Minibot, è Conte il primo obiettivo dei vicepremier
di CARMELO LOPAPATemono un asse tra il Quirinale e Draghi con il ministro dell’Economia e il premier
Roma - «Io quei soldi adesso li voglio trovare, Conte e Tria provvedano in qualche modo», è ultima provocazione di Matteo Salvini, adesso paladino dei crediti degli imprenditori. Perché chiusa una battaglia se ne apre un’altra e le campagne elettorali solo in apparenza si concludono coi ballottaggi di oggi. Eppure, Luigi Di Maio e il leader leghista giurano di non aver concordato l’uscita in contemporanea a tenaglia contro il ministro dell’Economia, ostile ai Minibot. Il fatto è che dopo il faccia a faccia di giovedì scorso i due vice sembrano aver ritrovato ora la vecchia intesa almeno su un punto: la guerra da dichiarare al loro “nemico” doppio.
Il primo è quello palese, l’Europa che esige politiche di rigore sui conti per legare le mani, a loro dire, al governo gialloverde. Il secondo, “occulto” ma ben più insidioso ai loro occhi, è quella sorta di “quadrilatero”…
Il primo è quello palese, l’Europa che esige politiche di rigore sui conti per legare le mani, a loro dire, al governo gialloverde. Il secondo, “occulto” ma ben più insidioso ai loro occhi, è quella sorta di “quadrilatero”…
Roma - «Io quei soldi adesso li voglio trovare, Conte e Tria provvedano in qualche modo», è ultima provocazione di Matteo Salvini, adesso paladino dei crediti degli imprenditori. Perché chiusa una battaglia se ne apre un’altra e le campagne elettorali solo in apparenza si concludono coi ballottaggi di oggi. Eppure, Luigi Di Maio e il leader leghista giurano di non aver concordato l’uscita in contemporanea a tenaglia contro il ministro dell’Economia, ostile ai Minibot. Il fatto è che dopo il faccia a faccia di giovedì scorso i due vice sembrano aver ritrovato ora la vecchia intesa almeno su un punto: la guerra da dichiarare al loro “nemico” doppio.
Il primo è quello palese, l’Europa che esige politiche di rigore sui conti per legare le mani, a loro dire, al governo gialloverde. Il secondo, “occulto” ma ben più insidioso ai loro occhi, è quella sorta di “quadrilatero” dei poteri forti che avrebbe ai suoi vertici proprio il ministro di via XX Settembre e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, più su, il Quirinale e il presidente della Bce Mario Draghi. E se parte da questi presupposti, si fa maledettamente complicata la trattativa con Bruxelles che inizierà di fatto domani nel tentativo di scongiurare la procedura d’infrazione prima dell’Ecofin del 9 luglio.
Nell’attacco di ieri pomeriggio a Tria, i due vice hanno evitato di citare il premier. Ma è nei confronti del presidente del Consiglio e delle sue perplessità sui Minibot della discordia (espresse in ultimo ieri sul Fatto) che Di Maio e Salvini vogliono levare principalmente gli scudi. Ancora ieri, parlando davanti ai giovani imprenditori riuniti a Rapallo, il sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti faceva notare che la misura «fa parte del programma» e che «il problema nasce se qualcuno, non penso a Draghi, vuole enfatizzarlo per far salire lo spread». Il numero due della Lega non pensa al presidente della Bce, il numero uno, Salvini, però sì. E con lui il capo del M5s. La sortita di Mario Draghi dei giorni scorsi contro una misura finora passata “solo” con una mozione parlamentare italiana è sembrata «sospetta», ai due. Quasi la conferma di un accerchiamento in atto ai più alti livelli. Sospetti che si sommano a quello che vorrebbe il tandem Conte-Tria in qualche modo etero-diretto dal Colle. Nel braccio di ferro con la Commissione Ue, «a chi risponderanno quei due, alla nostra maggioranza o al “quadrilatero”?», si stanno chiedendo in queste ore i vicepremier. Intenzionati a tenere la linea dura a costo di far saltare i vincoli europei.
Tutto questo precipiterà col peso di un macigno sul vertice di domami sera col quale il triumvirato Conte-Di Maio-Salvini tenterà di avviare una presunta fase 2. Che dovrebbe passare, tra l’altro, anche da un mini rimpasto. Se non fosse che adesso il M5S, ancor più dopo il facci a faccia Grillo-Di Maio, alza le barricate in difesa del ministero delle Infrastrutture: va bene sostituire Toninelli, ma solo con un altro dei loro. Non con un leghista che darebbe mano libera a Salvini sui porti, oltre che sull’odiata Tav. Il ministro dell’Interno ha fatto sapere che per lui andrebbe bene anche un grillino, dipende da chi. Se un «uomo di Roberto Fico», sarà fatto presente, la risposta sarà no.
Ad appesantire il clima di sospetti, un «incidente» diplomatico: il ministro Tria ha annullato in queste ore la sua audizione di domani in commissione Finanze al Senato, alla quale il presidente Claudio Borghi - leghista sponsor dei Minibot - lo aveva invitato per un confronto. Tria a sorpresa si presenterà invece martedì in aula, sempre al Senato, per rispondere sullo stesso argomento a un’interrogazione del Pd. Ai piani alti della Lega, come è facile immaginare, l’hanno presa malissimo.
Il primo è quello palese, l’Europa che esige politiche di rigore sui conti per legare le mani, a loro dire, al governo gialloverde. Il secondo, “occulto” ma ben più insidioso ai loro occhi, è quella sorta di “quadrilatero” dei poteri forti che avrebbe ai suoi vertici proprio il ministro di via XX Settembre e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, più su, il Quirinale e il presidente della Bce Mario Draghi. E se parte da questi presupposti, si fa maledettamente complicata la trattativa con Bruxelles che inizierà di fatto domani nel tentativo di scongiurare la procedura d’infrazione prima dell’Ecofin del 9 luglio.
Nell’attacco di ieri pomeriggio a Tria, i due vice hanno evitato di citare il premier. Ma è nei confronti del presidente del Consiglio e delle sue perplessità sui Minibot della discordia (espresse in ultimo ieri sul Fatto) che Di Maio e Salvini vogliono levare principalmente gli scudi. Ancora ieri, parlando davanti ai giovani imprenditori riuniti a Rapallo, il sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti faceva notare che la misura «fa parte del programma» e che «il problema nasce se qualcuno, non penso a Draghi, vuole enfatizzarlo per far salire lo spread». Il numero due della Lega non pensa al presidente della Bce, il numero uno, Salvini, però sì. E con lui il capo del M5s. La sortita di Mario Draghi dei giorni scorsi contro una misura finora passata “solo” con una mozione parlamentare italiana è sembrata «sospetta», ai due. Quasi la conferma di un accerchiamento in atto ai più alti livelli. Sospetti che si sommano a quello che vorrebbe il tandem Conte-Tria in qualche modo etero-diretto dal Colle. Nel braccio di ferro con la Commissione Ue, «a chi risponderanno quei due, alla nostra maggioranza o al “quadrilatero”?», si stanno chiedendo in queste ore i vicepremier. Intenzionati a tenere la linea dura a costo di far saltare i vincoli europei.
Tutto questo precipiterà col peso di un macigno sul vertice di domami sera col quale il triumvirato Conte-Di Maio-Salvini tenterà di avviare una presunta fase 2. Che dovrebbe passare, tra l’altro, anche da un mini rimpasto. Se non fosse che adesso il M5S, ancor più dopo il facci a faccia Grillo-Di Maio, alza le barricate in difesa del ministero delle Infrastrutture: va bene sostituire Toninelli, ma solo con un altro dei loro. Non con un leghista che darebbe mano libera a Salvini sui porti, oltre che sull’odiata Tav. Il ministro dell’Interno ha fatto sapere che per lui andrebbe bene anche un grillino, dipende da chi. Se un «uomo di Roberto Fico», sarà fatto presente, la risposta sarà no.
Ad appesantire il clima di sospetti, un «incidente» diplomatico: il ministro Tria ha annullato in queste ore la sua audizione di domani in commissione Finanze al Senato, alla quale il presidente Claudio Borghi - leghista sponsor dei Minibot - lo aveva invitato per un confronto. Tria a sorpresa si presenterà invece martedì in aula, sempre al Senato, per rispondere sullo stesso argomento a un’interrogazione del Pd. Ai piani alti della Lega, come è facile immaginare, l’hanno presa malissimo.