Due portaerei degli Stati Uniti nel Mediterraneo, un segnale per Mosca
Giampaolo Cadalanu , di GIAMPAOLO CADALANUWashington ha fatto salire sull'ammiraglia anche l'ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman jr, che ha definito la squadra navale "200mila tonnellate di diplomazia"
Due portaerei di classe Nimitz con la squadra navale nel Mediterraneo: la scelta del Pentagono, ampiamente pubblicizzata sui giornali militari e sulle tv americane, dovrebbe essere quella di "mostrare i muscoli" alla Russia. La Uss Abraham Lincoln e la Uss John C. Stennis affiancate costituiscono un potenza mobile che sul Mare nostrum non si era dispiegata dal 2016, quando erano sfilate la Uss Dwight D. Eisenhower e la Uss Harry S. Truman: sono oltre 130 aerei, dieci navi, novemila fra marinai e marines.
Per chiarire meglio quale sia lo scopo dello schieramento, con una scelta inusuale, Washington ha fatto salire sull'ammiraglia anche l'ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman jr. Contrariamente ad altri rappresentanti della diplomazia Usa, Huntsman è un politico di rango, ex governatore dello Utah e pezzo da novanta nel partito repubblicano, apprezzato anche dai democratici. L'ambasciatore ha voluto sottolineare che la squadra navale "di f…
Per chiarire meglio quale sia lo scopo dello schieramento, con una scelta inusuale, Washington ha fatto salire sull'ammiraglia anche l'ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman jr. Contrariamente ad altri rappresentanti della diplomazia Usa, Huntsman è un politico di rango, ex governatore dello Utah e pezzo da novanta nel partito repubblicano, apprezzato anche dai democratici. L'ambasciatore ha voluto sottolineare che la squadra navale "di f…
Due portaerei di classe Nimitz con la squadra navale nel Mediterraneo: la scelta del Pentagono, ampiamente pubblicizzata sui giornali militari e sulle tv americane, dovrebbe essere quella di "mostrare i muscoli" alla Russia. La Uss Abraham Lincoln e la Uss John C. Stennis affiancate costituiscono un potenza mobile che sul Mare nostrum non si era dispiegata dal 2016, quando erano sfilate la Uss Dwight D. Eisenhower e la Uss Harry S. Truman: sono oltre 130 aerei, dieci navi, novemila fra marinai e marines.
Per chiarire meglio quale sia lo scopo dello schieramento, con una scelta inusuale, Washington ha fatto salire sull'ammiraglia anche l'ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman jr. Contrariamente ad altri rappresentanti della diplomazia Usa, Huntsman è un politico di rango, ex governatore dello Utah e pezzo da novanta nel partito repubblicano, apprezzato anche dai democratici. L'ambasciatore ha voluto sottolineare che la squadra navale "di fatto sono 200 mila tonnellate di diplomazia che incrociano nel Mediterraneo, quella che io chiamo diplomazia avanzata".
Per Huntsman, affiancare le dimostrazioni di forza al dialogo "serve a dimostrare alla Russia che se cerca un rapporto migliore con gli Usa, deve interrompere le sue attività di destabilizzazione nel mondo". L'ammiraglio James Foggo III, comandante delle forze navali Usa in Africa ed Europa, ha voluto sottolineare che le due squadre navali combinate "forniscono un deterrente senza precedenti contro aggressioni unilaterali".
E' vero che Mosca negli ultimi tempi ha mostrato un dinamismo insolito nell'area mediterranea, ricostruendosi un ruolo importante anche in Medio Oriente - l'intervento dell'Armata Russa è stato decisivo nella guerra civile in Siria e significativo anche nelle operazioni contro lo Stato Islamico - e profilandosi anche con un ruolo di mediazione, quando necessario, sfruttando con grande abilità le differenze di visione fra la Turchia e gli alleati della Nato e aprendo nuovi canali di comunicazione anche con Israele.
Dall'altra parte dell'Atlantico, invece, l'amministrazione americana sembra ancora divisa fra due opzioni che si escludono a vicenda. La prima, che è cara a Donald Trump, vede gli Stati Uniti limitare al massimo gli interventi militari diretti, cercando piuttosto di coinvolgere i Paesi alleati nelle zone di instabilità ed evitando nuove avventure, in un momento che vede l'apparato delle Forze armate impegnato in mezzo mondo, con margini sempre più ridotti. La seconda, che invece sembra stare a cuore agli Stati maggiori, considera il contenimento di ogni ambizione russa come priorità assoluta, anche in aree il cui interesse strategico non è immediato per gli Stati Uniti.
Per questo è difficile sfuggire all'impressione che l'impressionante schieramento di potenza sul Mediterraneo sia di fatto una soddisfazione concessa dalla Casa Bianca ai generali: l'opportunità di mostrare la bandiera, ma in un contesto che al momento non prevede escalation militari possibili, a meno di voler considerare in avvicinamento la Terza guerra mondiale, ipotesi che per fortuna appare del tutto improbabile.
Per chiarire meglio quale sia lo scopo dello schieramento, con una scelta inusuale, Washington ha fatto salire sull'ammiraglia anche l'ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman jr. Contrariamente ad altri rappresentanti della diplomazia Usa, Huntsman è un politico di rango, ex governatore dello Utah e pezzo da novanta nel partito repubblicano, apprezzato anche dai democratici. L'ambasciatore ha voluto sottolineare che la squadra navale "di fatto sono 200 mila tonnellate di diplomazia che incrociano nel Mediterraneo, quella che io chiamo diplomazia avanzata".
Per Huntsman, affiancare le dimostrazioni di forza al dialogo "serve a dimostrare alla Russia che se cerca un rapporto migliore con gli Usa, deve interrompere le sue attività di destabilizzazione nel mondo". L'ammiraglio James Foggo III, comandante delle forze navali Usa in Africa ed Europa, ha voluto sottolineare che le due squadre navali combinate "forniscono un deterrente senza precedenti contro aggressioni unilaterali".
E' vero che Mosca negli ultimi tempi ha mostrato un dinamismo insolito nell'area mediterranea, ricostruendosi un ruolo importante anche in Medio Oriente - l'intervento dell'Armata Russa è stato decisivo nella guerra civile in Siria e significativo anche nelle operazioni contro lo Stato Islamico - e profilandosi anche con un ruolo di mediazione, quando necessario, sfruttando con grande abilità le differenze di visione fra la Turchia e gli alleati della Nato e aprendo nuovi canali di comunicazione anche con Israele.
Dall'altra parte dell'Atlantico, invece, l'amministrazione americana sembra ancora divisa fra due opzioni che si escludono a vicenda. La prima, che è cara a Donald Trump, vede gli Stati Uniti limitare al massimo gli interventi militari diretti, cercando piuttosto di coinvolgere i Paesi alleati nelle zone di instabilità ed evitando nuove avventure, in un momento che vede l'apparato delle Forze armate impegnato in mezzo mondo, con margini sempre più ridotti. La seconda, che invece sembra stare a cuore agli Stati maggiori, considera il contenimento di ogni ambizione russa come priorità assoluta, anche in aree il cui interesse strategico non è immediato per gli Stati Uniti.
Per questo è difficile sfuggire all'impressione che l'impressionante schieramento di potenza sul Mediterraneo sia di fatto una soddisfazione concessa dalla Casa Bianca ai generali: l'opportunità di mostrare la bandiera, ma in un contesto che al momento non prevede escalation militari possibili, a meno di voler considerare in avvicinamento la Terza guerra mondiale, ipotesi che per fortuna appare del tutto improbabile.