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Daniel Cohn-Bendit, 74 anni, franco-tedesco: leader dei Verdi europei a Strasburgo dal 2004 al 2014, ora sta con Macron (Joel Saget/ Afp/ Getty Images) 

Cohn-Bendit: «Tifo ancora per i Verdi. Ma Greta mi fa paura»

Daniel Cohn-Bendit, leader storico degli ecologisti europei, commenta la nuova onda: "Bene in Germania, male in Francia e in Italia lasciamo stare". Intervista in attacco. Alla Zidane  

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FRANCOFORTE. È una data speciale per Daniel Cohn-Bendit. Lo incontriamo al Café Laumer di Francoforte nel giorno in cui festeggia il concepimento del suo concepimento: "Sono nato in una famiglia di ebrei tedeschi in fuga nel Sud della Francia, e quando la radio annunciò che in Normandia erano sbarcati gli Alleati i miei genitori decisero che finalmente potevano dare un fratellino a mio fratello". Settantacinque anni dopo, l'ex "Dany le Rouge" del Maggio francese, incanutito ma non domato dagli anni, continua a rivendicare i propri geni inzuppati di libertà e d'ottimismo. È anche così che si diventa europei: "Se appena nato avessi detto ai miei genitori che di lì a cinquant'anni sarei stato parlamentare di un'Europa senza frontiere avrebbero pensato che ero un mostro che parlava troppo presto, e troppo presto si metteva a dire fesserie".

E invece: dopo essere stato una delle figure chiave del Sessantotto francese, Daniel Cohn-Bendit è eletto nel 1994 al Parlamento di Strasburgo nelle file dei Verdi tedeschi, da cui poi passerà a militare nei Verdi francesi, unico parlamentare europeo eletto per quattro volte in due Paesi diversi. Praticamente unico parlamentare europeo: per mettere a fuoco l'onda verde che attraversa il Vecchio Continente (no, non le sue propaggini che di verde hanno solo le felpe del Capitano), merita e forse è indispensabile prenderci almeno un caffè.

Daniel Cohn-Bendit in Germania è stato chiamato "una sorta di nucleo personificato d'Europa", in Francia semplicemente "Cohn-Bendit l'Europeo". Tifa la Nazionale francese e l'Eintracht di Francoforte, il presidente Emmanuel Macron e i Grünen, i Verdi tedeschi, che il 26 maggio sono diventati il secondo partito di Germania. Gli chiediamo dove ha votato, giusto per capire se ha preferito perdere in Francia o vincere in Germania, ci risponde che la domanda è mal posta perché Macron non ha vinto ma non ha nemmeno perso. Poi però ci tiene a precisare che i Verdi tedeschi restano il suo unico partito: "Verso tutti i mesi i miei 180 euro d'iscrizione". Quanto alla Francia, ha rotto con i vecchi compagni ecologisti, ma in campagna elettorale invitava i Verts a non "insultare l'avvenire", che detta così sembra un verso di Paul Éluard ma a tradurla in prosa suona più o meno: "Non accapigliamoci ora, visto che ci alleeremo il giorno dopo le elezioni". E il giorno dopo le elezioni è arrivato: è giunta anche l'ora dell'Europa verde? "I partiti ecologisti sono andati benissimo in Germania, molto bene in Francia, bene in quasi tutto il Nord Europa" precisa Cohn-Bendit. "Ma a Sud come a Est, dal Portogallo alla Polonia, sono praticamente inesistenti".

La svolta ambientalista quindi può aspettare?
"La tenuta di Macron in Francia ha salvato l'Europa dai nazionalismi, ma per il bene del Pianeta l'appuntamento decisivo ora è in Germania, dove credo che entro un anno avremo elezioni anticipate e i Verdi hanno tutte le possibilità di diventare primo partito".

Perché è così importante che vincano in Germania?
"I partiti tradizionali dicono "vota per me e tutto sarà più semplice", noi invece ammettiamo che, per evitare la catastrofe climatica tra vent'anni, nell'immediato tutto non può che diventare più difficile. Per questo è cruciale che almeno un grande Paese mostri come si gestisce concretamente quest'imponente transizione ecologica".

Avremo presto il primo cancelliere verde?
"Certamente. In particolare Robert Habeck, il principale artefice dell'exploit delle Europee: vince perché è radicale nella sostanza ma liberale nei modi, sa dove vuole arrivare ma preferisce dialogare che imporre. Conquisterà il cancellierato con i democristiani della Cdu come partner di governo".

Anche in Francia i Verdi sono ormai la prima forza a sinistra...
"E questo è un problema, perché non riescono a uscire da quel campo politico. Ho cercato di farli coalizzare con En Marche di Emmanuel Macron ma non c'è stato verso: il loro leader Yannick Jadot, mio caro amico, è convinto di poter essere il Macron di sinistra. Non capisce che bisogna agire qui e ora: prima che i Verdi francesi conquistino la maggioranza, la catastrofe climatica sarà ben che compiuta...".

Per fortuna c'è Greta Thunberg, la ragazzina svedese che ha mobilitato i giovani d'Europa...
"Mi fa paura: si figuri che ha costretto la madre a interrompere la carriera da cantante lirica perché in famiglia nessuno deve più prendere un aereo. Ben vengano i ragazzi che manifestano ogni venerdì, ma sono contro ogni approcio assolutista e non voterei mai Greta for president".

Ma lei da ragazzo non era assolutista?
"Piuttosto edonista. Appena arrivato in Germania dopo la mia espulsione da Parigi (fu dichiarato persona non grata a fine maggio 1968, ndr), un giornalista mi chiese cos'era per me il socialismo. Risposi: ostriche per tutti".

Da ex sessantottino si riconosce nelle preoccupazioni dei giovani di oggi?
"No. La nostra è stata l'ultima rivolta senza buco dell'ozono: eravamo prometeici, sfrenati, volevamo tutto. Dieci anni dopo sarebbe nata la coscienza ecologista e con essa un inevitabile senso del limite".

E lei personalmente che limiti si dà?
"Preferisco il treno all'aereo, vado in bicicletta e metropolitana, ho una sola macchina ibrida in comproprietà con mio figlio, mangio poca carne... Mi sento un normale cittadino in via di conversione ecologica".

Come mai per noi italiani questa conversione è così difficile?
"Non mi faccia parlare, in Italia l'ecologismo ha enormi potenzialità, che da sempre vanno sprecate nel settarismo della politica politicante".

In compenso abbiamo il verde della Lega...
"Per capire l'exploit di Salvini devo riandare a una vacanza in Sicilia di quindici anni fa. Eravamo saliti sull'Etna, e tornando a valle ci fermammo in un negozietto di souvenir. Tra portachiavi e cartoline spiccava una serie di teste di Mussolini in pietra lavica. Ecco, una cosa del genere in Germania sarebbe semplicemente impensabile".

Non mi dirà che Salvini è il nuovo Mussolini.
"Sui migranti l'Europa ha vergognosamente lasciato sola l'Italia. Ma Salvini ha usato questo tema per radicalizzare un qualunquismo di destra molto diffuso nella società italiana".

Ho letto che per lei anche il nostro calcio sarebbe di destra.
"Il calcio è l'Ungheria di Ferenc Puskás, il Barcellona di Cruijff, non certo il catenaccio italiano che rinuncia a ogni creatività per non prenderle. L'ex ct dell'Argentina César Luis Menotti parlava di calcio di destra, e io sono molto d'accordo con lui".

Però così si vincono quattro Mondiali.
"Brucia ancora la finale di Berlino 2006: non ci servì a nulla giocare meglio, essere superiori, attaccare dall'inizio alla fine".

Nemmeno dare testate nel petto...
"Si è sempre detto che Zidane abbia colpito Materazzi per un insulto alla sorella. Non credo. Secondo me dopo quasi due ore Materazzi gli disse semplicemente: tanto di qui non passate".

Il nostro calcio sarà di destra, ma lei si sente ancora di sinistra?
"Di fronte all'emergenza ecologica queste categorie non hanno più molto senso. E poi io passo da sempre per un traditore della mia parte: in Francia il Partito comunista mi considerava un agente della Cia, in Israele già nel '73 facevo scandalo parlando di due Stati, in Germania mi danno del guerrafondaio da quando negli anni Novanta ho sostenuto le ragioni dell'intervento armato in Bosnia".

Il pacifismo non fa parte del suo dna...
"Se sono nato è perché migliaia di ragazzi texani e californiani attraversarono l'Oceano per venire a liberare l'Europa. Hitler non è stato sconfitto dalla società tedesca ma dalle armi degli Alleati".

Eppure lei non si è limitato ad approvare solo i bombardamenti per fermare i massacri in Bosnia. Nel 2011 sostenne il disastroso intervento in Libia che ha già provocato otto anni di caos.
"Chi interviene può sbagliare, ma lavarsi le mani di fronte all'ingiustizia non è un'opzione praticabile".

Un'ultima curiosità. Lei è stato uno dei leader dei Verdi europei. Non le dispiace di non essere della partita ora che fanno il pieno di voti?
"Mi sono ritirato dalla politica attiva nel 2014 a quasi settant'anni. In tanti volevano che mi ricandidassi, ma io ho preferito andarmene accompagnato dai 'ti prego restà che aspettare che si trasformassero in 'che ci fa ancora qui?'".

Non le farà piacere, ma mi ricorda una leggenda del calcio italiano: Dino Zoff che si ritira nel 1982 con la Coppa del mondo in mano.
"Giusto. Meglio Zoff che Buffon, che ha già giocato un anno di troppo".

Sul Venerdì del 14 giugno 2019
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