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(reuters)

Tra i curdi in festa: "L'Isis è finita, presa l'ultima roccaforte Baghuz"

Ieri è giunto anche l’annuncio del presidente Donald Trump, che in un tweet ha confermato la riconquista
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ERBIL. Le prime celebrazioni della vittoria, con falò per arrostire carne di pecora e balli improvvisati sulla musica gracchiata dalle radio dei loro vecchi pickup, i combattenti curdi hanno cominciato a organizzarle tre giorni fa, tra le macerie dell’ultimo bastione dello Stato islamico, in Siria orientale. Ieri è giunto anche l’annuncio del presidente Donald Trump, che in un tweet ha confermato la riconquista dell’accampamento di Baghuz, un terreno tutto fossi e immondizie, trincee e auto abbandonate. Congratulandosi con le sue truppe, mappa alla mano Trump ha affermato che lo Stato islamico ha ormai perso anche la sua ultima roccaforte. Il presidente non ha accennato però ai circa duecento miliziani ancora in armi che continuano a combattere sebbene spinti ormai allo scoperto, verso le sponde dell’Eufrate. In serata, il portavoce dell’alleanza curdo-araba delle Forze democratiche siriane (Fds), Mustafa Bali, ha detto che gli scontr…
ERBIL. Le prime celebrazioni della vittoria, con falò per arrostire carne di pecora e balli improvvisati sulla musica gracchiata dalle radio dei loro vecchi pickup, i combattenti curdi hanno cominciato a organizzarle tre giorni fa, tra le macerie dell’ultimo bastione dello Stato islamico, in Siria orientale. Ieri è giunto anche l’annuncio del presidente Donald Trump, che in un tweet ha confermato la riconquista dell’accampamento di Baghuz, un terreno tutto fossi e immondizie, trincee e auto abbandonate. Congratulandosi con le sue truppe, mappa alla mano Trump ha affermato che lo Stato islamico ha ormai perso anche la sua ultima roccaforte. Il presidente non ha accennato però ai circa duecento miliziani ancora in armi che continuano a combattere sebbene spinti ormai allo scoperto, verso le sponde dell’Eufrate. In serata, il portavoce dell’alleanza curdo-araba delle Forze democratiche siriane (Fds), Mustafa Bali, ha detto che gli scontri sono ormai concentrati su una sola collina, appena fuori Baghuz.

La sconfitta di questi irriducibili miliziani è ormai prossima, anche perché la notte, quando i caccia della coalizione a guida statunitense cominciano a bombardarli pesantemente, loro non hanno più nulla sotto cui ripararsi. Ieri, per la prima volta dallo scorso settembre, da quando cioè le Fds hanno chiuso l’assedio, i loro mortai hanno taciuto. Per un destino beffardo, soltanto poche giorni fa è stato colpito a morte il volontario italiano Lorenzo Orsetti, fiorentino, trentatré anni, che il suo temerario idealismo aveva portato a combattere al fianco delle Unità di protezione popolare curda, élite militare delle Fds. Con lui, dall’inizio dell’offensiva contro Baghuz hanno perso la vita settecentocinquanta suoi commilitoni, e quasi il doppio tra le fila jihadiste.

Con la caduta di quest’ultima ridotta, di fatto finisce il moderno Califfato, autoproclamato nel 2014 da Abu Bakr Al Baghdadi, che ha conquistato una superficie grande come la Gran Bretagna a cavallo tra la Siria e l’Iraq, che ha imposto il suo sanguinario regime a otto milioni di persone e che ha rubato miliardi di dollari con estorsioni, rapimenti e contrabbando di petrolio. Le ragioni della sua caduta sono diverse, prima tra tutte la nascita nel 2014 delle Fds e la creazione della coalizione anti-Isis per volontà dell’allora presidente Barak Obama, che insieme sono riuscite a invertire i rapporti di forza sul terreno. C’è poi una più solida stabilità dei due regimi siriano e iracheno, e il logoramento delle milizie jihadiste nel gestire con il terrore le regioni occupate.

Certo, l’aerea degli ultimi combattimenti andrà adesso bonificata dall’esplosivo con cui è stata imbottita dagli islamisti, dai cadaveri rimasti tra le case distrutte, dalle tante armi abbandonate da chi era in fuga. Ci vorranno settimane, forse mesi per farlo. Lo stesso è accaduto a Raqqa, centocinquanta chilometri più a nord, espugnata nell’ottobre 2017 dopo un over-bombing che ne impedirà forse ogni ricostruzione. E a Mossul, baluardo iracheno del Califfo al Baghdadi caduto pochi mesi prima, dove nove decimi dell’antica città sono stati disintegrati dai caccia della coalizione.

In confronto Baghuz è poca cosa, un malconcio villaggio di contadini che si sviluppa su un fazzoletto di terra di tre o quattro chilometri quadrati. Eppure, nelle ultime ore, da quell’area assediata un numero imprecisato di jihadisti sarebbe riuscito a fuggire o a mischiarsi ai civili in fuga. La loro ricerca si concentrerà anche tra le 67mila persone, tra cui 5mila combattenti, che dallo scorso gennaio hanno abbandonato quest’ultima sacca di resistenza e che si sono arresi all’alleanza curdo-araba. La maggior parte di questi è stata trasferita in un campo profughi allestito nel nord-est della Siria, ad Al Hol, dove si contano anche migliaia di bambini i quali, secondo diverse testimonianze, vivono in condizioni particolarmente difficili.

Ora, la fine territoriale dello Stato islamico, con la morte e la cattura di molti suoi combattenti e di suoi capi non significa la fine dell’organizzazione terroristica. Molti alti papaveri e molti foreign fighters sono stati scambiati negli ultimi due anni con prigionieri curdi, iracheni o siriani. Secondo le Nazioni Unite, ciò che resta dell’Isis ancora dispone di molte decine di milioni di dollari, e può contare su circa diecimila uomini nascosti oggi nei villaggi sunniti dell’Iraq e della Siria. E’ notizia recente che un nuovo Stato islamico si starebbe riorganizzando sotto un’altra forma nel nord dell’Iraq, in quelle regioni montagnose riconquistate dai peshmerga curdi e poi loro malgrado cedute alle truppe di Baghdad, diventate oggi terra di nessuno.

E poi, nonostante il suo indebolimento, lo Stato islamico ha anche messo a segno un grave attentato a Strasburgo lo scorso dicembre, costato la vita a cinque persone. Mentre dall’annuncio di Trump del ritiro americano dalla Siria, il 19 dicembre scorso, in quel Paese si sono verificati oltre duecento attacchi terroristici. Ieri, infine, pur bersagliato dal fuoco delle Fds e dalle bombe dei caccia americani, l’Isis è tornato a minacciare l’Europa e l’Occidente con un breve video diffuso dalla pianura di Baghuz. In un filmato diffuso nelle ultime ore da Aamaq, il profilo dei social media vicino allo Stato islamico, un miliziano armato di fucile automatico minaccia i «crociati e gli apostati» di «devastare col fuoco i loro Paesi». Insomma, pur tramortita, l’idra islamista ancora costituisce ancora un’importante minaccia.