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Il metodo Csi applicato alla letteratura

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Casi riaperti / Un italiano, Pier Giorgio Righetti, e un israeliano, Gleb Zilberstein, analizzano i manoscritti di grandi autori a caccia di indizi e "cold case". Ecco che cosa ci raccontano su Casanova, Bulgakov e Orwell. E su Leonardo...
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Si prende il metodo deduttivo di Sherlock Holmes, ci si innesta la tecnologia degli esperti forensi di Csi, si innaffia di spirito anticonformista: la pianta degli esperimenti scientifici creativi è pronta a germogliare. Ma perché fiorisca, bisogna che sia coltivata con fantasia da studiosi poco ortodossi. Meglio ancora se in coppia, così da compensare l'uno i limiti dell'altro e tenere ben viva la verve creativa. Così fra Gleb Zilberstein e Pier Giorgio Righetti non si sa quale sia Holmes e quale il dottor Watson. L'italiano, da gentleman d'altri tempi, indica il collega israeliano come quello dotato di talento, anche se poi ammette che senza il suo aiuto ci sarebbe meno rigore nell'esposizione degli studi e nella loro diffusione, non solo sulle riviste scientifiche ma anche sui media. Il meccanismo è rodato: si lavora sui documenti legati a celebrità universali, e le sorprese non mancano mai. L'ultima ricerca della co…
Si prende il metodo deduttivo di Sherlock Holmes, ci si innesta la tecnologia degli esperti forensi di Csi, si innaffia di spirito anticonformista: la pianta degli esperimenti scientifici creativi è pronta a germogliare. Ma perché fiorisca, bisogna che sia coltivata con fantasia da studiosi poco ortodossi. Meglio ancora se in coppia, così da compensare l'uno i limiti dell'altro e tenere ben viva la verve creativa. Così fra Gleb Zilberstein e Pier Giorgio Righetti non si sa quale sia Holmes e quale il dottor Watson. L'italiano, da gentleman d'altri tempi, indica il collega israeliano come quello dotato di talento, anche se poi ammette che senza il suo aiuto ci sarebbe meno rigore nell'esposizione degli studi e nella loro diffusione, non solo sulle riviste scientifiche ma anche sui media. Il meccanismo è rodato: si lavora sui documenti legati a celebrità universali, e le sorprese non mancano mai. L'ultima ricerca della coppia di studiosi arriva a contestare persino il mito delle malattie veneree di cui Giacomo Casanova si lamentava nelle sue Memorie. Il grande seduttore sottolineava quasi con orgoglio di aver contratto la prima infezione già a 12 anni. Ma l'esame del manoscritto redatto nel castello del duca di Boemia tra il 1789 e il 1798 e oggi conservato nella Bibliothèque nationale de France, a Parigi, ha rivelato che il conquistatore di almeno 122 donne forse era già guarito, ma continuava a esagerare intenzionalmente le sofferenze provocate dalla sua gonorrea proprio per alimentare l'immagine di donnaiolo impenitente. Sulle pagine del diario c'erano tracce di streptococchi, a suggerire che lo scrittore aveva probabilmente un'infezione orale o nasale, ma anche puntini rossi che si sono rivelati solfuro di mercurio, sostanza che ai tempi veniva usata per trattare le malattie veneree. Quanto ai batteri della gonorrea, non ce n'era traccia.

La tecnica sviluppata dai due scienziati investigatori è particolarmente innovativa perché prevede la "cattura" di sostanze proteiche dai documenti storici senza richiederne il danneggiamento. Il segreto delle analisi firmate Zilberstein & Righetti è quello dei "cerotti", specie di foglietti ottenuti da scaglie di plastica inerte a cui si aggiungono in fusione microsfere di resina a scambio ionico e altre idrofobiche. In parole povere, sintetizza l'italiano, questi cerottini umidificano minimamente la superficie senza bagnarla, e le microsfere attive ne "prelevano" le particelle biologiche depositate, come batteri, virus, metaboliti.

In passato il metodo ha permesso di individuare le prove di problemi renali e uso di morfina sul manoscritto originale di Bulgakov, Il maestro e Margherita. Nelle lettere di George Orwell c'erano le prove che lo scrittore si era ammalato di Tbc in Spagna, gli stessi batteri sono stati ritrovati in una camicia indossata da Cecov. Fra i successi più celebrati c'è stato l'esame dei registri dei morti nel lazzaretto di Milano, che ha permesso di chiarire l'origine della peste del 1630 e rintracciare 17 diverse proteine del batterio Yersinia Pestis, ma anche di rivelare che accanto alla peste era diffuso anche il carbonchio. Ma se a Watson-Righetti il parallelo con gli investigatori creati da sir Arthur Conan Doyle sembra divertente, al punto che la presentazione dell'intervento sul metodo alla Bicocca, nel giugno prossimo, si intitola "Quel che Sherlock si è perso", Zilberstein-Holmes sembra meno convinto: "I detective di norma lavorano per chi li assolda, gli scienziati invece per far avanzare la scienza e ottenere nuove conoscenze. E noi non siamo stati assoldati da nessuno. Il nostro è volontariato, un tentativo di trovare nuovi strumenti per l'umanità e nuovi oggetti di analisi scientifica".

La molla di partenza è sempre la curiosità, che lo studioso israeliano definisce "una delle spinte principali nel mondo della scienza". E pazienza se l'attenzione a questi livelli può sfiorare una venatura di voyeurismo, o magari una tentazione quasi iconoclasta, la voglia di sbugiardare i miti del passato. "Ho tentato di contattare Tinto Brass e di fargli conoscere il nostro lavoro", dice Zilberstein: "Lui si considera un voyeur. Ma non era interessato. Vuol dire che questo non è voyeurismo, dunque noi non siamo voyeur della storia. Quanto alla distruzione dei miti, è uno studio sociale serio. Io mi considero piuttosto un visitatore del museo globale con nuove capacità sensoriali. Cammino nelle gallerie di questo museo con strumenti che permettono di vedere i dettagli nascosti". I veli da togliere al passato sono infiniti, ma l'energia non manca. Il prelievo è già stato fatto, ma è ancora da analizzare su tesori dell'antichità come i rotoli del Mar Morto, vecchie edizioni della Bibbia, e persino la Donna nuda attribuita alla scuola di Leonardo, conservata all'Hermitage. Quando i curatori di San Pietroburgo hanno dato via libera ai due studiosi, i "cerottini" applicati sulla superficie del dipinto hanno diffuso "un profumo come di foresta primaverile dopo la pioggia": da questo si potrebbe ricostruire la miscela usata per i colori. È come la formula segreta della Coca-Cola, dice Zilberstein, solo che stavolta il creatore si chiamava Leonardo da Vinci.