GERUSALEMME - Di fronte alla scuola di Bayit Vagan, nella zona Sudoccidentale di Gerusalemme, Benjamin Yehoshua, 22 anni, non ha dubbi. All'apertura dei seggi è stato fra i primi a votare: "Otsma Yeudith" risponde quando gli si chiede chi abbia scelto. Far notare che si tratta di un partito razzista, che invoca la cacciata degli arabi non serve a niente. "Facciamo quello che ci dice la Torah. Se la Torah dice di cacciare gli arabi non discutiamo", risponde.
Da queste parti a pensarla come lui sono parecchi. Poco importa che gli arabi di cui Benjamin e i suoi amici parlano con tanto disprezzo abitino a pochi chilometri da qui: ai ragazzi basterebbe salire sulla metropolitana di superficie che si ferma alle spalle della scuola per vederli e provare a capirli ma non hanno intenzione di farlo.
Ed è un peccato perché se invece si vuole comprendere il voto in Israele, un giro sulla Light rail, il trenino che collega le diverse aree della Citt&a…
Da queste parti a pensarla come lui sono parecchi. Poco importa che gli arabi di cui Benjamin e i suoi amici parlano con tanto disprezzo abitino a pochi chilometri da qui: ai ragazzi basterebbe salire sulla metropolitana di superficie che si ferma alle spalle della scuola per vederli e provare a capirli ma non hanno intenzione di farlo.
Ed è un peccato perché se invece si vuole comprendere il voto in Israele, un giro sulla Light rail, il trenino che collega le diverse aree della Citt&a…
GERUSALEMME - Di fronte alla scuola di Bayit Vagan, nella zona Sudoccidentale di Gerusalemme, Benjamin Yehoshua, 22 anni, non ha dubbi. All'apertura dei seggi è stato fra i primi a votare: "Otsma Yeudith" risponde quando gli si chiede chi abbia scelto. Far notare che si tratta di un partito razzista, che invoca la cacciata degli arabi non serve a niente. "Facciamo quello che ci dice la Torah. Se la Torah dice di cacciare gli arabi non discutiamo", risponde.
Da queste parti a pensarla come lui sono parecchi. Poco importa che gli arabi di cui Benjamin e i suoi amici parlano con tanto disprezzo abitino a pochi chilometri da qui: ai ragazzi basterebbe salire sulla metropolitana di superficie che si ferma alle spalle della scuola per vederli e provare a capirli ma non hanno intenzione di farlo.
Ed è un peccato perché se invece si vuole comprendere il voto in Israele, un giro sulla Light rail, il trenino che collega le diverse aree della Città santa, è molto istruttivo. Viaggiare su questi vagoni è viaggiare nel cuore della questione israelo-palestinese, nelle diverse anime della società israeliana, nella rabbia e nella rassegnazione degli arabi di Gerusalemme. Se in ogni città infatti, la zona in cui si vive è anche segno di appartenenza sociale e politica, in pochi altri luoghi la divisione è così estrema: interi quartieri sono off limits per chi non appartiene a una determinata religione o addirittura a una a setta di quella stessa religione.
Oltre la porta di Damasco, ingresso della parte araba della città in cui è nato e vive, 20 minuti da casa, Benjamin non è mai andato.
A sette fermate da dove abita il ragazzo c'è Mahane Yehuda, il mercato più famoso di Gerusalemme: qui Netanyahu ha una delle sue roccaforti. Fra questi banchi ha chiuso la campagna: "Bibi è Israele. Gli altri regaleranno le nostre terre agli arabi. Solo lui può garantire la sicurezza", dice Assi mentre serve frutta con indosso una maglietta del Likud. Se si prova a obiettare che di sicurezza anche lo sfidante Benny Gantz, ex Capo di Stato maggiore, ne sa qualcosa, è sprezzante. "È buono solo per quelli di Tel Aviv". A poca distanza da lui c'è Chen Shaler, 22 anni, barista in un chiosco di cocktail. Non è di Tel Aviv, ma di Gerusalemme: eppure ha votato Gantz. "Voglio un Paese migliore, diverso", afferma.
Tanti giovani la pensano come lei, anche se il cambiamento ha facce diverse: Jaffa-Center è la fermata che incrocia Ben Yehuda street, dove negli ultimi anni sono fioriti negozi alla moda e ristoranti. È una zona piena di ragazzi e a farla da padrone è Zehut, il partito di Moshe Feiglin, l'uomo che sogna di ricostruire il Terzo Tempio ma si presenta come quello che vuole liberalizzare la marijuana. Rotem Klein, insegnante di 28 anni, lo sostiene: "Saremo l'ago della bilancia. Entreremo nel governo solo con chi ci garantirà la liberalizzazione della marijuana", dice. Come se questo fosse il Colorado o l'Oregon e non un Paese costantemente sull'orlo di una guerra.
Bastano due fermate per mettere a fuoco: si scende alla porta di Damasco, si entra nella città araba e si scopre che è un giorno come gli altri: nessun seggio, nessun manifesto elettorale. Qui vive buona parte dei 220mila arabi di Gerusalemme, che alle elezioni politiche non hanno diritto di voto perché, essendo residenti nelle zone occupate nel 1967, non hanno la cittadinanza. "Se anche potessi, non andrei - dice Mohammad Julani, gestore di un negozio di abbigliamento. Gli israeliani parlano di pace ma non la vogliono. Chiunque vinca non farà nessuna differenza".
Il negozio è a poca distanza dalla vecchia linea verde, quella che prima del 1967 divideva Israele dalla Cisgiordania.
Oggi dove c'era il confine corrono i binari della metro. A destra la zona araba, a sinistra Meit Shalev, il quartiere degli ebrei haredim, i più conservatori fra gli ultraortodossi, quelli che non riconoscono altra legge se non quella di Dio. E dunque non votano. Fare domande è inutile: con i loro grandi cappelli neri e i riccioli sulle orecchie gli haredim alle donne non parlano.
La ex Linea verde è una zona di tensioni e per questo i controlli sono più intensi che altrove. Ma oggi è il treno corre tranquillo fino al capolinea di Pisgat Zeev, insediamento nella parte occupata nel 1967, un altro dei feudi del Likud: "Con Bibi siamo sicuri. È uno statista. Sa come proteggerci. Gli altri sono pronti a venderci agli arabi", dice Rachel Biton, da 20 anni residente qui. Una frase che dà il segno della paura e della tensione che hanno segnato la campagna elettorale. E che comunque vada non scompariranno.
Da queste parti a pensarla come lui sono parecchi. Poco importa che gli arabi di cui Benjamin e i suoi amici parlano con tanto disprezzo abitino a pochi chilometri da qui: ai ragazzi basterebbe salire sulla metropolitana di superficie che si ferma alle spalle della scuola per vederli e provare a capirli ma non hanno intenzione di farlo.
Ed è un peccato perché se invece si vuole comprendere il voto in Israele, un giro sulla Light rail, il trenino che collega le diverse aree della Città santa, è molto istruttivo. Viaggiare su questi vagoni è viaggiare nel cuore della questione israelo-palestinese, nelle diverse anime della società israeliana, nella rabbia e nella rassegnazione degli arabi di Gerusalemme. Se in ogni città infatti, la zona in cui si vive è anche segno di appartenenza sociale e politica, in pochi altri luoghi la divisione è così estrema: interi quartieri sono off limits per chi non appartiene a una determinata religione o addirittura a una a setta di quella stessa religione.
Oltre la porta di Damasco, ingresso della parte araba della città in cui è nato e vive, 20 minuti da casa, Benjamin non è mai andato.
A sette fermate da dove abita il ragazzo c'è Mahane Yehuda, il mercato più famoso di Gerusalemme: qui Netanyahu ha una delle sue roccaforti. Fra questi banchi ha chiuso la campagna: "Bibi è Israele. Gli altri regaleranno le nostre terre agli arabi. Solo lui può garantire la sicurezza", dice Assi mentre serve frutta con indosso una maglietta del Likud. Se si prova a obiettare che di sicurezza anche lo sfidante Benny Gantz, ex Capo di Stato maggiore, ne sa qualcosa, è sprezzante. "È buono solo per quelli di Tel Aviv". A poca distanza da lui c'è Chen Shaler, 22 anni, barista in un chiosco di cocktail. Non è di Tel Aviv, ma di Gerusalemme: eppure ha votato Gantz. "Voglio un Paese migliore, diverso", afferma.
Tanti giovani la pensano come lei, anche se il cambiamento ha facce diverse: Jaffa-Center è la fermata che incrocia Ben Yehuda street, dove negli ultimi anni sono fioriti negozi alla moda e ristoranti. È una zona piena di ragazzi e a farla da padrone è Zehut, il partito di Moshe Feiglin, l'uomo che sogna di ricostruire il Terzo Tempio ma si presenta come quello che vuole liberalizzare la marijuana. Rotem Klein, insegnante di 28 anni, lo sostiene: "Saremo l'ago della bilancia. Entreremo nel governo solo con chi ci garantirà la liberalizzazione della marijuana", dice. Come se questo fosse il Colorado o l'Oregon e non un Paese costantemente sull'orlo di una guerra.
Bastano due fermate per mettere a fuoco: si scende alla porta di Damasco, si entra nella città araba e si scopre che è un giorno come gli altri: nessun seggio, nessun manifesto elettorale. Qui vive buona parte dei 220mila arabi di Gerusalemme, che alle elezioni politiche non hanno diritto di voto perché, essendo residenti nelle zone occupate nel 1967, non hanno la cittadinanza. "Se anche potessi, non andrei - dice Mohammad Julani, gestore di un negozio di abbigliamento. Gli israeliani parlano di pace ma non la vogliono. Chiunque vinca non farà nessuna differenza".
Il negozio è a poca distanza dalla vecchia linea verde, quella che prima del 1967 divideva Israele dalla Cisgiordania.
Oggi dove c'era il confine corrono i binari della metro. A destra la zona araba, a sinistra Meit Shalev, il quartiere degli ebrei haredim, i più conservatori fra gli ultraortodossi, quelli che non riconoscono altra legge se non quella di Dio. E dunque non votano. Fare domande è inutile: con i loro grandi cappelli neri e i riccioli sulle orecchie gli haredim alle donne non parlano.
La ex Linea verde è una zona di tensioni e per questo i controlli sono più intensi che altrove. Ma oggi è il treno corre tranquillo fino al capolinea di Pisgat Zeev, insediamento nella parte occupata nel 1967, un altro dei feudi del Likud: "Con Bibi siamo sicuri. È uno statista. Sa come proteggerci. Gli altri sono pronti a venderci agli arabi", dice Rachel Biton, da 20 anni residente qui. Una frase che dà il segno della paura e della tensione che hanno segnato la campagna elettorale. E che comunque vada non scompariranno.