Obama presidente, così lo ha raccontato Vittorio Zucconi
Vittorio Zucconi
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di VITTORIO ZUCCONI
Gli ex voto degli americani dopo l’elezione nel 2008, l’incoronazione del primo presidente nero alla Casa Bianca, la fine dell’epopea 8 anni dopo
Aggiornato alle 9 minuti di lettura
7 novembre 2008
Il muro degli ex voto: “Grazie Obama, ora salvaci”
WASHINGTON - Il manifesto vivente degli ex voto anticipati scritti dai fedeli per chiedere a Obama la grazia di un miracolo ancora da fare, sta piantato esattamente nel cuore di tutte le tragedie e le speranze della storia americana, nel luogo dal quale parlò Martin Luther King e dove riposa Lincoln, fra i bronzi delle grandi vittorie e i muri delle malinconiche sconfitte. Grande come un billboard, come un cartellone stradale, ma già insufficiente a contenere le preghiere dei devoti del nuovo Obama Cult, si riempie dei graffiti del mondo che qui vedo sfilare per lasciare il proprio segno in russo, in portoghese, in aramaico, in coreano, in ideogrammi cinesi, in katakana giapponese, in arabo, a volte con foto di vecchie coppie miste, bianche e nere divenute insieme grigie, finalmente riscattate dalla propria diversit&agra…
Il muro degli ex voto: “Grazie Obama, ora salvaci”
WASHINGTON - Il manifesto vivente degli ex voto anticipati scritti dai fedeli per chiedere a Obama la grazia di un miracolo ancora da fare, sta piantato esattamente nel cuore di tutte le tragedie e le speranze della storia americana, nel luogo dal quale parlò Martin Luther King e dove riposa Lincoln, fra i bronzi delle grandi vittorie e i muri delle malinconiche sconfitte. Grande come un billboard, come un cartellone stradale, ma già insufficiente a contenere le preghiere dei devoti del nuovo Obama Cult, si riempie dei graffiti del mondo che qui vedo sfilare per lasciare il proprio segno in russo, in portoghese, in aramaico, in coreano, in ideogrammi cinesi, in katakana giapponese, in arabo, a volte con foto di vecchie coppie miste, bianche e nere divenute insieme grigie, finalmente riscattate dalla propria diversità, di bambini che non ci sono più, di caduti, di donne arabe velate, di vecchi che proclamano: "Ero viva quando governava Roosevelt e ora posso morire in pace", come scrive Ethan Hayes, dalla Pennsylvania, aggiungendo "anni 94".
L'idea del muro della speranza è venuta a un'organizzazione internazionale di attivisti per la pace, la "Avaaz", che pare significhi in hindi e urdu, "la voce", o il "suono", che ha eretto il cartellone bianco nel cuore del Mall, la spianata d'acqua e di prati che ospita tutti i segni e ricordi della storia americana, da Lincoln nel suo mausoleo neoclassico, alla ferita di marmo nero tagliata nella terra con i nomi dei 58 mila caduti in Indocina. E da mercoledì mattina si è coperto delle voci di chi vuol lasciare il proprio segno, la propria faccia, nei giorni di questa che sembra la "rivoluzione dei pennarelli", tra bambini delle elementari, sorvegliati dalle maestre attente a che i piccoli sciagurati non scrivano porcherie, e coppie di anziani, che arrivano qui davanti a firmare dopo essere andati a salutare il nome del figlio scolpito nel marmo dei caduti, come in un percorso dantesco di entrata e uscita dall'inferno.
La religione dell'America, dietro il piagnonismo dei bigotti, resta questa, la religione dell'ottimismo e delle illusioni che si rinnovano. La retorica della globalità evocata per queste elezioni presidenziali americane 2008 qui prende i nomi e il lessico del mondo. "Per favore, Obama, non punire il popolo iraniano per le colpe dei tiranni che lo governano", firmato Golberg Barzin. "Congratulazioni! Sono felice che tu abbia scelto di diventare presidente degli Stati Uniti e non fare altri morti", si entusiasma Rashid l'iracheno, che non deve avere le idee chiarissime su come si conquista, e non si sceglie, in una democrazia la carica di presidente. "Pasdravlàiem" complimenti, lascia scritto in cirillico un fan da San Pietroburgo che però non si firma, nel dubbio che Vladimir Putin e la sua onnipotente polizia politica non condividano la passione per Barack Obama.
"Assalamaleikum" gli augura Zainudin dalla Malaysia, "da un musulmano la speranze di lavorare insieme fratello per un mondo migliore", esprimendo un empito lodevole, ma che prima del 4 novembre avrebbe rischiato di risollevare lo spettro di quel suo secondo nome, Hussein, che aveva fatto sospettare a un terzo dei texani che Obama fosse "arabo", colpa imperdonabile. Ai piedi dei tabellone, dozzine di pennarelli neri e rossi stanno sparsi o raccolti in ciotole di plastica, a disposizione di chi vuol aggiungere il proprio "io c'ero" e non soltanto l'atmosfera attorno a questo cartellone all'aperto è gioiosamente religiosa, come da gita in un santuario allegro senza reliquie di morti e mummie di martiri, perché qui non c'è un passato da invocare, ma un domani da sognare.
Forse sarà soltanto un dettaglio da cinico viaggiatore, il mio, ma guardo con ammirazione tutti deporre i pennarelli dopo averli usati. A nessuno verrebbe in mente di metterselo in tasca, non più di quanto a un fedele in visita al santuario verrebbe in mente di fregarsi un cuoricino d'argento o la stampella di un risanato. Non trovo scritte in italiano, ma occorrerebbero giorni per decifrare e leggere tutti i geroglifici che si accavallano su questa stele di Rosetta di carta e italiani ci sono, li osservo intenti a fotografarsi l'un altro davanti al tabellone cercando l'impossibile inquadratura che comprenda il soggetto umano, il billboard e l'altissimo obelisco in memoria di George Washington che chiude la spianata all'altro estremo, tra grida disperate di "non ci stai", "chinati", "spostati".
La gente si contorce e si infila a forza per trovare l'ultimo spazio fra il "Gratuleren" lasciato da Torben il norvegese e un brulichìo di "hangul", di caratteri coreani che si spera siano bene auguranti. Non mancano, naturalmente, gli scettici, gli infedeli, i non convertiti: "Salvate la vita ai bambini non nati" implora un anonimo, nello stampatello maiuscolo di chi vuol farsi sentire. E Jacqueline della Virginia lascia una sorta di minieditoriale evidentemente scritto fra i primi, quando ancora c'era spazio nel muro dei sogni: "Che Dio protegga e benedica l'America da questo sconosciuto che sarà il suo presidente" e conclude inquietante: "Attenti, il cambiamento non è sempre una cosa buona".
Siamo, in questa ressa allegra, a neppure cento metri dal "Wall", dal muro dei caduti in Vietnam e se due luoghi potessero riassumere il percorso fatto da questo Paese, fra l'abisso di quella guerra e la speranza di questa elezione, nessuno potrebbe farlo meglio. Il Muro del Vietnam scrive su coloro che lo guardano, lasciando i nomi dei caduti in sovraimpressione sulla carta premuta dalla matita contro il marmo. Il Muro della Speranza lascia che siano i turisti a scrivere sopra se stesso, perché è la storia ancora da scrivere. La carta vergine del futuro. "Grazie, fratello mio, grazie, grazie, grazie" vuol lasciar detto uno dal Sudafrica, evidentemente troppo commosso per riuscire ad articolare un pensiero.
"Ti ho aspettato tutta la mia vita e sei arrivato", annota con toni profetici un kenyano, mentre una classe di bambini tutti neri ride e si sgomita per lasciare fotografie incollate con lo scotch. "Siete di Washington" chiedo a un ragazzo. "No, siamo del Sudest" mi risponde. Ah, Georgia, South Carolina? "No, Sudest qui, dall'altra parte della città" e rabbrividisco. Viene dal ghetto della città, il Sudest, e si considera uno che alla città, a Washington, non appartiene. Ancora non ha capito che dal 4 novembre, anche lui vive qui, con noi, uno di noi.
------------- 21 gennaio 2009
L’incoronazione di Obama: quei “padri” che giurano sulla bibbia dei Massoni
WASHINGTON - È un giorno di festa, è un giorno di presentimenti. Più che un'incoronazione, un battesimo, con la famiglia americana raccolta attorno al fonte civile, il Campidoglio, che osserva la nuova creatura chiedendosi che cosa diventerà da grande, nel tempo che la Costituzione, o il destino, gli concederà. Gli aruspici guardano il cielo e il termometro: se fa molto freddo in quel giorno di gennaio, saranno anni fausti. Se la temperatura sarà mite, il primo bambino d'America crescerà male. Superstizione, ma funziona. Presidente raffreddato, presidente fortunato. Faceva ancora molto freddo, nel mese di aprile 1789 quando il primo figlio e insieme il padre della democrazia americana, George Washington intraprese il viaggio di 500 chilometri in carrozza dalla sua piantagione di Mount Vernon, in Virginia, verso New York, dove avrebbe prestato giuramento, non avendo ancora l'America una capitale.
Ci arrivò esausto, costretto a fermarsi dozzine di volte nei paesi della costa, dove cittadinanze festose erigevano archi di rami e ghirlande e implacabili sindaci volevano pronunciare il proprio pistolotto retorico. Ma ci arrivò, portando in tasca una lettera del padre del federalismo, James Madison, che chiedeva scusa al governatore di New York per il ritardo del ragazzo, come la giustificazione di un genitore al preside. La formula che finalmente pronunciò: "Solennemente giuro di eseguire fedelmente l'incarico di Presidente degli Stati Uniti e di preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti" sarebbe rimasta invariata per 219 anni e 43 presidenti, fino al 44esimo, Obama. Ma non proprio. Da quella prima assunzione al tempio di George Washington, il filo di qualche mistero e di qualche controversia percorre la storia di questi battesimi o unzioni laici.
George Washington volle una Bibbia, ma la sua Bibbia non fu fornita da un devoto pastore luterano, ma dalla loggia massonica numero 1 di New York, ennesima prova delle radici profondamente massoniche dei cosiddetti "padri fondatori" della democrazia americana. E se la storia edificante poi scritta per i fanciulli vuole che alla fine Washington abbia esclamato un'altra frase divenuta da allora quasi inevitabile, "and so help me God", e che Dio mi assista, nella puntigliosa cronaca della cerimonia inviata a Parigi dall'ambasciatore francese Monsieur de Moustier, quell'invocazione a Dio, curiosamente, manca. Forse a questa assenza, o distrazione del diplomatico, si aggrappò Teddy Roosevelt, assumendo la presidenza sul cadavere ancora caldo dell'assassinato McKinley nel 1901, a Buffalo, respingendo - unico nella storia - la Bibbia ed evitando l'invocazione all'aiuto di Dio, dimostrandosi quel "maledetto, fottuto cowboy" che i repubblicani conservatori aborrivano.
Ma la Bibbia dei Massoni utilizzata da Washington ebbe comunque notevole fortuna e sulle sue pagine aperte posarono la mano Harding, Eisenhower, Carter il pio e George il Vecchio. E dopo lo scatto laico del "colonnello" Roosevelt all'alba del XX secolo, nessuno dei suoi successori avrebbe più osato saltare la preghierina al Signore, sotto pena di apparire empio e negatore. Meno di tutti Barack Obama, che la destra più catarrosa accusò, in campagna elettorale, di essere un infedele islamico deciso a giurare sul Corano. L'avrebbe voluta utilizzare anche Giorgino Bush, "W", nel 2001, ma l'acqua che scendeva a secchiate su Washington quel mattino sconsigliò l'uso di un tomo così antico e fragile. Ma almeno - brutto auspicio - non faceva molto freddo quando "W" giurò, certamente non come i meno dieci gradi centigradi che accolsero Ronald Reagan sul palco di legno eretto davanti al palazzo del Congresso, al Campidoglio, e che dissuasero il settuagenario presidente dalla passeggiata a piedi lungo la "via triumphalis", la Pennsylvania Avenue che unisce, per un chilometro e mezzo, il Parlamento, cioè il legislativo, dalla Casa Bianca, il potere esecutivo.
Reagan saggiamente in soprabito e la sua Nancy si tennero i piedi al caldo con la stufetta elettrica nascosta dietro la balaustra del giuramento e restarono dentro la "Lincoln Continental" blindata del presidente. Quello che quattro anni prima Jimmy Carter, mano nella mano della sua amata parrucchiera per signora, Rosalynn Carter, non volle fare, percorrendo a piedi tutto il chilometro, approfittando di una inusuale mitezza del clima per gennaio. E infatti quattro anni dopo venne sonoramente trombato.
È soltanto dal 1937 con Roosevelt, Franklyn Delano, lontano cugino del "fottuto cowboy" Theodore, che un emendamento costituzionale fissa al 20 gennaio il giorno della "inauguration", lasciando invece alla scelta e alla semplice tradizione il luogo dove svolgere la cerimonia. Di fatto, tutti si sono dovuto rassegnare alla gradinata del Parlamento, in omaggio simbolico alla Costituzione che indica nelle Camere, e non nel governo, il fonte battesimale, non sempre limpidissimo, della legittimità democratica. La sola eccezione volontaria fu dello stesso FDR che alla sua quarta e ultima incoronazione nel 1945 dovette arrendersi alle gambe ormai incapaci di sorreggerlo e giurò dal proprio studio alla Casa Bianca. Almeno non fu costretto dalla crudeltà dell'ora, come Lyndon Johnson, nella sera del 22 novembre 1963, quando mormorò la sacra formula liturgica, con il braccio destro alzato ma un po' rattrappito dallo shock, davanti alla bara di John F. Kennedy, accanto a una vedova con l'abito ancora intriso di sangue e di materia cerebrale, nella carlinga del Boeing 707 Air Force.
Eppure aveva fatto molto freddo anche la mattina del 20 gennaio 1961, quando l'uomo che sarebbe tornato a casa dentro una bara bianca aveva lanciato quelle parole ancora oggi magiche, "la torcia passa a una nuova generazione...." che sicuramente Barack Obama evocherà fra 18 giorni. Il vento, che su Washington soffia sempre da nord ovest, quindi gelido dal Canada e dai Grandi Laghi, gli muoveva il ciuffo, ma non indossava cappotto, perché la liturgia vagamente medievalista vuole che il "re santo" sfidi natura e intemperie e si presenti in giacchetta.
Sicuramente, anche il giovane, robusto, muscoloso Obama cercherà di evitare cappottini e sciarpette, giurando sulla Bibbia di Lincon, non su quella della Grande Loggia di New York, confidando nella cabala del freddo che fece di Kennedy un grande rimpianto, in un storia umana troppo breve. "Sì, ma fra quattro anni, se fa ancora così freddo, il cappotto io me lo metto" batté i denti JFK con il fratello poche ore dopo alla Casa Bianca. Non sapremo mai se l' avrebbe fatto davvero.
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8 novembre 2016
Epopea Barack: l’uomo dei sogni che non cambiò la sua America
Il "Lungo Addio" alla presidenza di Barack Hussein Obama è un tessuto di nostalgia e di sollievo, di paure e di rimpianti che legano e dividono la nazione che lui ha guidato per quasi otto anni, come dividono lui. Mancano ancora 85 giorni a quella mattina del 20 gennaio 2017 quando accoglierà sotto il portico della Casa Bianca la persona che "The People", il popolo avrà scelto per succedergli, ma il giorno dell'addio reale è già domani.
E il giorno della sentenza politica sulla sua presidenza, quando le schede diranno se l'America ha accettato di prolungare il suo regno, in quella Hillary Clinton che ha designato come erede ideale o consumare finalmente in Donald Trump la vendetta che dal novembre del 2008 gli irriducibili e i boia chi molla della destra hanno covato e coltivato nell'odio contro di lui.
Molti anni e molte generazioni devono trascorrere per distillare il giudizio storico sui risultati di un presidenza e la misurazione dei dati economici, delle promesse mantenute o tradite, delle guerre o delle paci vinte è sempre una contabilità relativa ed effimera. Ma se lo è per tutti, lo è come mai prima d'ora per Barack Obama, per un uomo che non era stato eletto per le promesse fatte, ma per essere, lui, la promessa. La realizzazione del sogno di vedere finalmente l'America giudicare una persona "non dal colore della pelle, ma dalla qualità del suo carattere".
Quella promessa, non soltanto di poter vincere, ma di dimostrare al proprio popolo e al mondo che un uomo e la sua famiglia vanno giudicati per le loro azioni e per niente altro, è stata mantenuta. Ma non compiuta. Ed è in questo sentimento di incompiutezza, di lavoro non finito, "di miglia ancora da percorrere prima di poter riposare", come Obama ha spesso detto parafrasando il poeta americano Walt Whitman, che sta lo struggimento del suo lungo addio.
Obama ha cambiato per sempre la storia della presidenza americana, aprendola a un uomo di sangue misto africano ed euroamericano, come domani notte una donna potrebbe finalmente infrangere la barriera di genere dopo quella di razza, ma non ha cambiato l'America. Ha spinto un poco più in alto sulla collina il macigno della assistenza sanitaria che ora rischia di franare, ha ereditato e non risolto guerre, ha aiutato un'economia che trovò devastata entrando nello Studio Ovale, ma ha fallito sulla speranza fondamentale di lasciare una nazione più unita di come l'aveva trovata.
L'America non è mai stata tanto divisa, secondo linee di frattura che non corrono soltanto fra le razze, ma fra i più istruiti e i meno scolarizzati, fra chi ha sempre di più e chi sempre di meno, fra chi vive di finanza e chi vivacchia di lavoro, fra Sud e Nord, fra le donne dei grandi sobborghi metropolitanti e le donne dei piccoli paesi. La sua presidenza, accompagnata da scosse di odio e da quelle promesse di "vendetta" che ora Donald Trump ha raccolto, ha rivelato più crepe nella terra americana di quante abbia sanato.
Mai nessun presidente in carica si è mai speso tanto e in prima persona come lui sta facendo in questi giorni per la campagna elettorale di un altro, in una disperata elegia di sè. Vola dalla Florida al Nevada, dall'Ohio alla Nord Carolina, dal New Hampshire al Michigan per ricucire quello che la lotta fra Clinton e Trump sta lacerando. Rimbalza da Stato a Stato per salvare, in lei, se stesso, e quella promessa di riunificare l'America che fece a Chicago, poche ore dopo essere stato eletto, e che sente sfuggirgli fra le dita come le ore che mancano al suo addio. Non è Obama che può fare vincere Hillary. È Hillary che può completare, vincendo, la sinfonia incompiuta di un uomo che non ha più il tempo per cambiare niente.