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(afp)

Le ragazze di Khartoum

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Da dicembre migliaia di persone sono in piazza per chiedere democrazia. In fila moltissime donne, cuoche, infermiere, organizzatrici. La cacciata del dittatore Bashir non basta: ora il nemico sono i militari
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KHARTOUM. Alla farmacia del sit-in, gli attivisti di Khartoum si rivolgono alla dottoressa Riat con cortesia, parlando sottovoce, anche perché nella tenda dell’ospedale da campo il suono dei tamburi e delle percussioni sulle ringhiere arriva soffuso. La farmacista volontaria distribuisce pillole e cerotti con il sorriso sulle labbra, il velo celeste immacolato nonostante la polvere. Quello che i militanti pensano, sulla presenza delle donne, Riat l’ha capito alla manifestazione del 31 dicembre: «Quando gli agenti della sicurezza hanno cominciato a sparare, ero fra i più esposti. All’improvviso mi sono trovata davanti un ragazzo che non conoscevo, era venuto a farmi scudo con il suo corpo. L’ho cercato per ringraziarlo, ma non l’ho più visto».

Nel campus universitario occupato, vicino al quartier generale della Difesa, il sit-in della società civile va avanti dall’inizio di aprile. Oltre 25mila attivisti sono …
KHARTOUM. Alla farmacia del sit-in, gli attivisti di Khartoum si rivolgono alla dottoressa Riat con cortesia, parlando sottovoce, anche perché nella tenda dell’ospedale da campo il suono dei tamburi e delle percussioni sulle ringhiere arriva soffuso. La farmacista volontaria distribuisce pillole e cerotti con il sorriso sulle labbra, il velo celeste immacolato nonostante la polvere. Quello che i militanti pensano, sulla presenza delle donne, Riat l’ha capito alla manifestazione del 31 dicembre: «Quando gli agenti della sicurezza hanno cominciato a sparare, ero fra i più esposti. All’improvviso mi sono trovata davanti un ragazzo che non conoscevo, era venuto a farmi scudo con il suo corpo. L’ho cercato per ringraziarlo, ma non l’ho più visto».

Nel campus universitario occupato, vicino al quartier generale della Difesa, il sit-in della società civile va avanti dall’inizio di aprile. Oltre 25mila attivisti sono accampati qui, per chiedere ai militari di farsi da parte dopo la deposizione di Omar al Bashir. In questa piccola città rivoluzionaria uomini e donne si dividono alla fila per la perquisizione, e naturalmente nelle stanze dedicate al riposo, durante le ore di sole, quando non c’è spazio per grandi attività, tra i 43 gradi all’ombra e il digiuno del Ramadan. Poi si mescolano senza problemi. Ma basta uno sguardo ai crocchi di persone sotto i lampioni per capire che in Sudan la rivoluzione è donna.

Sara Isam, responsabile della Sanità del sit-in, sottolinea che su undici comitati di gestione sette sono guidati da donne. Anche gli uomini sono d’accordo: fra i dimostranti di Khartoum il grido ritmato delle attiviste è diventato un incitamento per i momenti più difficili. «Serve a ricordarci che se le ragazze sono in prima fila, noi dobbiamo essere all’altezza», dice Munif, attivista del Media Center. E le giovani non si tirano indietro: come ricorda citando una poesia di Mohamed Taha Algadal la quindicenne Samah Rahama: «Non sono le pallottole a uccidere, è il silenzio».

Lo avevano capito anche i paramilitari leali al vecchio regime, frange delle Rapid Support Forces che Omar al Bashir aveva fatto tornare dalle regioni strategiche come il Darfur per trasformarle in Guardia presidenziale. All’inizio della rivolta, in dicembre, gli ufficiali avevano dato ordini precisi: bisognava spaventare le donne, per far sparire anche gli uomini. Racconta Fatma, 32enne madre di due bambini: «Dopo un corteo, gli agenti dei servizi hanno arrestato tutti. Io ero nascosta in una casa vicina, sotto il letto. Uno di loro mi ha trovato, ha cominciato a strapparmi i vestiti. Voleva violentarmi. Mi ha salvato l’arrivo della padrona di casa, che ha detto: è mia figlia, lasciala stare».

La minaccia degli stupri non è bastata a fermare la ribellione. Al Bashir è stato deposto, ma anche i generali che hanno preso il potere hanno vita difficile. Le organizzazioni della società civile coordinate dall’Associazione dei professionisti sudanesi hanno avviato un braccio di ferro con la giunta, per strappare un ruolo più importante negli organi che dovranno gestire la transizione verso la democrazia: un Consiglio supremo, un governo ad interim e un’assemblea. Si va avanti a singhiozzo, anche perché le forze del cambiamento rappresentano solo una fetta minoritaria del Paese e hanno una struttura orizzontale, con leadership diffusa, che rende più difficile ogni negoziato. Ma l’accordo appare vicino: questione di giorni, o forse di ore. Anche negli organi provvisori il ruolo delle donne dovrà essere significativo. «Bisogna introdurre le quote rosa. Nella società siamo il 50 per cento, dovrebbe essere così anche nello Stato», taglia corto Tasneem Elfatih. E mostra i bigliettini che stampa e distribuisce ai militanti per ricordare l’anima solidale prima che politica del movimento. I compagni la prendono in giro, con aperta ammirazione: “Va a filmare in prima fila, anche quando si spara, per contrastare le bugie dei media sudanesi».

Dal suo letto all’ospedale Royal Care, mamma Igbal Aljack Ahmed tira la coperta rosso fuoco a coprire i tubi del drenaggio. «Mi sono rotta il femore nella calca quando gli agenti hanno lanciato lacrimogeni. Ma non ho sentito dolore: ho chiesto una sedia, ho continuato a camminare appoggiandomi. Poi mi hanno portato il corpo del ragazzo che mi aiutava a distribuire i pasti. L’hanno ucciso, aveva solo 15 anni, non ho mai saputo il suo nome. Sono svenuta». I parenti l’hanno rintracciata il giorno dopo. «Appena potrò camminare, tornerò in piazza, anche davanti ai fucili». E’ la scelta anche di Iman, arrestata e trattenuta una settimana, fra bastonate e umiliazioni. E’ la scelta di Umm Hazaa, che ha visto uccidere il figlio nel 2013, nei giorni scorsi ha perso suo padre, colpito da un candelotto lacrimogeno ed è ancora in piazza con i due figli rimasti. E’ la scelta di “Jood” Tareq, che i militari hanno rapato a zero dopo il primo arresto: quando è tornata a manifestare è stata fermata di nuovo, gli uomini del regime le hanno spezzato un polso a bastonate, ma è sempre lì.

La presenza delle donne, mescolata alla tradizione sudanese e alla cultura digitale, ha creato a Khartoum una rivoluzione gentile. A Nile Street, i dimostranti continuano a chiedere un governo senza militari, gridando alle auto di passaggio: «Civile! Civile!». Poi si chinano a raccogliere i blocchetti che avevano staccato dal marciapiede per costruire barricate. Li risistemano con cura, e spazzano, perché la città è casa loro. Nel campus universitario gli oratori fanno a gara a pochi metri l’uno dall’altro, ma nemmeno il volume dei megafoni sveglia i tanti che hanno disteso una stuoia o dormono direttamente sul cemento caldo, a due passi dai banchetti di the, di noccioline, di pannocchie. Più che una rivolta, è un happening che unisce gli anziani in turbante e tunica bianca e i giovanissimi con dreadlocks e maschere di V for Vendetta. A legarli è il sogno di un Sudan migliore. Vicino a due operai che mescolano cemento e sassi per riparare il marciapiede danneggiato, un manifesto recita: «Siamo murati qui. E non ce ne andiamo».