Esteri

Vincitori e vinti, i leader delle elezioni spagnole

(ansa)
Dal capo del governo uscente al trascinatore di Vox, ecco chi sono i 5 protagonisti
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Pedro Sánchez

Il premier "resistente" che in dieci mesi ha rigenerato il partito

Il suo "Manuale di resistenza", dato alle stampe pochi mesi fa, dice tutto della capacità di Pedro Sánchez - uscito nettamente vincitore da queste elezioni - di rigenerarsi e superare le difficoltà che a volte, in politica, possono stroncare una carriera sul nascere. Non è successo così all'economista madrileno arrivato a sorpresa alla ribalta con l'elezione alla segreteria generale del Psoe nel 2014 attraverso le primarie in cui sconfisse il candidato appoggiato dall'apparato. Troppo progressista però, in quel momento, la sua linea che dava fastidio a parecchi dirigenti del partito che guardavano al centro. Da qui il fallimento del suo primo tentativo di conquistare la presidenza del governo: ai suoi non piaceva che ammiccasse a Podemos e che mantenesse aperto il dialogo con i nazionalisti catalani. Poco dopo lo misero alla porta, costringendolo a presentare le dimissioni dalla segreteria. Ma pochi mesi dopo, Sánchez si prese la rivincita imponendosi ancora una volta alle primarie. Il partito era in grave crisi ma il vento è cambiato dal momento in cui il leader socialista è riuscito a conquistare finalmente - dieci mesi fa - la guida dell'esecutivo grazie a una mozione di censura contro Mariano Rajoy. In pochi mesi il Psoe è volato in testa nei sondaggi, raddoppiando i consensi. E la mano tesa verso l'altra sinistra, quella di Podemos, ha smesso di essere un problema anche all'interno del suo partito.
Il leader del Partito socialista Pedro Sánchez (ansa)

Santiago Abascal

L'ascesa spregiudicata del basco che punta su patria e tradizione

Si dice che i suoi ex compagni di partito del Pp fossero preoccupati da tempo, già molto prima che Vox - nato nel 2013 proprio da una costola della formazione storica della destra - prendesse il volo con l'exploit delle regionali andaluse del dicembre scorso, confermato solo in minima parte dal risultato delle politiche. Lo erano perché conoscevano la spregiudicatezza di Santiago Abascal che loro stessi avevano emarginato dopo quasi vent'anni di militanza in cui aveva ottenuto, come punto massimo, un seggio al Parlamento basco. Già allora cominciava a criticare la politica dei popolari verso i migranti, oltre all'arrendevolezza su temi come aborto e matrimoni gay. Questioni che sono la spina dorsale del programma, infarcito di appelli al patriottismo e alla tradizione. La sua difesa del franchismo non è mai esplicita, ma i nostalgici si identificano nella proposta di spazzare via la legge sulla memoria storica. L'elemento sorprendente della sua ascesa è stato la sua capacità di presentarsi come l'uomo del cambiamento pur essendo stato un frequentatore delle stanze della politica.
 Santiago Abascal (Vox) (afp)

Pablo Iglesias

Un ritorno (pacato) alle origini per il rivoluzionario pacifista

Aveva puntato troppo in alto, prospettando il sogno romantico di un "assalto al cielo". Ma ora Pablo Iglesias ha dovuto ridimensionare le speranze di pacifica rivoluzione alimentate dall'inatteso boom di Podemos, partito nato nel 2014 sull'onda degli indignados. Più moderata la linea e meno esigenti le pretese che, tre anni fa, avevano segnato l'inizio del calo di consensi. Fu il suo no a impedire a Sánchez di formare un governo. Il risultato fu una legislatura abortita in soli sei mesi e il ritorno alle urne che permise alla destra di restare al governo, mentre Podemos perdeva un milione di voti. Da qui l'appoggio al breve esecutivo di Sánchez. Nel frattempo ha perso il suo braccio destro, Íñigo Errejón, e anche la fiducia di un buon numero di seguaci della prima ora, anche per la vicenda dell'acquisto (con la compagna Irene Montero, numero due del partito), di una villetta con piscina. Nel tentativo di risalire la china, c'è stato un ritorno alle origini, almeno nello spirito, se non nei toni: più istituzionali, senza rinunciare a riforme economiche e sociali per i più umili. Una scelta che in parte ha pagato.
 Pablo Iglesias (Unidas Podemos) (afp)

Pablo Casado

La virata a destra del giovane che ha affossato i popolari

In nove mesi dall'ascesa alla guida del Pp - sconfisse alle primarie l'ex numero due del partito e del governo, Soraya Sáenz de Santamaría - Pablo Casado (Palencia, 38 anni) ha impresso alla formazione storica della destra una rapida svolta in senso conservatore, rivelatasi alla fine fallimentare. Allievo prediletto dell'ex premier Aznar, che non a caso oggi torna nel ruolo di grande suggeritore, Casado ha smontato pezzo per pezzo la struttura di un partito controllato per 14 anni dal suo predecessore Rajoy. E mentre inseriva persone di sua stretta fiducia, spostava anche l'asse ideologico e programmatico. Così il Pp che, da partito con un'impronta governativa, aveva scelto storicamente una linea moderata per attrarre l'elettorato di centro, si è ritrovato sull'ala estrema dello spettro politico. In diretta concorrenza con la forza emergente di Vox. E anche nel corso di questa campagna elettorale, Casado ha usato toni radicali contro il premier Sánchez. In extremis, ha detto candidamente di non aver problemi ad ammettere in un suo eventuale governo ministri dell'ultradestra di Vox.
 Pablo Casado (Partito Popolare) (reuters)

Albert Rivera

Il lato "da cattivo" del catalano nemico dei nazionalisti

I sogni di gloria di Albert Rivera si sono ridimensionati all’improvviso il 1° giugno dello scorso anno. Nei mesi precedenti, tutti i sondaggi indicavano un’ascesa dirompente di Ciudadanos, il partito da lui fondato nel 2006 come forza politica regionale anti-nazionalista in Catalogna. Il popolo della destra sceglieva Rivera come risposta alla corruzione nel Partito Popolare al governo. Eppure, il giorno in cui il Parlamento votò la censura al premier (proprio perché il Pp era stato condannato per corruzione), il leader “arancione” decise con una mossa suicida di schierarsi con Rajoy, poi sconfitto e sloggiato dalla Moncloa. Così, indietro in tutti i sondaggi, in queste settimane ha sfoderato il suo lato più duro. Una scelta in parte punita dagli elettori. Ha prospettato un “cordone sanitario” intorno ai socialisti, colpevoli a suo dire di voler scendere a patti con gli indipendentisti catalani. Una svolta che l’ha gettato tra le braccia delle destre e che ha creato perplessità anche tra i seguaci, preoccupati dal fatto che l’elettorato più conservatore potesse preferire l’originale alla copia: il Pp ma, soprattutto, i nuovi di Vox.
 Albert Rivera (Ciudadanos) (ap)