Deficit, l’Europa presenta il conto: “Nove miliardi in sette giorni”
Alberto D’ArgenioPer evitare la procedura di infrazione il governo italiano dovrà presentare entro una settimana un piano per ripianare i buchi del 2018 e del 2019. Tria: "Porto dati, non chiacchiere". Ma la Ue chiede impegni precisi
Nove miliardi da mettere sul piatto entro una settimana. Altrimenti l'Italia sarà colpita da una pesante procedura Ue sul debito che ne metterà sotto tutela la politica economica per almeno un lustro. È questo il messaggio che Giovanni Tria si è sentito recapitare dai partner europei nella due giorni di riunioni nel Lussemburgo. "Dobbiamo raggiungere un deficit compensativo del mancato raggiungimento dell'obiettivo 2018", affermava il ministro a fine lavori. Frase apparentemente neutra, ma che invece rivela come la pazienza dei governi dell'Unione sia ormai esaurita. Troppa la spesa in deficit messa in campo o annunciata da Salvini e Di Maio, troppo forte la corsa al rialzo del debito tricolore.
Fino a pochi giorni fa l'Italia pensava di poter chiudere un accordo per evitare l'infrazione Ue correggendo i conti del 2019, una manovra da 3,5 miliardi, e dando garanzie sul 2020. Un modo per far sì che gli europei chiudesser…
Fino a pochi giorni fa l'Italia pensava di poter chiudere un accordo per evitare l'infrazione Ue correggendo i conti del 2019, una manovra da 3,5 miliardi, e dando garanzie sul 2020. Un modo per far sì che gli europei chiudesser…
Nove miliardi da mettere sul piatto entro una settimana. Altrimenti l'Italia sarà colpita da una pesante procedura Ue sul debito che ne metterà sotto tutela la politica economica per almeno un lustro. È questo il messaggio che Giovanni Tria si è sentito recapitare dai partner europei nella due giorni di riunioni nel Lussemburgo. "Dobbiamo raggiungere un deficit compensativo del mancato raggiungimento dell'obiettivo 2018", affermava il ministro a fine lavori. Frase apparentemente neutra, ma che invece rivela come la pazienza dei governi dell'Unione sia ormai esaurita. Troppa la spesa in deficit messa in campo o annunciata da Salvini e Di Maio, troppo forte la corsa al rialzo del debito tricolore.
Fino a pochi giorni fa l'Italia pensava di poter chiudere un accordo per evitare l'infrazione Ue correggendo i conti del 2019, una manovra da 3,5 miliardi, e dando garanzie sul 2020. Un modo per far sì che gli europei chiudessero un occhio sulla violazione delle norme Ue nel 2018, anno nel quale il debito anziché scendere è aumentato fino al 132,2% del Pil. Con la prospettiva di debordare nel biennio in corso fino al 135,2% del reddito nazionale a fine 2020. Un rischio per la tenuta dell'euro, una violazione delle regole Ue e un tradimento delle solenni promesse firmate da Conte e Tria a dicembre.
Ora invece il conto si fa più salato, visto che i partner non si fidano dell'Italia, condizionati dalle dichiarazioni su flat tax, minibot e sforamento dei parametri europei. Così, per cercare di salvare la faccia alle regole Ue e di tenere buoni i falchi, le colombe hanno dovuto spiegare alla delegazione italiana nel Lussemburgo che per evitare la procedura il governo non solo deve chiudere il buco del 2019, 3,5 miliardi, ma anche quello del 2018, ovvero altri 7 miliardi abbondanti. Con uno sconto legato alla flessibilità per il crollo del ponte Morandi e ai lavori contro il dissesto idrogeologico, un conto da nove miliardi, lo 0,5% del Pil.
In altre parole, diverse delegazioni nazionali presenti nel Granducato spiegavano che per contenere il debito il governo deve portare il deficit a quel 2% concordato a dicembre (impegno non onorato) rispetto all'attuale 2,5% calcolato dalla Ue. Almeno questo è il numero di partenza del negoziato, anche se le cifre potranno cambiare nel caso ci si dovesse avvicinare a un compromesso, al momento giudicato molto difficile vista l'inerzia dei gialloverdi.
"Accolgo con favore - spiegava il commissario Ue Pierre Moscovici - gli impegni di Tria e Conte che agiscono in buona fede per un accordo, ma ci servono più dati, impegni e misure". Un pressing da parte di chi vorrebbe l'intesa che fa ben intuire le difficoltà del momento. "Porto dati, non chiacchiere", rispondeva a distanza con un certo nervosismo Tria, che poi ribadiva: "Ridurremo il deficit senza variazioni legislative". Ovvero senza manovra bis, ma semplicemente grazie a maggiori entrate e risparmi da reddito e quota 100. Tesi che da settimane non convince gli europei, a caccia di misure credibili e immediate, non da verificare a fine anno. Tanto che nel chiuso delle riunioni nel Granducato - filtrava da diversi staff - è stato ipotizzato un intervento misto, con una manovra correttiva immediata e una clausola di salvaguardia formalmente approvata dal governo (e poi dal Parlamento) che preveda il congelamento di una somma pari ai soldi che Tria promette di trovare a fine anno grazie a risparmi ed entrate. Una garanzia sul 2019 alla quale se ne deve aggiungere una seconda che impegni il governo - magari con un provvedimento formale - sul rispetto dei target nel 2020. Una serie di condizioni che metteranno a dura prova la maggioranza gialloverde da centrare in pochi giorni, visto che Bruxelles dovrà avere il tempo per esaminarle e poi decidere se andare avanti con la procedura, che sarebbe lanciata il 9 luglio dai ministri dell'Unione. E così diventano fondamentali i contatti dei prossimi giorni e soprattutto i colloqui che il premier Conte avrà giovedì e venerdì prossimo a margine del vertice di Bruxelles sulle nomine europee.
Fino a pochi giorni fa l'Italia pensava di poter chiudere un accordo per evitare l'infrazione Ue correggendo i conti del 2019, una manovra da 3,5 miliardi, e dando garanzie sul 2020. Un modo per far sì che gli europei chiudessero un occhio sulla violazione delle norme Ue nel 2018, anno nel quale il debito anziché scendere è aumentato fino al 132,2% del Pil. Con la prospettiva di debordare nel biennio in corso fino al 135,2% del reddito nazionale a fine 2020. Un rischio per la tenuta dell'euro, una violazione delle regole Ue e un tradimento delle solenni promesse firmate da Conte e Tria a dicembre.
Ora invece il conto si fa più salato, visto che i partner non si fidano dell'Italia, condizionati dalle dichiarazioni su flat tax, minibot e sforamento dei parametri europei. Così, per cercare di salvare la faccia alle regole Ue e di tenere buoni i falchi, le colombe hanno dovuto spiegare alla delegazione italiana nel Lussemburgo che per evitare la procedura il governo non solo deve chiudere il buco del 2019, 3,5 miliardi, ma anche quello del 2018, ovvero altri 7 miliardi abbondanti. Con uno sconto legato alla flessibilità per il crollo del ponte Morandi e ai lavori contro il dissesto idrogeologico, un conto da nove miliardi, lo 0,5% del Pil.
In altre parole, diverse delegazioni nazionali presenti nel Granducato spiegavano che per contenere il debito il governo deve portare il deficit a quel 2% concordato a dicembre (impegno non onorato) rispetto all'attuale 2,5% calcolato dalla Ue. Almeno questo è il numero di partenza del negoziato, anche se le cifre potranno cambiare nel caso ci si dovesse avvicinare a un compromesso, al momento giudicato molto difficile vista l'inerzia dei gialloverdi.
"Accolgo con favore - spiegava il commissario Ue Pierre Moscovici - gli impegni di Tria e Conte che agiscono in buona fede per un accordo, ma ci servono più dati, impegni e misure". Un pressing da parte di chi vorrebbe l'intesa che fa ben intuire le difficoltà del momento. "Porto dati, non chiacchiere", rispondeva a distanza con un certo nervosismo Tria, che poi ribadiva: "Ridurremo il deficit senza variazioni legislative". Ovvero senza manovra bis, ma semplicemente grazie a maggiori entrate e risparmi da reddito e quota 100. Tesi che da settimane non convince gli europei, a caccia di misure credibili e immediate, non da verificare a fine anno. Tanto che nel chiuso delle riunioni nel Granducato - filtrava da diversi staff - è stato ipotizzato un intervento misto, con una manovra correttiva immediata e una clausola di salvaguardia formalmente approvata dal governo (e poi dal Parlamento) che preveda il congelamento di una somma pari ai soldi che Tria promette di trovare a fine anno grazie a risparmi ed entrate. Una garanzia sul 2019 alla quale se ne deve aggiungere una seconda che impegni il governo - magari con un provvedimento formale - sul rispetto dei target nel 2020. Una serie di condizioni che metteranno a dura prova la maggioranza gialloverde da centrare in pochi giorni, visto che Bruxelles dovrà avere il tempo per esaminarle e poi decidere se andare avanti con la procedura, che sarebbe lanciata il 9 luglio dai ministri dell'Unione. E così diventano fondamentali i contatti dei prossimi giorni e soprattutto i colloqui che il premier Conte avrà giovedì e venerdì prossimo a margine del vertice di Bruxelles sulle nomine europee.