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“Riuscii a scappare ma ritornai a prendere mia sorella e gli altri”

Hartmut Richter, 71 anni, fuggì la prima volta da Berlino Est nel ’66. Fu arrestato nel ’75 mentre, tornato indietro, cercava di passare di nuovo la frontiera con la sorella nel bagagliaio dell’auto
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BERLINO  - Hartmut Richter guarda assorto una foto del 1975. Lo ritrae un attimo dopo che la polizia della Ddr lo aveva arrestato mentre cercava di passare la frontiera con la sorella nascosta nel bagagliaio. Richter era già scappato a diciott'anni dalla Germania est; in seguito non aveva smesso mai di aiutare chi voleva fare lo stesso. Per trentatré volte aveva attraversato la Cortina di ferro, alla trentaquattresima lo avevano preso. Richter non ha mai smesso di sognare la libertà, anche per gli altri. Siamo nel carcere-museo di Postdam dove la Stasi lo rinchiuse per cinque lunghi anni dopo un processo- farsa che lo aveva condannato a quindici. Quando entriamo in una nelle minuscole celle dove passò "gli anni più orrendi della mia vita", persino la sua parlantina berlinese un po' sfrontata si inceppa.

Richter, quando cominciò a fuggire?
"Nel 1966, a diciott'anni. Ma il mio primo tentativo di fuggire fall&igra…
BERLINO  - Hartmut Richter guarda assorto una foto del 1975. Lo ritrae un attimo dopo che la polizia della Ddr lo aveva arrestato mentre cercava di passare la frontiera con la sorella nascosta nel bagagliaio. Richter era già scappato a diciott'anni dalla Germania est; in seguito non aveva smesso mai di aiutare chi voleva fare lo stesso. Per trentatré volte aveva attraversato la Cortina di ferro, alla trentaquattresima lo avevano preso. Richter non ha mai smesso di sognare la libertà, anche per gli altri. Siamo nel carcere-museo di Postdam dove la Stasi lo rinchiuse per cinque lunghi anni dopo un processo- farsa che lo aveva condannato a quindici. Quando entriamo in una nelle minuscole celle dove passò "gli anni più orrendi della mia vita", persino la sua parlantina berlinese un po' sfrontata si inceppa.

Richter, quando cominciò a fuggire?
"Nel 1966, a diciott'anni. Ma il mio primo tentativo di fuggire fallì: ci avevo provato attraverso l'Ungheria.

Ero stato beccato e chiuso in carcere.
"Lì avevo conosciuto un vecchio che era stato un'agente di sicurezza di una fabbrica e conosceva bene la frontiera. Mi aveva descritto più o meno com'erano le misure di sicurezza lungo il canale di Teltow".

E lei si fidò? Le carceri pullulavano di agenti della Stasi che si fingevano prigionieri per carpire segreti dai compagni di cella.
"Il vecchio era dentro perché le aveva cantate al suo superiore, gli aveva dato del "servo dei russi". Insomma, mi fidai".

Come andò la seconda fuga?
"Meglio (ride, ndr). Nuotai attraverso il canale di Teltow. La mia fuga cominciò di sera, seguii le indicazioni del mio ex compagno di cella e a mezzanotte arrivai senza problemi al ponte di ferro che mi aveva indicato per l'ingresso in acqua. Lì cominciava il filo spinato. Pensai che mi stavo veramente lasciando tutto alle spalle. Pensai a mia sorella che sarebbe rimasta lì. Sapevo che era rischioso, che se la sarebbero presa con lei. Ma io non ne potevo proprio più di vivere in quel regime".

Quanto durò la fuga?
"Rimasi quattro ore in acqua. Il filo spinato arrivava a riva e sapevo che c'erano dei rilevatori di movimenti.
Mentre nuotavo, sentivo continuamente dei cani che abbaiavano, ogni tanto delle voci. Più mi avvicinavo al confine, più aumentava la luce. Il tizio del carcere mi aveva avvertito che a un certo punto avrei raggiunto un ponte di legno con un soldato di pattuglia.
Procedevo lentamente per non fare rumore. Improvvisamente sentii qualcosa che si muoveva nel canneto, mi spaventai a morte e cominciai a nuotare lentamente verso l'altra sponda, sempre col terrore di fare rumore. Il cuore mi batteva all'impazzata. Appena raggiunta la riva sentì un cane abbaiare. Mi prese di nuovo un colpo. Rimasi completamente immobile per un po'. Il cane si allontanò".

Poi vide il ponte del confine.
"Esatto. E non ce la facevo più. Ero molto infreddolito, ero in acqua da ore, attanagliato dalla paura. Mi immersi sott'acqua. Quando tirai fuori la testa, ero dall'altra parte, di nuovo in un canneto. Sentii ansimare un cane. Era vicinissimo. Ancora oggi ho gli incubi pensando a quel momento. Poi sentii un fruscio e capii che c'era anche un coniglio. Poco dopo il coniglio scappò lontano da me e il cane lo seguì abbaiando. Per fortuna. Mi immersi di nuovo e nuotai sotto la superficie per un po', finché non ci fu un imprevisto".

Quale?
"Una chiusa, lungo tutto il canale, circa 150 metri dopo il ponte. Non lo sapevo, l'avevano costruita dopo che un berlinese dell'Ovest era morto in barca perché remando verso il confine non aveva visto la boa che demarcava la frontiera ed era tornato verso ovest. Un poliziotto gli aveva sparato pensando fosse in fuga.
Provai a oltrepassarla sott'acqua ma non ci riuscii. Era troppo alta, circa tre metri sopra l'acqua, per essere scavalcata senza essere visti. Anche in quel punto c'era qualche riflettore puntato. Allora nuotai verso a riva, e affrontai il filo spinato. Non avevo altra scelta".

Affrontò il filo spinato a mani nude?
"Sì. Ci misi un po', mi graffiai parecchio, ma funzionò. Però quello resta ad oggi il momento più misterioso della mia fuga. È quasi impossibile, lo penso ancora oggi, che non mi abbiano visto dalla torretta, mentre attraversavo quell'ultimissimo pezzo di confine.
Non spararono. Quando passai, vidi un cartello in inglese che mi avvisava "State lasciando il settore americano"'. Ero un uomo libero".

Però non si diede pace e dopo un po' ricominciò ad andare nella Ddr per aiutare la gente a fuggire. Fece fuggire 33 persone. E la beccarono e la condannarono a 15 anni, di cui ne ha trascorsi cinque in carcere.
"Il giudice mi disse che ero un "soggetto manipolato dall'occidente". Mi faceva schifo anche tutta quell'ipocrisia, i finti processi, le finte elezioni, quei simulacri di democrazia. Dissi al giudice: "Perché non mi fucilate, fate prima! O per i cadaveri non vi danno i soldi, a Bonn?" Peraltro, quando furono aperti gli archivi, venni a sapere che la Stasi aveva provato ad ammazzarmi. Mi fece avvicinare da un compagno di cella che mi disse che bisognava aiutare qualcuno a passare di là. Il piano era ammazzarmi durante il tentativo di fuga. Quel confine maledetto è rimasto il mio destino. Sempre".