8 marzo 2019