Il Brasile prepara un altro sacco dell'Amazzonia
Daniele Mastrogiacomo , di DANIELE MASTROGIACOMOIl presidente Bolsonaro ha fatto ripartire il disboscamento: “La foresta è nostra, non appartiene al mondo”. Ogni minuto si taglia l’equivalente di due campi da calcio
RIO DE JANEIRO "L'Amazzonia è nostra, non appartiene al mondo". Jair Bolsonaro ha perso proprio le staffe quando un giornalista gli ha mostrato gli ultimi dati ufficiali sulla deforestazione. Vederlo diventare serio di colpo, il viso paonazzo, alzarsi quasi in piedi e puntare il dito è stato molto più che ammettere l'emergenza ambientale che vive il grande polmone del mondo. Per la prima volta in sei mesi, da quando è stato eletto, il presidente del Brasile si concede alla stampa estera. Si parla di Cina, dei rapporti con il Brasile che un giorno vuole dimezzare e il giorno dopo rilanciare. Si affronta il tema della povertà perché la Fao, per la prima volta, denuncia che 5,2 milioni di brasiliani patiscono la fame. Il presidente sbuffa: "Tutte bugie, in Brasile non si vedono persone scheletriche per le strade".
Le domande finiscono inevitabilmente per concentrarsi sull'Amazzonia. Nel maggio scorso, l'…
Le domande finiscono inevitabilmente per concentrarsi sull'Amazzonia. Nel maggio scorso, l'…
RIO DE JANEIRO "L'Amazzonia è nostra, non appartiene al mondo". Jair Bolsonaro ha perso proprio le staffe quando un giornalista gli ha mostrato gli ultimi dati ufficiali sulla deforestazione. Vederlo diventare serio di colpo, il viso paonazzo, alzarsi quasi in piedi e puntare il dito è stato molto più che ammettere l'emergenza ambientale che vive il grande polmone del mondo. Per la prima volta in sei mesi, da quando è stato eletto, il presidente del Brasile si concede alla stampa estera. Si parla di Cina, dei rapporti con il Brasile che un giorno vuole dimezzare e il giorno dopo rilanciare. Si affronta il tema della povertà perché la Fao, per la prima volta, denuncia che 5,2 milioni di brasiliani patiscono la fame. Il presidente sbuffa: "Tutte bugie, in Brasile non si vedono persone scheletriche per le strade".
Le domande finiscono inevitabilmente per concentrarsi sull'Amazzonia. Nel maggio scorso, l'Inpe (l'Agenzia di ricerca spaziale pubblica) ha denunciato il disboscamento di 739 chilometri quadrati di foresta pluviale. È il dato peggiore degli ultimi 10 anni. Si tagliano due campi di calcio di alberi ogni minuto. C'è stato un aumento rispetto ai 550 chilometri quadrati registrati nello stesso periodo del 2018: il doppio del 2017. "Balle, bugie", sentenzia ancora Bolsonaro. Ma nei primi quindici giorni di luglio altri 1000 chilometri quadrati di foresta sono stati abbattuti: il 68 per cento in più dello stesso periodo del 2018. Lo dice sempre l'Inpe, un'agenzia governativa. La quale aggiunge che i dati sono attendibili al 90 per cento.
Il presidente scuote la testa e aggiunge: "Inpe non fa gli interessi del Brasile. Getta discredito e contribuisce alla brutta immagine del nostro paese. La cambierò. Chi la dirige e ci lavora è ossessionato dal tema ambientale. Io credo alla realtà e la realtà mi dice che se tutti i dati sulla deforestazione degli ultimi dieci anni fossero veri, l'Amazzonia non esiterebbe più. Invece esiste ed è in salute. Sono le normative a creare il divario tra conservazione ambientale e sviluppo. Siamo il Paese più ecologico al mondo. Abbiamo il 58 per cento delle foreste originali".
Jair Bolsonaro non può ammettere che l'Amazzonia muore. Deve accontentare le richieste pressanti della lobby dei latifondisti e degli agrari che vogliono più terre per far pascolare le mandrie o destinarle alle coltivazioni intensive degli idrocarburi vegetali. È grazie al loro voto, determinante, se ha realizzato il suo sogno impossibile.
Il fronte della Tre B (Bibbia, Bue e Bala, pallottola) gli garantisce il 60 per cento dei voti in Parlamento. Lo hanno eletto, lo fanno governare e adesso passano all'incasso. Chi si oppone al progetto è di sinistra, un comunista, è ideologicamente condizionato. E per assicurarsi fedeltà Bolsonaro cambia i vertici, dimezza i finanziamenti, chiude le strutture che considera superflue e inaffidabili. Lo farà con l'Inpe, affidando ad un satellite privato l'analisi sullo stato del polmone del mondo. Lo ha già fatto con il Funai, la Fondazione a tutela delle oltre 300 tribù indigene dell'Amazzonia. Ha nominato un ex poliziotto federale come direttore. Si chiama Xavier da Silva, 41 anni. Non ha alcuna esperienza nel campo, ma è legato ai proprietari terrieri. Ci penserà lui a far rispettare i nuovi confini delle terre destinate alle tribù. Sarà sempre lui a chiudere un occhio se i tagliaboschi daranno il colpo finale alla foresta che decide il nostro futuro.
Le domande finiscono inevitabilmente per concentrarsi sull'Amazzonia. Nel maggio scorso, l'Inpe (l'Agenzia di ricerca spaziale pubblica) ha denunciato il disboscamento di 739 chilometri quadrati di foresta pluviale. È il dato peggiore degli ultimi 10 anni. Si tagliano due campi di calcio di alberi ogni minuto. C'è stato un aumento rispetto ai 550 chilometri quadrati registrati nello stesso periodo del 2018: il doppio del 2017. "Balle, bugie", sentenzia ancora Bolsonaro. Ma nei primi quindici giorni di luglio altri 1000 chilometri quadrati di foresta sono stati abbattuti: il 68 per cento in più dello stesso periodo del 2018. Lo dice sempre l'Inpe, un'agenzia governativa. La quale aggiunge che i dati sono attendibili al 90 per cento.
Il presidente scuote la testa e aggiunge: "Inpe non fa gli interessi del Brasile. Getta discredito e contribuisce alla brutta immagine del nostro paese. La cambierò. Chi la dirige e ci lavora è ossessionato dal tema ambientale. Io credo alla realtà e la realtà mi dice che se tutti i dati sulla deforestazione degli ultimi dieci anni fossero veri, l'Amazzonia non esiterebbe più. Invece esiste ed è in salute. Sono le normative a creare il divario tra conservazione ambientale e sviluppo. Siamo il Paese più ecologico al mondo. Abbiamo il 58 per cento delle foreste originali".
Jair Bolsonaro non può ammettere che l'Amazzonia muore. Deve accontentare le richieste pressanti della lobby dei latifondisti e degli agrari che vogliono più terre per far pascolare le mandrie o destinarle alle coltivazioni intensive degli idrocarburi vegetali. È grazie al loro voto, determinante, se ha realizzato il suo sogno impossibile.
Il fronte della Tre B (Bibbia, Bue e Bala, pallottola) gli garantisce il 60 per cento dei voti in Parlamento. Lo hanno eletto, lo fanno governare e adesso passano all'incasso. Chi si oppone al progetto è di sinistra, un comunista, è ideologicamente condizionato. E per assicurarsi fedeltà Bolsonaro cambia i vertici, dimezza i finanziamenti, chiude le strutture che considera superflue e inaffidabili. Lo farà con l'Inpe, affidando ad un satellite privato l'analisi sullo stato del polmone del mondo. Lo ha già fatto con il Funai, la Fondazione a tutela delle oltre 300 tribù indigene dell'Amazzonia. Ha nominato un ex poliziotto federale come direttore. Si chiama Xavier da Silva, 41 anni. Non ha alcuna esperienza nel campo, ma è legato ai proprietari terrieri. Ci penserà lui a far rispettare i nuovi confini delle terre destinate alle tribù. Sarà sempre lui a chiudere un occhio se i tagliaboschi daranno il colpo finale alla foresta che decide il nostro futuro.