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"I bianchi prima di tutti". Ma le invettive di Bannon ora fanno meno breccia

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Nelle ore della strage in Nuova Zelanda, a New York viene presentato "The Brink", il documentario sull’ex ideologo di Trump. Ed è un boomerang
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“Ecco il risultato del linguaggio dell’odio contro gli immigranti e gli invasori”, denuncia Nihad Awad, direttore del Council on American-Islamic Relations. Donald Trump condanna la strage delle moschee in Nuova Zelanda ma nega che il suprematismo bianco sia una minaccia: “Sono un piccolo gruppo di persone”. Il senatore democratico Richard Blumenthal attacca il presidente: “Le parole hanno conseguenze. Al vertice del nostro paese c’è chi definisce persone per bene anche chi sta da quella parte”. Allude all’indulgenza che Trump mostrò verso i militanti dell’estrema destra razzista e del Ku Klux Klan negli scontri di Charlottesville nel 2017, dove morì una manifestante di sinistra. L’equidistanza ebbe un ispiratore: Steve Bannon, lo stratega elettorale di Trump che fu l’anello di congiunzione idologico con le frange più estreme.

Nelle ore della strage in Nuova Zelanda, a New York venivo …
“Ecco il risultato del linguaggio dell’odio contro gli immigranti e gli invasori”, denuncia Nihad Awad, direttore del Council on American-Islamic Relations. Donald Trump condanna la strage delle moschee in Nuova Zelanda ma nega che il suprematismo bianco sia una minaccia: “Sono un piccolo gruppo di persone”. Il senatore democratico Richard Blumenthal attacca il presidente: “Le parole hanno conseguenze. Al vertice del nostro paese c’è chi definisce persone per bene anche chi sta da quella parte”. Allude all’indulgenza che Trump mostrò verso i militanti dell’estrema destra razzista e del Ku Klux Klan negli scontri di Charlottesville nel 2017, dove morì una manifestante di sinistra. L’equidistanza ebbe un ispiratore: Steve Bannon, lo stratega elettorale di Trump che fu l’anello di congiunzione idologico con le frange più estreme.

Nelle ore della strage in Nuova Zelanda, a New York venivo invitato all’anteprima del documentario The Brink su Bannon. L’uomo-chiave del primo provvedimento firmato Donald Trump: il Muslim Ban. Quel decreto esecutivo che chiudeva le frontiere a cittadini di sei nazioni islamiche (bloccato dalla magistratura, riscritto più volte, infine entrato in vigore) coincise con la massima influenza di Bannon sul presidente. Un altro simbolo trumpiano che reca le impronte del Bannon-pensiero è il Muro col Messico: oggi l’ex-consigliere è alla testa di un movimento di crowdfunding, ha raccolto donazioni da trecentomila cittadini per un totale di 20 milioni, contributi volontari da opporre al sabotaggio del Congresso.

The Brink indica “il bordo” di un burrone”, “l’orlo” di una catastrofe. Citazione apocalittica che l’erudito Bannon prende da Abraham Lincoln, il presidente dell’abolizionismo. La 34enne regista Alison Klayman, senza nascondere le sue simpatie di sinistra, ha fatto breccia nella vanità di Bannon e ha ottenuto di seguirlo per 18 mesi della sua vita. Un periodo che va dalla tragedia di Charlottesville, inizio della caduta in disgrazia, fino alla cacciata dalla Casa Bianca per le indiscrezioni confidate da Bannon al giornalista-scrittore Michael Wolff (Fuoco e furia); prosegue in tutto il 2018 che è l’anno della calata in Europa. Buona parte del documentario si svolge tra Bruxelles, Roma, Venezia, Parigi e Londra. Bannon viene seguito mentre tenta di costruire The Movement, un’organizzazione che lui vorrebbe come un ponte tra sovranisti del Vecchio Continente. Bannon viene ripreso nei suoi incontri ravvicinati con diversi leader, da Matteo Salvini a Nigel Farage (Ukip), dagli esponenti del Front National francese a quelli dell’estrema destra belga, svedese.

Il documentario non esprime giudizi; però aderisce così da vicino all’impresa di Bannon, che sono visibili le tracce di un fiasco. Salvini lo ospita in un pranzo ufficiale ma non si spinge oltre. Bannon è in cerca di soldi e non li trova. In quasi tutti i paesi europei ciò che lui sta tentando di fare è semplicemente illegale: sia come consulente estero di campagne elettorali, sia per la raccolta fondi. Il suo sogno è ambizioso: “Trasformare le elezioni europee del 2019 in una sorta di elezione presidenziale all’americana, un pronunciamento continentale a favore dei nazionalisti”. Alcuni media europei abboccano, scambiando Bannon per un emissario di Trump, una sorta di agente della Casa Bianca incaricato di tessere le fila di una Internazionale sovranista. Ma l’auto-promozione è artigianale. The Movement si arena, al punto che non decolla neppure il suo sito online. A un certo punto Bannon delega compiti cruciali a un suo giovanissimo nipote che sembra smarrito. L’Armata Brancaleone che lo accompagna è lo scenario di fondo del film; insieme coi monologhi torrenziali del protagonista, un esaltato egomaniaco alla pari del suo presidente. Tra i pochi risultati concreti della spedizione europea sembra esserci – a documentario concluso – la recente creazione vicino a Roma (Trisulti) di una “Accademia per l’Occidente giudeo-cristiano”, a cui Bannon affida compiti di formazione “alla guerra contro il fascismo islamico-jihadista”.

L’obiettivo della Klayman, centrato, è di “osservare da vicino la relazione fra lui e i media, anche quelli progressisti; alla tessitura di una rete globale di estremismi di destra, nazionalismi, xenofobie e islamofobie”. Restano delle lacune enormi, dei non-detti: il film non accenna alle ragioni per cui un personaggio così improbabile e marginale ha potuto aspirare ad essere la nuova anima del partito repubblicano (quello di Lincoln, per l’appunto). Il documentario lascia sullo sfondo la fauna degli ammiratori di Bannon, che vediamo accorrere entusiasti alle sue conferenze nell’America di provincia: bianchi quasi tutti, molte donne, anziani, classe operaia, non necessariamente “materiale da Ku Klux Klan”.