Resa dei conti fra gang nelle carceri brasiliane: almeno 57 morti negli scontri tra detenuti
Daniele Mastrogiacomo, di DANIELE MASTROGIACOMOIn palio il controllo del "corridoio d'oro" per il transito della droga nell'Amazzonia
Un cenno con il capo e poi l’inferno. I detenuti che chiudono i padiglioni, isolano due ali del carcere, tirano fuori gli spazzolini da denti affilati come coltelli e punteruoli. Spuntano le corde e i lacci di pelle. Poche armi ma sufficienti a fare quello che devono fare. Lo scontro tra i miliziani dei due Cartelli è feroce, rapido, spietato. Non è una rivolta. E’ un regolamento di conti. C’è da stabilire chi comanda. All’esterno. Chi controlla il “corridoio d’oro” dell’Amazzonia, quello dove transitano le tonnellate di coca e metanfetamine da spedire negli Usa e in Europa. Alla fine restano a terra in 57. Sgozzati, soffocati, smembrati.
Accade in due tempi. In quattro diversi carceri di Manaus, cuore dello Stato di Amazonas, in Brasile. Domenica pomeriggio, giorno di visite, i parenti che si accalcano, abbracciano mariti, fratelli e figli, portano cibo e vestiti. I capi di Primeiro Comando da Capital e Comando V…
Accade in due tempi. In quattro diversi carceri di Manaus, cuore dello Stato di Amazonas, in Brasile. Domenica pomeriggio, giorno di visite, i parenti che si accalcano, abbracciano mariti, fratelli e figli, portano cibo e vestiti. I capi di Primeiro Comando da Capital e Comando V…
Un cenno con il capo e poi l’inferno. I detenuti che chiudono i padiglioni, isolano due ali del carcere, tirano fuori gli spazzolini da denti affilati come coltelli e punteruoli. Spuntano le corde e i lacci di pelle. Poche armi ma sufficienti a fare quello che devono fare. Lo scontro tra i miliziani dei due Cartelli è feroce, rapido, spietato. Non è una rivolta. E’ un regolamento di conti. C’è da stabilire chi comanda. All’esterno. Chi controlla il “corridoio d’oro” dell’Amazzonia, quello dove transitano le tonnellate di coca e metanfetamine da spedire negli Usa e in Europa. Alla fine restano a terra in 57. Sgozzati, soffocati, smembrati.
Accade in due tempi. In quattro diversi carceri di Manaus, cuore dello Stato di Amazonas, in Brasile. Domenica pomeriggio, giorno di visite, i parenti che si accalcano, abbracciano mariti, fratelli e figli, portano cibo e vestiti. I capi di Primeiro Comando da Capital e Comando Vermelho, i primi dominanti a San Paolo i secondi a Rio de Janeiro, danno l’ordine alle gang che li sostengono. Il carcere finisce nelle mani di due gruppi. La battaglia dura poche ore. Nessuna fuga. Chi può resta in disparte, gli altri si azzannano senza pietà. Si contano 15 vittime. Era accaduto anche due anni fa. Sempre nel penitenziario Anísio Jobim. Con una differenza: la rivolta era una scusa per evadere e nella fuga si erano risolti vecchi conti in sospeso. Nessuno era riuscito a entrare nel carcere per 17 ore, c’erano stati 56 morti.
Il ministro della Giustizia, Sergio Moro, l’ex pm di Lava Jato, spedisce sul posto gli agenti dell’unità speciale creata proprio per intervenire nelle sommosse. Arrivano quando tutto è finito. Ma non sanno che è solo il primo tempo. Il secondo scatta lunedì pomeriggio. Questa volta è peggio. E’ la vendetta. I quattro carceri restano di nuovo in balìa dei due gruppi. Colpiscono con punteruoli e strozzano con le corde. Veri professionisti delle arti marziali, commentano gli agenti dopo aver visionato i video di sorveglianza. Il bilancio è ancora più grave: i morti sono 42.
All’esterno si radunano le moglie, le madri, le sorelle e le cugine dei detenuti. Premono sulle recinzioni di metallo, le facce contratte e disperate che guardano verso le mura del carcere. Sanno quello che sta accadendo. Sono impotenti. Sperano solo che i propri cari se la cavino. Moro è sommerso dalle polemiche. Ma scarica la responsabilità sul Dipartimento degli istituti penitenziari di Amazonas. Assicura che manderà la Forza nazionale di sicurezza pubblica, incaricata dal 9 gennaio 2017 proprio di garantire l’ordine nel carcere di Anísio Jobim dove è rinchiuso il vertice dei due Cartelli. I tentativi di disperderli nelle prigioni del paese è sempre fallito. Meglio tenerli tutti insieme. Isolati in Amazzonia. Ma è proprio da qui che continuano a guidare il traffico e a ordinare la conquista di nuovi territori.
Accade in due tempi. In quattro diversi carceri di Manaus, cuore dello Stato di Amazonas, in Brasile. Domenica pomeriggio, giorno di visite, i parenti che si accalcano, abbracciano mariti, fratelli e figli, portano cibo e vestiti. I capi di Primeiro Comando da Capital e Comando Vermelho, i primi dominanti a San Paolo i secondi a Rio de Janeiro, danno l’ordine alle gang che li sostengono. Il carcere finisce nelle mani di due gruppi. La battaglia dura poche ore. Nessuna fuga. Chi può resta in disparte, gli altri si azzannano senza pietà. Si contano 15 vittime. Era accaduto anche due anni fa. Sempre nel penitenziario Anísio Jobim. Con una differenza: la rivolta era una scusa per evadere e nella fuga si erano risolti vecchi conti in sospeso. Nessuno era riuscito a entrare nel carcere per 17 ore, c’erano stati 56 morti.
Il ministro della Giustizia, Sergio Moro, l’ex pm di Lava Jato, spedisce sul posto gli agenti dell’unità speciale creata proprio per intervenire nelle sommosse. Arrivano quando tutto è finito. Ma non sanno che è solo il primo tempo. Il secondo scatta lunedì pomeriggio. Questa volta è peggio. E’ la vendetta. I quattro carceri restano di nuovo in balìa dei due gruppi. Colpiscono con punteruoli e strozzano con le corde. Veri professionisti delle arti marziali, commentano gli agenti dopo aver visionato i video di sorveglianza. Il bilancio è ancora più grave: i morti sono 42.
All’esterno si radunano le moglie, le madri, le sorelle e le cugine dei detenuti. Premono sulle recinzioni di metallo, le facce contratte e disperate che guardano verso le mura del carcere. Sanno quello che sta accadendo. Sono impotenti. Sperano solo che i propri cari se la cavino. Moro è sommerso dalle polemiche. Ma scarica la responsabilità sul Dipartimento degli istituti penitenziari di Amazonas. Assicura che manderà la Forza nazionale di sicurezza pubblica, incaricata dal 9 gennaio 2017 proprio di garantire l’ordine nel carcere di Anísio Jobim dove è rinchiuso il vertice dei due Cartelli. I tentativi di disperderli nelle prigioni del paese è sempre fallito. Meglio tenerli tutti insieme. Isolati in Amazzonia. Ma è proprio da qui che continuano a guidare il traffico e a ordinare la conquista di nuovi territori.