RIO DE JANEIRO - Il governo Bolsonaro perde un altro ministro. Il più popolare, l’eroe di Lava Jato. Sergio Moro, ministro della Giustizia, ha deciso di prendersi un breve congedo. Per cinque giorni, dal 15 al 19 luglio, si asterrà dalle sue funzioni istituzionali “per risolvere”, come recita un comunicato della presidenza, “delle questioni personali”.
È il segno più tangibile della crisi che attraversa l’esecutivo della destra estrema, votato quasi a furor di popolo per risollevare le sorti di un Brasile impantanato in una crisi economica e sociale dalla quale fatica a uscire. L’eroe della tangentopoli brasiliana, il simbolo della lotta alla corruzione, il magistrato che ha fatto condannare e sbattere in carcere il padre della sinistra latino americana, Lula, ha perso di legittimità.
Nelle indagini sul mega scandalo che ha sconvolto il Brasile e altri 11 paesi del continente non ha dimostrato quella imparzialità che deve assumere ogni giudice terzo. La serie ininterrotta di pubblicazioni della chat segrete scambiate su Telegram tra Moro e il capo del pool di pm, Deltan Dallagnol, ha finito per intaccare la sua immagine. Dialoghi continui tra giudice e pubblici ministeri nei quali l’attuale ministro della Giustizia suggeriva le piste investigative da seguire, le prove da trovare, le notizie da filtrare alla stampa per sondare le reazioni, fino all’insistenza nel trovare altri testimoni e ulteriori riscontri a sostegno delle accuse nei confronti di Lula.
Sergio Moro ha reagito alle rivelazioni di The Intercept, la rivista investigativa creata e diretta da Glenn Greenwald, con fastidio. Ha contestato l’attendibilità delle chat sostenendo che erano state estrapolate da un discorso più generale e ha condannato la loro pubblicazione perché frutto di “un hackeraggio criminale”.
Ma sia Folha de S. Paolo sia il settimanale Veja, che stanno collaborando alla pubblicazione, le hanno esaminate e affermano che si tratta di materiale originale, senza alcuna contraffazione. Subissato dalle rivelazioni, difeso dal suo presidente ma senza troppa enfasi, l’ex giudice di Lava Jato ha deciso di prendersi una pausa di riflessione. La scelta è stata sollecitata dallo stesso Bolsonaro che si è visto dimezzare l’indice di consenso. Secondo l’ultimo sondaggio di Datafolha il governo del Messia, come ama farsi chiamare il leader della destra estrema, ha il 33 per cento di gradimento: la percentuale più bassa per un presidente, dopo sei mesi dal suo insediamento, dal 1999.
La pubblicazione continuerà probabilmente per mesi. Il materiale finora reso pubblico è solo una piccola parte delle decine di migliaia di chat che una fonte anonima ha fatto recapitare a The Intercept. E il fatto che ad affiancare il quotidiano on line di Greenwald sia una rivista come Veja, da sempre grande sostenitrice di Moro, dimostra che l’intero atteggiamento assunto da Moro durante i sei anni di indagini sia messo in discussione.
E’ molto probabile che lo scandalo non abbia conseguenze sulla situazione giudiziaria di Lula; non esistono ancora i presupposti giuridici per sostenere che la condanna del due volte presidente del Brasile sia stata frutto di un accanimento che comunque traspare dalle conversazioni tra giudice e pm. Il caso Lula sarà affrontato ai primi di agosto dal Tribunale Superiore Federale chiamato a pronunciarsi su una richiesta di libertà provvisoria.
Inseguito dalle critiche, il presidente Bolsonaro la scorsa settimana aveva affidato un responso alla folla che assiepava le gradinate del Maracaná in occasione della finale tra Brasile e Perú della Copa America. “Parlerà il popolo”, aveva detto. E il popolo si è espresso: quando le telecamere hanno inquadrato il presidente assieme a Moro lo stadio è rimbombato di fischi e urla, mentre un settore rispondeva con applausi.
È il segno più tangibile della crisi che attraversa l’esecutivo della destra estrema, votato quasi a furor di popolo per risollevare le sorti di un Brasile impantanato in una crisi economica e sociale dalla quale fatica a uscire. L’eroe della tangentopoli brasiliana, il simbolo della lotta alla corruzione, il magistrato che ha fatto condannare e sbattere in carcere il padre della sinistra latino americana, Lula, ha perso di legittimità.
Nelle indagini sul mega scandalo che ha sconvolto il Brasile e altri 11 paesi del continente non ha dimostrato quella imparzialità che deve assumere ogni giudice terzo. La serie ininterrotta di pubblicazioni della chat segrete scambiate su Telegram tra Moro e il capo del pool di pm, Deltan Dallagnol, ha finito per intaccare la sua immagine. Dialoghi continui tra giudice e pubblici ministeri nei quali l’attuale ministro della Giustizia suggeriva le piste investigative da seguire, le prove da trovare, le notizie da filtrare alla stampa per sondare le reazioni, fino all’insistenza nel trovare altri testimoni e ulteriori riscontri a sostegno delle accuse nei confronti di Lula.
Sergio Moro ha reagito alle rivelazioni di The Intercept, la rivista investigativa creata e diretta da Glenn Greenwald, con fastidio. Ha contestato l’attendibilità delle chat sostenendo che erano state estrapolate da un discorso più generale e ha condannato la loro pubblicazione perché frutto di “un hackeraggio criminale”.
Ma sia Folha de S. Paolo sia il settimanale Veja, che stanno collaborando alla pubblicazione, le hanno esaminate e affermano che si tratta di materiale originale, senza alcuna contraffazione. Subissato dalle rivelazioni, difeso dal suo presidente ma senza troppa enfasi, l’ex giudice di Lava Jato ha deciso di prendersi una pausa di riflessione. La scelta è stata sollecitata dallo stesso Bolsonaro che si è visto dimezzare l’indice di consenso. Secondo l’ultimo sondaggio di Datafolha il governo del Messia, come ama farsi chiamare il leader della destra estrema, ha il 33 per cento di gradimento: la percentuale più bassa per un presidente, dopo sei mesi dal suo insediamento, dal 1999.
La pubblicazione continuerà probabilmente per mesi. Il materiale finora reso pubblico è solo una piccola parte delle decine di migliaia di chat che una fonte anonima ha fatto recapitare a The Intercept. E il fatto che ad affiancare il quotidiano on line di Greenwald sia una rivista come Veja, da sempre grande sostenitrice di Moro, dimostra che l’intero atteggiamento assunto da Moro durante i sei anni di indagini sia messo in discussione.
E’ molto probabile che lo scandalo non abbia conseguenze sulla situazione giudiziaria di Lula; non esistono ancora i presupposti giuridici per sostenere che la condanna del due volte presidente del Brasile sia stata frutto di un accanimento che comunque traspare dalle conversazioni tra giudice e pm. Il caso Lula sarà affrontato ai primi di agosto dal Tribunale Superiore Federale chiamato a pronunciarsi su una richiesta di libertà provvisoria.
Inseguito dalle critiche, il presidente Bolsonaro la scorsa settimana aveva affidato un responso alla folla che assiepava le gradinate del Maracaná in occasione della finale tra Brasile e Perú della Copa America. “Parlerà il popolo”, aveva detto. E il popolo si è espresso: quando le telecamere hanno inquadrato il presidente assieme a Moro lo stadio è rimbombato di fischi e urla, mentre un settore rispondeva con applausi.