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L’11 settembre 2001 raccontato da Vittorio Zucconi su Repubblica

L’attacco all’America, le Torri Gemelle, le reazioni della Casa Bianca e dei cittadini nelle parole del giornalista scomparso
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Evacuata la Casa Bianca. Bush: “Li prenderemo”


12 settembre 2001
        
WASHINGTON. L'America è stata violentata in un atto di guerra che ha usato bombe umane e vite di americani, per ferirla a morte: sarebbero almeno ventimila le vittime dell'attacco terroristico che ha polverizzato le Torri gemelle di Manhattan e mandato in fiamme il Pentagono. Bush si è impegnato col paese: "Prenderemo gli attentatori e risponderemo". Dieci ore dopo l'attacco contro New York e Washington, Kabul, la capitale dell'Afghanistan che ospita il terrorista bin Laden, è stata colpita da missili ma il Pentagono nega si tratti di un attacco Usa. Nulla, nella storia americana, aveva mai straziato la nazione come questa giornata di un Settembre nero senza eguali.

Nessun nemico esterno aveva mai colpito l'America dall'aria e con tanta violenza, scegliendo i più ovvi, quasi banali simboli del suo potere eco…

Evacuata la Casa Bianca. Bush: “Li prenderemo”


12 settembre 2001
        
WASHINGTON. L'America è stata violentata in un atto di guerra che ha usato bombe umane e vite di americani, per ferirla a morte: sarebbero almeno ventimila le vittime dell'attacco terroristico che ha polverizzato le Torri gemelle di Manhattan e mandato in fiamme il Pentagono. Bush si è impegnato col paese: "Prenderemo gli attentatori e risponderemo". Dieci ore dopo l'attacco contro New York e Washington, Kabul, la capitale dell'Afghanistan che ospita il terrorista bin Laden, è stata colpita da missili ma il Pentagono nega si tratti di un attacco Usa. Nulla, nella storia americana, aveva mai straziato la nazione come questa giornata di un Settembre nero senza eguali.

Nessun nemico esterno aveva mai colpito l'America dall'aria e con tanta violenza, scegliendo i più ovvi, quasi banali simboli del suo potere economico, le due torri del commercio, e del suo potere politico, a Washington. Nessun aggressore era riuscito a paralizzare le reti di comunicazione, i telefoni cellulari, i trasporti aerei, il comando militare e politico, i ministeri, il Pentagono, le banche, le Borse come è facile fare in una società libera e aperta. E invece ieri, dopo il primo schianto dell'aereo di linea contro una torre del World Trade Center, a una a una le luci di Manhattan si sono spente, gli aeroporti, dall'Atlantico al Pacifico, si sono chiusi, i treni del metrò si sono fermati, il mercato dei cambi si è bloccato, Wall Street ha chiuso le porte, i palazzi di uffici sono stati evacuati, le scuole sono state chiuse, il Presidente si è rifugiato sul suo Air Force in volo, come previsto dallo scenario "Stranamore" dell'attacco nucleare ed è sceso il silenzio dello sbigottimento.

Gli ospedali più sofisticati del mondo si sono trasformati in accampamenti da Caporetto di fronte alle migliaia di feriti e di moribondi che uscivano dalla polvere e che i luminari strappati ai loro studi eleganti di Park Avenue e accorsi nelle Emergency Room come studenti di medicina, dovevano condannare a morte, accettare o lasciare direttamente nel carnaio sui marciapiedi, dopo un'occhiata sbrigativa, come chirurghi di guerra al fronte. Sangue, sulle strade, tra le rovine, dappertutto, meno che nei luoghi dove servirebbe disperatamente, negli ospedali che invocano donatori. Tutto sembrava impossibile, tutto è invece accaduto in una mattina che ha visto, come tutte le mattine, alzarsi i quattromila voli commerciali che trasportano attraverso l'America la gente che va a lavorare e a vivere. Ma quattro di questi aerei portavano passeggeri sfuggiti a quella blanda, formale, apparentemente inutile griglia di sicurezza che serve soltanto ad annoiare gli innocenti e lascia evidentemente passare i dementi.

Da Boston si era alzato il Boeing dell'American Airlines volo numero 11, un 767, diretto a Los Angeles. Sempre da Boston il volo United numero 175 per Los Angeles. Da Newark, uno dei tre aereoporti di New York, lo United Airlines 757 per San Francisco. Dal Dulles, l'aeroporto internazionale di Washington, un 757 dell'American Airlines, il numero 64, per la California. Nessuno di loro arriverà a destinazione: a bordo c'erano 256 persone tra passeggeri e membri degli equipaggi. Alle 8 e 42, il volo numero 11 punta il muso verso la prima delle due torri del World Trade Center. "Che fai, AA 11?", strilla il controllore di volo quando vede la traccia deviare di 90 gradi. "America 11, rispondi".

È una giornata splendida, limpida, di autunno perfetto, quelle giornate nelle quali i piloti degli aerei civili invitano i passeggeri ad ammirare la vista di Manhattan dal finestrino. Il volo 11 si infrange contro le vetrate all'altezza del 75esimo piano, volando diritto, senza deviazioni, senza che nessuno possa fare nulla, nei 14 minuti trascorsi dal dirottamente allo schianto. Salvador Martinez, un lavavetri che stava uscendo dal palazzo, racconta di avere pensato al terremoto, come nel suo Nicaragua nativo. Sotto, i passanti stavano correndo verso Wall Street, vicinissima, le banche, i carretti degli hot dogs, la vita di tutti i giorni. Alzano gli occhi e guardano il grattacielo fumare in alto, una colonna nera vomitata come dal fumaiolo di una nave alla quale siano esplose le caldaie e stia per affondare. Ancora non lo sanno, ma Manhattan è un Titanic, e le due torri sono i suoi più alti fumaioli.

Arrivano i primi furgoni delle TV locali, tutti pensano a un incidente, a un incendio, anche se erano 60 anni da quando un aereo, un bombardiere B25, aveva urtato un grattacielo a Manhattan, l'Empire State Building, e la visibilità era perfetta. Puntano gli obbiettivi verso la cima dei palazzi e nei loro visori i cameramen vedono qualcosa che neppure il più coriaceo di loro aveva mai visto. Un altro aereo, un 767 con i colori della United, sbuca e punta a 400 chilometri l'ora verso la seconda torre, 18 minuti dopo il primo. Qualcuno sta lottando, nella cabina di comando. L'aereo, carico di carburante come tutti quelli dirottati e scelti appunto per questo dagli assassini, vira e ondeggia, tenta di evitare la torre di cristallo, ma il terrorista vince. Per pochi metri, sbatte contro lo spigolo ed esplode in una bolla di fiamme rosse che New York non aveva più visto da quando il dirigibile Hindemburg bruciò in atterraggio, anche allora sotto lo sguardo di una cinepresa.

Sono passate da poco le nove del mattino. Dall'aeroporto internazionale di Washington, il Dulles, si alza un 757 Boeing, un grosso aereo, verso Los Angeles. Anch'esso, serbatoi gonfi per le cinque ore di volo. Non arriva neppure in quota. Racconta un pilota civile, che stava per caso alla finestra del suo albergo, accanto al Pentagono: "Sento i jet atterrare e decollare normalmente, dall'aeroporto National, che è accanto al Pentagono, poi ascolto un rumore di motori troppo forte. Strano. Mi affaccio. Vedo un 757 volare bassissimo, fuori ogni rotta. Punta verso il Pentagono, lo vedo colpire alcuni pali della luce. Sotto i miei occhi, l'aereo si schianta nel parcheggio, vedo il muso sbriciolarsi a terra, le due ali continuare andando a sbattere contro la parete del Pentagono".

Negli stessi istanti, a 200 chilometri da Washington, un 757 sorvola Pittsburgh, diretto anch' esso verso Ovest. È in quota di volo, i passeggeri sorseggiano il caffè con le ciambelle dolci offerte dagli assistenti. Sul radar di Pittsburgh controllo, improvvisamente, l'aereo perde quota. I controllori ricevono il segnale segreto e inaudibile di "dirottamento" che il pilota o i secondo hanno azionato. Lo guardano scendere, risalire, scendere ancora in una picchiata a spirale, uno "spin" come si dice in gergo, dalla quale è impossibile riprendere il controllo di un bestione come quello. Capiscono quello che sta accadendo, perché un passeggero, chiuso nella toilette, ha chiamato con cellulare un numero di emergenza e sta gridando "ci hanno dirottato, ci hanno dirottato".

Cinque minuti più tardi, il 757 si sbriciola tra i campi di granoturco di Somerset, contea accanto a Pittsburgh. Dice un esperto di aviazione: "Sono certo che il comandante ha capito la situazione e ha mandato in stallo e poi nella spirale fatale il suo aereo, per sacrificare sé stesso e i passeggeri e salvare migliaia di persone". Più tardi alcune fonti ipotizzeranno che i dirottatori volessero puntare su Camp David, il luogo simbolo degli accordi mediorientali. La guerra è appena cominciata. A New York, le due torri che pure avevano resistito alle bombe di terroristi islamici in passato, cedono, come torte nuziali alle quali sia stato portato via il supporto. Crolla la Torre nord per prima e qualcuno grida alla bomba atomica, perché si alza una nube di polvere a forma di fungo.

Crolla dieci minuti dopo la Torre sud e la polvere inghiotte la città dei sogni e di Woody Allen, dei soldi e della Statua della libertà in una nebbia che alla sera ancora coprirà downtown, il parco sulla punta, midtown fino al Central Park, le boutique dei ricchi, i marciapiedi dei barboni, la storia di una città metafora del mondo che paga oggi per l odio del mondo. Ci sono normalmente dieci mila persone in ciascuna delle due torri, venti mila in tutto. Il World Trade Center è una piccola città, con un codice postale a parte. Oggi non esiste più. È un cimitero popolato di cadaveri, di pompieri, di diecine di migliaia di persone che ora vagano per le vie di Manhattan coperte di polvere, stupefatte e furiose. "Bush ammazzali tutti, tutti" grida una giovane donna davanti a ogni microfono che riesce a trovare. Lo farà, se li troverà. E se uno stato, una nazione li protegge e li aiuta, "remember Hiroshima".

Alla Cnn si dice che una lista di "obbiettivi per la rappresaglia" sia già pronta. Panico. Il Pentagono è colpito. Ventiquattromila militari, dai generali alle reclute, fuggono. Un'autobomba esplode davanti al Dipartimento di Stato. I simboli sono ovvi. Impazzano le voci. C'è un altro aereo dirottato che punta alla Casa Bianca, non è vero, ma si alzano i caccia, gli agenti del Servizio Segreto puntano i loro "stingers", i missili terra aria da spalle che il Pentagono diffuse tra i talibani afghani per abbattere gli aerei sovietici. Washington impazzisce. Bush che stava tornano dalla Florida alla Casa Bianca è dirottato, il suo Air Force One è tenuto in volo per ore, come vuole il protocollo nucleare. Atterra in una base militare in Luoisiana, poi in Nebraska, al comando strategico dei bombardieri, appena il tempo per pronunciare la sua promessa di "dare la caccia senza respiro e punire i vigliacchi senza volto".

Soltanto a sera rientra a Washington per pronunciare un discorso in diretta alla nazione e rassicurarla contro aggressori che sembrano poter colpire a volontà, con un'organizzazione e un coordinamento che pare perfetto, e si fonda sulla cieca disperazione, sull'odio folle dei suicidi che la compongono. New York è in agonia. Washington annaspa, evacua tutte gli edifici pubblici, i templi del potere, il Dipartimento di Stato, il Tesoro, la Federal Reserve, la zecca dove si stampano i dollari, poi quelli privati, le scuole. Il sindaco dichiara lo stato d'emergenza. Giuliani, a New York, vaga coperto di polvere, fingendo di guidare i soccorsi, per il "morale" della popolazione. La gente, i civili, si chiudono in casa a guardare la TV e a sbigottire. Nessuno, in questa nazione che si credeva invulnerabile, si sente più sicuro. E questo era l'obiettivo del primo giorno di guerra.

Tutto chiude. Aeroporti chiusi, almeno fino a tutto oggi. Stazioni ferroviarie. Borse, anche per evitare il sicuro collasso di un mercato già agonizzante. Banche. Scuole. Madri corrono verso asili ed elementari a raccogliere i figli piccoli, a fare piani con le altre madri, a dare l' assalto a supermercati per comperare acqua, scatolami, latte. La sola luce accesa in una nazione che precipita in una sorta di oscuramento psicologico e morale è il focolare freddo degli schermi TV al quale ci si scalda le mani senza tepore, aspettando una spiegazione, una ragione, un conforto, anche in quel Bush che sembrava tanto fiacco, tanto leggero, tanto estraneo nel suo disprezzo per il resto del mondo ma che è l'unico salvagente al quale aggrapparsi ora per vendicare lo stupro.

"Oggi siamo tutti elettori di Bush" va a dire al focolare freddo della Tv il senatore democratico Dodd, che fino a ieri giudicava il Presidente "un simpatico imbecille". I telefonini saltano, insieme con le antenne che precipitano dai palazzi, travolti dalla valanga di chiamate. I server di Internet si strozzano nella marea di traffico on line e la gente a Washington fa la fila davanti ai pochi telefoni "hard", pubblici, alle cabine sopravvissute alla valanga dei cellulari, e sembra un' amarissima rivincita della "vecchia economia" su quella "nuova". Rudi Giuliani va in TV a dire che "l' incubo che tutti abbiamo avuto si é avverato, ma sopravviveremo".

"Si butta, si butta" gridavano i passanti a Manhattan vedendo gli abitanti delle torri in fiamme lanciarsi di sotto, verso una morte sicura, "crolla, crolla" gridano i passanti quando un altro pezzo viene giù dalle rovine e questa sera guardano il cielo, temendo che porti un altro aereo carico di orrore, come altre generazioni in altri continenti guardavano il buio temendo l' arrivo di bombardieri. Ma il cielo è vuoto, per ora. Volano soltanto l' Air Force one e stormi di caccia F16 ed F14 che incrociano su Washington e New York, più per rassicurare che per proteggere davvero. Finisce il giorno del grande stupro e per ora non c' è piú niente da raccontare. Tranne una cosa: oggi, i bambini di New York cercheranno di tornare a scuola, ha promesso Giuliani. E speriamo che sia vero. Nulla come vivere il coraggio della normalità, disarma i miserabili del terrorismo.   

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15 settembre 2001

Ground Zero, Bush e il megafono nel vuoto di Manhattan


WASHINGTON - Affacciato sul cratere della "Nuova Guerra", come un padre curvo sulla culla di una figlia torturata, Bush guarda dentro il vuoto di Manhattan divenuta la Londra delle V2 naziste. È sbarcato infine sul fronte della "Prima Guerra del Millennio", è arrivato all'epicentro, a quel "ground zero", dove tutto diventa reale e puzza di decomposizione, di fango impastato dalla pioggia che mescola cemento, metallo, odio e tracce umane e garantisce catastrofi ancora da vedere e da vivere. Una città che aveva cominciato la settimana sentendosi la signora del mondo, si aggrappa a un Presidente che non aveva voluto, ma è tutto quello che le resta per non affogare. Chiunque l' abbia vista, non potrà avere più pace.

"Il mondo è con voi", grida Bush alle migliaia di eroi che stanno rischiando la loro vita per estrarre a volte niente più che tracce di Dna umano spalmate su una colonna di cemento, urlando dentro un megafono, come uno studente in una piazza, che "non avrà pace finché non avrà punito chi ha fatto questo scempio" e la sua voce affonda nel coro di U-S- A, U-S-A lanciato da uomini che hanno perduto 300 dei loro compagni di soccorso tra le rovine. Per capire come sia cambiata per sempre l'America negli ultimi quattro giorni, bastava guardare Bush muoversi con le galosce di gomma e un giubbetto da carpentiere tra le rovine brulicanti di poliziotti, soccorritori, volontari arrampicati sui mozziconi del centro finanziario, come insetti sopra un formicaio, venuti a gridare la propria incredulità.

Non sappiamo se tra gli obbiettivi degli stupratori di New York ci fosse anche questo, ma nessuno poteva riuscire meglio ad affratellare i newyorkesi con il texano, come sono riusciti a fare i kamikaze, a riportare l'America a un tale stato di frenetico patriottismo. In nove mesi, George Bush non era mai venuto a New York. Fino al mattino di martedì, il repubblicano conservatore tutto Dio, patria, petrolio e famiglia, sarebbe stato accolto come un corpo estraneo. Sotto le rovine, che né le parole né le telecamere riescono a descrivere, perché non esistono aggettivi né obbiettivi abbastanza grandi, ci sono i resti di uomini e donne che lo avrebbero fischiato, se fosse arrivato una settimana fa e ora attorno al cratere, contro le transenne di Canal Street, l'ultima via transitabile prima del nulla, si assiepano da giorni i loro parenti, amanti, coniugi, figli con le fotocopie dei nomi e dei lori volti, in apparenza per trovarli, in realtà per esibirli come santini di un funerale di massa a Bush, come se lui potesse fare il miracolo di Lazzaro. 

Lungo il percorso da una base dell'aviazione nel New Jersey fino al cratere di Downtown Manhattan, sotto un tempo da brutto novembre padano, newyorkesi che si credevano di ferro salutano il Presidente con le candeline protette con le mani dal vento che ieri fischiava a 90 all'ora, con cartelli veri, scritti a mano in cucina sui cartoni della birra, non stampati dagli uffici stampa. Si ricompongono le generazioni ostili affiancate in slogan riesumati dall'archeologia delle tragedie americana, cantano We Shall Overcome, Blowing in the wind, Glory Glory Alleluja, Joan Baez, Bob Dylan, come in una Woodstock dell' angoscia 40 anni dopo.

"Per anni ho sentito i miei nonni parlare di Pearl Harbor e del D Day, mio padre tormentarmi con l' assassinio di JFK e con il Vietnam e non capivo" dice il piú giovane editorialista del New York Times. "Ora li capisco. Le Torri Gemelle saranno la Dallas della mia generazione". "USA, USA". "Go get 'em George", fagliela pagare, grida un gruppetto di cinesi, nonna, nonno, figli, nipoti, che agitano la foto di Jack Lum, uno dei 700 impiegati della finanziaria Cantor & Fitzgerald, la più grande casa mondiale per il commercio di obbligazioni, che occupava cinque piani, dal 100 al 105 della prima torre colpita, e dalla quale si è salvato soltanto un uomo che era in ritardo perché aveva portato il figlio in lacrime al primo giorno di asilo. "Fuck them ragheads", gridano alcuni, fai il mazzo a quelle teste di stracci, agli arabi col turbante, George, e nessuno distingue, nessuno si accorge che ci sono americani arabi tra coloro che piangono, perché di fronte al cratere del Millennio, distinguere è un lusso impossibile.

Nessuno contesta il suono dei tamburi di guerra - non ancora - neppure quei deputati e senatori della sinistra che quattro giorni fa accusavano George di avere sperperato il tesoro nazionale in sconti fiscali ai ricchi e ieri hanno votato non i 20 miliardi di dollari chiesti da lui per la "Prima Guerra del XXI secolo", ma addirittura il doppio,  quasi 90 mila miliardi di lire, insieme con i poteri di guerra e l'autorizzazione a richiamare in servizio 50 mila riservisti dell' esercito.  Sfilavano tutti con lui, dietro di lui, accanto a lui, nel corteo funereo tra le rovine del centro finanziario dove la nebbiolina del vapore acqueo aveva sostituito il fumo delle braci e della polvere, avvolti in nugoli di poliziotti e di vigili del fuoco, che insieme hanno lasciato quasi 300 dei loro sotto il collasso delle torri.

C'era anche Hillary Clinton con la faccia divorata dalla grottesca mascherona chirurgica sul volto indossata contro la polvere, i miasmi e il fetore che comincia a diffondersi da quella tomba dove giacciono gli almeno 5.000 americani, turchi, italiani, cinesi, arabi, indiani, africani semmai saranno trovati e riconosciuti, perché di loro a volte restano tracce e basta. Sua figlia Chelsea era a dieci isolati dal cratere, quando arrivarono le V2 umane e per ore la madre e il padre non ebbero notizie di lei. Alcune delle grandi società che occupavano le torri,  stanno cominciando a raccogliere "reperti biologici" dei loro dipendenti scomparsi, capelli in casa, indumenti usati, per confrontare il Dna con quello che sarà raschiato via dai ruderi. Questa è New York? Questa è l' America? Queste sono le carovane presidenziali che ricordiamo entrare trionfalmente, tante volte, in capitali straniere? Bush è dovuto arrivare a New York come se fosse sbarcato al fronte, in terra ostile e se c' era sicuramente molta scenografia marziale, nell' apparato, la paura è reale. Il cratere non è Hollywood. L' Air Force One è atterrato in una base militare, ben lontana dal "Kennedy", dal "La Guardia", da "Newark" ancora infetti, dopo un volo accompagnato dall' umiliazione di tre F15 armati di missili accanto alle ali e sulla coda, quando mai l' aereo presidenziale vola scortato, neppure in cieli stranieri.

Gli elicotteri dei Marines, il Marine One come si chiama quando trasporta il Capo, erano stati costretti a volare in spoletta tra Manhattan e la base, due vuoti e uno con lui, per confondere possibili terroristi. E nel cielo bassissimo, denso, truculento di New York comparivano e sparivano tra le nubi le silhouettes dei jet in pattuglia, come se questa fosse Bagdad, Kuwait City, Saigon, e non la culla della potenza egemone. Rovine in terra, caccia bombardieri in cielo. Scene di guerra a Manhattan, dove Jackie O comperava le sue perle da Winston. Sono riusciti a distruggere Manhattan e a ricostruire l' unità degli americani. Al largo di New York incrociano, insieme a navi da guerra, la piu grande nave ospedale della Marina, la USS Comfort. "La nostra è una nazione tranquilla ma che sa essere implacabile" aveva detto Bush prima di lasciare la cerimonie funebri di Washington e chinarsi sulla culla di New York straziata. Quando è ripartito per la Casa Bianca, piangeva, dopo avere inghiottito le lacrime di fronte ai pompieri e ai poliziotti attorno al suo megafono. Ha dichiarato lo "stato d' emergenza nazionale", un passo prima dello stato d' assedio. Molte altre lacrime dovranno essere sparse, per colmare il cratere del World Trade Center.
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17 settembre 2001

Le stelle e le strisce, quelle bandiere scudo per l’America

    
WASHINGTON - Quando sembra che tutto crolli attorno a un popolo che credeva di avere tutto, quando l'America si sente sola di fronte a un'angoscia che non riesce a capire, sul forte assediato, come canta l'inno nazionale, ancora sventola "The Old Glory", la bandiera a stelle e strisce. Senza retorica, perché la retorica è finzione e nella primavera di bandiere che sta coprendo gli Usa nessuno finge, senza distinzione di ideologia o di razza, gli uomini e le donne che hanno scelto di essere americani allungano la mano verso il simbolo della loro scelta, in un gesto che vuol essere il rinnovo del giuramento fatto quando loro o i loro antenati divennero cittadini. "Giuro la mia fedeltà alla bandiera americana", recitano ogni mattina di ogni giorno prima delle lezioni gli scolari, fedeltà alla bandiera, non al Presidente, alla Costituzione, allo Stato, alla bandiera, perché in quel tessuto disegnato 230 anni or sono e cucito per la prima volta da una donna, Betsy Rosso, è già detto e scritto tutto, come in un certificato di nascita collettivo.

L'abbiamo vista sbocciare tante volte, questa improvvisa primavera di bandiere, ma mai con la rabbia dolorosa, con la passione di questi giorni perché il sentimento dello stupro di tutti non era mai stato così forte, neppure dopo Pearl Harbor, che almeno aveva, dietro la vigliaccata, il volto di un nemico che aveva avuto il coraggio di mostrarsi, a differenza di questi assassini che neppure si concedono il minimo onore della "rivendicazione". Raccontano nei grandi magazzini e nei supermercati, dove sempre stanno su uno scaffale qualche bandiera e bandierina per i clienti, che nelle prime ore dopo le immagini dell' orrore, folle di clienti hanno inondato i loro negozi, ma non per comperare acqua e scatolame nel solito panico della guerra, ma per comperare bandiere. KMart e WalMart, le due catene più diffuse e popolari hanno venduto 650 mila bandiere al giorno, da martedì, e persino i negozi più sussiegosi e chic non hanno esitato ad arrendersi.

Dalla pezzuola di poliestere stampata in biancorossoblu alle spille giocate con diamanti, zaffiri e rubini per i patrioti più facoltosi, tutti devono avere la loro bandiera. I quotidiani della domenica, nelle grandi città, regalano bandierine omaggio ai lettori sponsorizzate da commerciati e grandi magazzini che cercano di rifarsi dei costi con la pubblicità, perché l'America è "business", commercio anche nelle ore del dolore Il sindaco Giuliani, che è stato eroico nell'ora della sua disfatta più immane, fa appello alle tv nazionali perché i turisti tornino a Manhattan, facciano shopping, perché non ci devono essere inutili pudori nel dichiarare che da oggi, a New York, a Wall Street, nel carretto del venditore pakistano di falafel e pretzel per la strade, comincia la guerra per salvare l'economia, dunque il lavoro. Vedremo una bandiera, questa mattina, alle 9 e 30 quando Dick Grasso, il presidente del New York Stock Exchange, batterà riaperta la Borsa chiusa come non era più stata dalla Prima guerra mondiale.

Abbiamo visto bandiere nelle chiese cattoliche, accanto a quella pontificia gialla e oro, per le messe di ieri, nelle sinagoghe accanto alle stelle di Davide, le abbiamo viste davanti alle moschee, anche per esorcizzare l'odio contro "gli sporchi arabi" che schiuma alla superficie. Sono state agitate da bambine in lacrime sui campi da calcio, come da orribili ceffi al volante di pick up adornati con il fucile nel lunotto posteriore, accanto alla croce di Sant' Andrea della Confederazione, perché la bandiera non vuole dire la stessa cosa per tutti, ed è tanto un segno di contraddizione quanto di unità, ma in queste ore racconta del semplice bisogno umano di sentirsi famiglia. Un bisogno specialmente acuto in un popolo di 280 milioni che non parlano neppure tutti la stessa lingua.

L'inno nazionale, che si chiama appunto "The Star Spangled Banner", la bandiera a stelle e strisce, canta la gloria della bandiera, quello stendardo lungo 40 metri che una sarta di Washington tagliò con sua figlia in una notte intera di lavoro perché fosse innalzato sul pennone di Fort Henry, a Baltimora, mentre la flotta britannica si preparava a cannoneggiarlo nel 1812, per lavare l'onta della ribellione. La signora, da perfetta americana, si fece pagare 402 dollari e 50 cents per il suo lavoro dal committente, l'avvocato Francis Scott Key, una somma considerevole in quell' anno, ma dopo 48 ore di cannonate, quando la flotta dell' impero finalmente si ritirò, nel fumo e nella polvere delle rovine del forte, "la bandiera era ancora in piedi sul suo pennone". E questa frase divenne il verso chiave dell'inno che quell'avvocato Key scrisse: "La bandiera che ancora sventola, sopra la terra dei coraggiosi e la casa dei liberi". Esattamente come le bandiere oggi vogliono "restare in piedi" sopra le rovine delle Torri o del Pentagono.

Ci sono libri, e oggi siti Internet con animazione, che insegnano come vada correttamente ripiegata una bandiera americana: raccolta in un pacchetto a forma di perfetto triangolo, per ricordare il tricorno indossato dai patrioti ribelli e dai padri fondatori. Quel triangolo che viene riconsegnato alle famiglie dei caduti in guerra. Ci sono state generazioni che hanno bruciato le bandiere, insieme con le cartoline precetto, per testimoniare la loro convinzione che il governo avesse tradito la nazione e ogni legislatura vede il tentativo di qualche deputato ultra patriottico per aggiungere alla Costituzione un emendamento che renda un reato bruciare, profanare od offendere "the flag", indossarla come mutanda, tatuarla sulle natiche come amavano fare gli hippies, ma tutti i presidenti, anche quelli più conservatori, come Nixon, Reagan o Bush il Vecchio resistono alle tentazione perché, come disse proprio, Bush "bruciare la bandiera per esprimere il proprio dissenso è uno di quei diritti di libertà che la bandiera rappresenta".

E nessuno sorride più, con la sufficienza che spesso aiuta gli europei a sentirci meglio degli americani e vincere i nostri complessi di sudditanza, della corsa alle bandiere, perché questa è la corsa dei bambini spaventati verso il grembiule della mamma, è, dietro le grida di vendetta, dietro i sondaggi che con un inaudito 88% invitano Bush all' attacco militare, un pianto che ha unificato tutti. La Regina Elisabetta, i cui predecessori su quello stesso trono demolirono a cannonate il forte della bandiera, ha sventolato la sua e ha fatto suonare "The Star Spangled Banner" alla banda delle guardie di Buckingham Palace. E per la memoria dei "baby boomers", degli Americani di mezza età che si pensavano immuni e vaccinati dalle emozioni dei loro padri, scettici di fronte al simbolismo, le radio ripetono in queste ore le note dell'inno di una generazione, la chitarra elettrica di Jimi Hendrix che esegue a Woodstock il canto di quella bandiera alla quale anche loro oggi si aggrappano, con i loro padri e con i loro bambini.