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(reuters)

La Guerra di Tripoli

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Haftar bombarda l'aeroporto, fuga dalla città. Serraj: li fermeremo. La preoccupazione dell'Italia, ma il governo non ritira il contingente
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TRIPOLI - La nuova guerra civile di Libia arriva al cuore di Tripoli. Era scoppiata nella notte di mercoledì scorso ma sembrava così lontana dalla realtà da essere impossibile, una vergogna inaccettabile. E invece alla fine arriva per davvero al cuore di Tripoli. Due razzi quasi insignificanti lanciati da un caccia del generale Haftar atterrano su Mitiga, l'unico aeroporto civile della capitale. Non fanno danni. È una piccola operazione militare, ma un grande segnale politico. Anzi quasi un segnale mafioso. Un segnale di guerra, appunto.

Alle 3 del pomeriggio, in questa città che resiste nella sua nevrotica normalità di sopravvivenza, due caccia sorvolano Mitiga. Il piccolo scalo una volta era ai margini delle case, verso Tajura, ma ormai fa parte della distesa di cemento di "Tripoli la bella". In pochi secondi, velocissimi come la comunicazione ai tempi di Internet, i cittadini sanno: su Facebook, su Twitter, su ogni canale tel…
TRIPOLI - La nuova guerra civile di Libia arriva al cuore di Tripoli. Era scoppiata nella notte di mercoledì scorso ma sembrava così lontana dalla realtà da essere impossibile, una vergogna inaccettabile. E invece alla fine arriva per davvero al cuore di Tripoli. Due razzi quasi insignificanti lanciati da un caccia del generale Haftar atterrano su Mitiga, l'unico aeroporto civile della capitale. Non fanno danni. È una piccola operazione militare, ma un grande segnale politico. Anzi quasi un segnale mafioso. Un segnale di guerra, appunto.

Alle 3 del pomeriggio, in questa città che resiste nella sua nevrotica normalità di sopravvivenza, due caccia sorvolano Mitiga. Il piccolo scalo una volta era ai margini delle case, verso Tajura, ma ormai fa parte della distesa di cemento di "Tripoli la bella". In pochi secondi, velocissimi come la comunicazione ai tempi di Internet, i cittadini sanno: su Facebook, su Twitter, su ogni canale televisivo quei due missili portano un messaggio che tutti capiscono. Il generale Haftar bombarda un aeroporto civile trafficato da centinaia di passeggeri per spiegare che lui non cede, il suo progetto va avanti. Nessuna tregua, avanti verso il potere.

La città reagisce come sempre, la vita va avanti, ma questa volta la paura cresce. Due ore dopo all'aeroporto il capitano Mahmoud della polizia di frontiera sorride beffardo, allarga le braccia, "è la vita a Tripoli". Una donna è disperata: spiega una hostess di Libya Wings che partiva con 4 figlie per Istanbul, il marito è già lì per preparare l'operazione delicatissima di una delle figlie, la famiglia è spezzata a metà, chissà quando potranno riunirsi per fuggire insieme dalla guerra.

Sul lungomare di fronte alla base la Tripoli Protection Force ha schierato altre "tecniche", le camionette con le mitragliatrici antiaeree, le canne questa volta puntate verso il cielo. Fino a ieri la guerra non era entrata in città, gli scontri che avranno fatto in tutto una cinquantina di vittime erano lontani.

Le voci di razzi, gli scontri armati vicini al centro, tutte informazioni rimbalzate in maniera poco controllata: nulla era accaduto tra i palazzi, nulla che non fosse lontano dai luoghi e dal cuore dei tripolini. Adesso il segnale è duro e vicino. Gli sfollati sono già 2.500.

Intorno alla città le battaglie che sono scaramucce continuano con un'altalena di informazioni confuse. Ancora scontri al famoso aeroporto internazionale, quello chiuso dal 2014 e che i soldati di Haftar vogliono a tutti i costi per bloccare una via d'accesso da Sud alla città. I soldati di Misurata si preparano a una offensiva massiccia verso Sud, ma ci sono nuovi timori, ovvero che l'arma vincente del generale Haftar possa essere quella dei dollari. Fondi e promesse di "pagherò" perché milizie ancora in bilico passino dalla sua parte. E se questo, per esempio, accadesse proprio a Tripoli sarebbe un disastro.

"Hanno colpito l'aeroporto di Mitiga perché era protetto dalla milizia Rada, e loro sono stati puniti per non essere passati con Haftar", dicono le voci della città, alimentate da una frase del portavoce militare di Haftar. Rada è una potente milizia guidata da un predicatore salafita; in questi giorni è stata inserita ancora meglio da Serraj e dal ministro dell'Interno Bishaga nel dispositivo di protezione.

Sono stati i soldati di Rada a riprendere l'aeroporto internazionale, e sono loro che controllano Mitiga e il carcere lì accanto, pieno come un uovo di terroristi dell'Isis arrestati nel 2016 a Sirte. Rada per ora non ha tradito, non ha sentito il richiamo delle altre milizie salafite che nell'Est combattono per Haftar. Ma nei prossimi giorni ci si può aspettare di tutto.

L'attacco all'aeroporto accelera una frenesia diplomatica velocissima. Che i libici vivono in diretta come fosse un reality show. Ne discutono fra di loro nei negozi, nei mercati, negli uffici. L'Italia rimane amata, ma sembra debole e poco decisa. In mattinata il presidente Serraj riceve l'ambasciatore Giuseppe Buccino, che gli porta la solidarietà del premier Giuseppe Conte. Roma fa di più, decide di non chiudere l'ospedale da campo di Misurata gestito e protetto da 300 militari. E di non ritirare la nave appoggio "Capri" che rimane ormeggiata nel proto di Tripoli per aiutare la marina libica.

Ma anche un'altra coraggiosa ambasciatrice, la francese Beatrice du Hellen, è rimasta a Tripoli. Non è ritornata a Tunisi, dove risiede, dopo le critiche del presidente Serraj a Macron. Incontra il ministro Bishaga per discutere di quella che per Tripoli è la posizione ambigua di Parigi, ancora troppo vicina ad Haftar. La Francia però dopo l'attacco all'aeroporto evidentemente capisce che il gioco si sta facendo troppo pericoloso, il presidente Macron chiama Serraj al telefono, gli fa sapere che condanna quell'attacco aereo a un aeroporto civile. Vedremo se Italia e Francia insieme lavoreranno per fermare Haftar.

Un altro "aggiustamento" i tripolini lo vedono nelle mosse dell'America di Donald Trump. Sui telefonini girano le immagini di quell'hovercraft che due giorni fa è partito dalla spiaggia di Palm City, portandosi dietro quasi tutti gli ultimi militari e diplomatici rimasti a Tripoli. Come l'elicottero di Saigon, Vietnam 1975. Sembra una "fuga" di precauzione, viene interpretata come un via libera ad Haftar.

E allora il Segretario di Stato Mike Pompeo interviene con un comunicato, dice che gli Stati Uniti sono contrari all'offensiva di Haftar, chiedono "la fine immediata di queste attività militari". Pompeo dice: "Vogliamo tornare ai negoziati politici con la mediazione dell'Onu, la soluzione politica è l'unico modo per unire il Paese e fornire un piano per la sicurezza, la stabilità e la prosperità di tutti i libici".