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'The Lehman Trilogy', Stefano Massini conquista New York. "Una storia universale perché l'economia è una cosa umana"

Abbiamo visto l'anteprima dello spettacolo all'Armory di Park Avenue, con la regia di Sam Mendes. L'autore italiano ha sedotto i newyorkesi raccontando una grande "saga biblica" che ha il suo epicentro proprio in questa città
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Stefano Massini è riuscito in un exploit che sembrava impossibile: sedurre noi newyorchesi raccontandoci una grande “saga biblica” che ha il suo epicentro proprio nella nostra città. È incredibile il trionfo già raccolto nell’anteprima di The Lehman Trilogy venerdì sera, con il tutto esaurito all’Armory di Park Avenue. Il pubblico è accorso in massa, per così dire “a occhi chiusi”, cioè sulla base della reputazione internazionale di questo spettacolo (produzione londinese, regia di Sam Mendes) prima ancora che escano le vere recensioni sulla rappresentazione all’Armory.

L’invasione di campo di Massini spiazza e sorprende: qui non siamo di fronte all’italiano che racconta l’Italia, che si cimenta con i temi che ci vengono riconosciuti come nostri (che so: la mafia o il Rinascimento, la povertà degli anni Cinquanta o la Roma corrotta e decadente). No, la Trilogia L…
Stefano Massini è riuscito in un exploit che sembrava impossibile: sedurre noi newyorchesi raccontandoci una grande “saga biblica” che ha il suo epicentro proprio nella nostra città. È incredibile il trionfo già raccolto nell’anteprima di The Lehman Trilogy venerdì sera, con il tutto esaurito all’Armory di Park Avenue. Il pubblico è accorso in massa, per così dire “a occhi chiusi”, cioè sulla base della reputazione internazionale di questo spettacolo (produzione londinese, regia di Sam Mendes) prima ancora che escano le vere recensioni sulla rappresentazione all’Armory.

L’invasione di campo di Massini spiazza e sorprende: qui non siamo di fronte all’italiano che racconta l’Italia, che si cimenta con i temi che ci vengono riconosciuti come nostri (che so: la mafia o il Rinascimento, la povertà degli anni Cinquanta o la Roma corrotta e decadente). No, la Trilogia Lehman è una grande allegoria dell’American Dream visto attraverso generazioni di immigrati ebrei. È un canto omerico sul ruolo del denaro, dell’industria e della finanza nel lungo Secolo americano. Ed è un inno a New York, centro del mondo. Ma il pubblico rispetta anche la scrupolosa aderenza storica dell’autore italiano. Ogni spettatore che arriva all’Armory trova sul suo sedile un opuscolo con saggi di esperti e ricostruzioni storiche. Una mia vicina di sedile canticchiava sorridendo le stesse melodie yiddish mentre la pianista accompagnava le metamorfosi dei tre strepitosi attori in scena: Simon Russell Beale, Adam Godley, Ben Miles.

I protagonisti di 'The Lehman Trilogy' 

Al piano superiore di questo grandioso edificio ottocentesco di origini militari, successivamente arredato in stile Tiffany, il Wall Street Journal celebra l’evento teatrale con una mostra didattica che aggiunge nuovi dettagli alla saga Lehman. Il tutto accade a pochi isolati da quella Midtown Manhattan dove affluirono reporter dal mondo intero per raccontare in presa diretta il crollo, la bancarotta, le immagini dei dipendenti Lehman ormai disoccupati che uscivano per strada con gli scatoloni di cartone, i pochi effetti personali da portar via dopo la disfatta nel settembre 2008. In quest’intervista Massini racconta la sua sfida, con l’approdo a una piazza teatrale ultra-competitiva, dove lo spettacolo promette il tutto esaurito fino al 20 aprile.

Usa, le ultime ore all'interno di Lehman Brothers: dieci anni fa l'apice della grande crisi


Tutto ha inizio – che data! – l’11 settembre 1844, quando l’ebreo tedesco Henry Lehman sbarca a Ellis Island, partito dalla Baviera. E finisce nel settembre 2008 col crac della banca Lehman, il rischio-contagio che portò l’intera finanza globale sull’orlo del collasso. Dall’umorismo yiddish all’alta finanza dei trader di Wall Street, c’era il rischio che i newyorchesi si ribellassero a questa invasione di campo…
«Riferisco la battuta di un amico newyorchese a Sam Mendes: ci volevano un drammaturgo italiano e un regista di origini portoghesi per raccontare una storia di ebrei tedeschi che immigrano in America, e che finisce con un crollo di Borsa avvenuto a poche fermate di metrò da Broadway… Che dire: è un simbolo del puro meticciato».

Sullo schianto sistemico della finanza globale, iniziato nel 2008 proprio qui, sono state scritte vaste biblioteche; ha ispirato documentari e qualche buon film. Non è rischioso, per un non-economista, tornare sul luogo del delitto dieci anni dopo?
«Respiro e mangio senza essere un medico pneumologo né uno chef. Perché non dovrei occuparmi di economia? La crisi ci ha colpiti tutti, siamo immersi dentro l’economia. Se vado dal medico e lui usa un linguaggio incomprensibile, lo interrompo, e gli chiedo di spiegarmi in parole semplici che cosa ho. Dobbiamo riappropriarci dell’economia: quando è malata, perdiamo il lavoro. Questo spettacolo ha già fatto il giro d’Europa, in altre regie come quella di Luca Ronconi. Abbiamo sentito l’interesse forte in alcuni paesi che furono colpiti duramente dall’ultima crisi: Inghilterra, Spagna, Grecia».

Un momento dello spettacolo 

Un rischio era appiattirsi troppo sul 2008, l’epilogo tragico. Questo The Lehman Trilogy lo evita raccontando una storia lunga 175 anni… inclusa la guerra civile americana. Ma un altro pericolo era ripetere accuse fin troppo note contro i banchieri.
«La narrazione della famiglia Lehman non è un testo biecamente anticapitalista. Nella storia di questa grande famiglia, del suo ruolo nell’industria cotoniera, nella costruzione di una banca, nell’industrializzazione americana dal Novecento all’ultimo dopoguerra, dal cinema di Hollywood all’aviazione, c’è un’epopea umana. L’economia è una delle cose più umane, dal baratto degli uomini preistorici ai nostri giorni. Abbiamo il diritto, ogni tanto, di entusiasmarci».

Le immagini che fanno da sfondo all’epopea Lehman danno le vertigini. C’è tanta New York, a volte sotto angolature inedite. Un atto d’amore per questa città, hanno detto di Lehman Trilogy. Ora, alla luce del successo, si sente compreso e riconosciuto?
«Un vero amore è reciproco. Il mio per New York si percepisce, sono contento che sia corrisposto. Se hai uno sguardo internazionale nella scrittura, il test di questa città è il più impegnativo: il centro del mondo. Non finisce qui. Mi stanno già chiedendo altre storie, altre sceneggiature per Broadway».