Sánchez-Iglesias, è rottura: la Spagna senza governo
Alessandro Oppes , di ALESSANDRO OPPESIl premier sconfitto al voto di investitura parlamentare. Salta la coalizione tra socialisti e Podemos. Rischio di elezioni anticipate a novembre
Il fallimento era nell’aria da giorni ed è arrivato puntuale con la votazione di ieri pomeriggio in Parlamento: bocciata la candidatura di Pedro Sánchez alla presidenza del governo spagnolo, si mette in moto il conto alla rovescia verso nuove, possibili elezioni anticipate a novembre. Il leader socialista e premier in carica, chiaro vincitore delle politiche di aprile ma lontano dalla maggioranza assoluta dei seggi alle Cortes (123 su 176) aveva assoluto bisogno del sostegno dei 42 parlamentari di Unidas Podemos, il gruppo guidato da Pablo Iglesias, sufficiente vista la disponibilità all’astensione di nazionalisti e indipendentisti baschi e catalani che avrebbe relegato all’opposizione le tre destre di Pp, Ciudadanos e Vox. Eppure, niente da fare. Troppo grande la distanza tra Sánchez e Iglesias, insanabile la diffidenza reciproca tra i leader delle due sinistre. La trattativa, costellata di colpi bassi, si è risolta in un fiasco e …
Il fallimento era nell’aria da giorni ed è arrivato puntuale con la votazione di ieri pomeriggio in Parlamento: bocciata la candidatura di Pedro Sánchez alla presidenza del governo spagnolo, si mette in moto il conto alla rovescia verso nuove, possibili elezioni anticipate a novembre. Il leader socialista e premier in carica, chiaro vincitore delle politiche di aprile ma lontano dalla maggioranza assoluta dei seggi alle Cortes (123 su 176) aveva assoluto bisogno del sostegno dei 42 parlamentari di Unidas Podemos, il gruppo guidato da Pablo Iglesias, sufficiente vista la disponibilità all’astensione di nazionalisti e indipendentisti baschi e catalani che avrebbe relegato all’opposizione le tre destre di Pp, Ciudadanos e Vox. Eppure, niente da fare. Troppo grande la distanza tra Sánchez e Iglesias, insanabile la diffidenza reciproca tra i leader delle due sinistre. La trattativa, costellata di colpi bassi, si è risolta in un fiasco e Unidas Podemos ha finito per astenersi nel voto decisivo lasciando il Psoe di Sánchez in minoranza.
A far saltare in aria ogni prospettiva di accordo, è stata la pretesa irrinunciabile della formazione della sinistra alternativa di entrare a far parte del gabinetto con propri ministri. Sarebbe stata una novità assoluta nella storia della democrazia spagnola: un governo di coalizione – la norma nella maggior parte dei Paesi europei – a Madrid non si è mai visto. Nella loro alternanza al potere, socialisti e popolari hanno sempre governato da soli. E questa era ancora una volta l’intenzione del Psoe, espressa già all’indomani delle politiche del 28 aprile scorso. Ma Iglesias, in difficoltà per i recenti cattivi risultati elettorali e per le divisioni interne alla sua formazione, è stato irremovibile. Anzi, aveva fissato come condizione per il “sì” a Sánchez la propria presenza nell’esecutivo con il ruolo di vice-presidente. Pretesa che il premier ha respinto, costringendo il leader del partito “viola” a fare un passo indietro.
Una mossa che sembrava dovesse spianare la strada a un accordo, ma che in realtà ha complicato le cose. Iglesias ha alzato la posta del sostegno al governo proponendo una sorta di “manuale Cencelli” in versione spagnola: una presenza nell’esecutivo proporzionale alla rappresentanza parlamentare: i seggi di Podemos sono un terzo di quelli socialisti, anche i ministeri dovevano essere un terzo, 5 per l’esattezza. Poco, quasi niente si è parlato in questi giorni di programmi, di una piattaforma comune di governo. È cominciato così un triste tira e molla sulla ripartizione dei portafogli ministeriali, sfociato in un inevitabile scontro frontale. Il Psoe ha negato a Unidas Podemos qualsiasi dicastero “di Stato” (interni, esteri, difesa e giustizia), il partito di Iglesias ha preteso per sé il controllo di aree di grande impatto: lavoro, uguaglianza, giustizia fiscale, lotta antifrode, ambiente e transizione energetica, scienza, innovazione, università ed economia digitale. Da qui l’accusa dei socialisti ai potenziali alleati di voler creare un governo parallelo, in più con il controllo di buona parte delle spese e delle entrate dell’amministrazione.
Rottura inevitabile, nonostante qualche timido tentativo dell’ultimora di evitare il disastro e le pressioni dei gruppi catalani e baschi, sconcertati di fronte alla prospettiva di elezioni anticipate, mentre le destre si godevano lo spettacolo. La possibilità di evitare il ritorno alle urne, in realtà, esiste ancora. Da ieri è scattato il termine di 60 giorni previsto dalla Costituzione per poter formare un governo. Il re Felipe VI aprirà un giro di consultazioni per decidere se affidare un nuovo incarico (presumibilmente allo stesso Pedro Sánchez) nel caso in cui ci sia una possibilità reale di mettere insieme una maggioranza parlamentare. Ma al momento, visto il gelo tra i socialisti e il partito di Iglesias, il clima di pessimismo è assoluto.