Touré: "Sono afrotedesca e i razzisti li combatto dal Parlamento"
dalla nostra corrispondente TONIA MASTROBUONIL'esponente dei Verdi, che ama definirsi "afrodeutsch", è appena stata eletta numero due del parlamentino dello Schleswig-Holstein. In quest'intervista con Repubblica parla della sua difficile infanzia in un campo profughi e di cosa significhi essere tedeschi oggi
BERLINO - Aminata Touré è la prima vicepresidente di origine africana di un parlamento regionale in Germania. E con i suoi 26 anni, è anche la più giovane. L'esponente dei Verdi, che ama definirsi "afrodeutsch", è appena stata eletta numero due del parlamentino dello Schleswig-Holstein. In quest'intervista con Repubblica parla della sua difficile infanzia in un campo profughi e di cosa significhi essere tedeschi. E perché il razzismo ha da tempo infettato il centro della società.
Touré, lei è nata in Germania ma ha trascorso i primi anni in un campo di accoglienza per profughi. Che ricordo ha di quegli anni?
"I primi cinque siamo stati in un campo di accoglienza, ma per i primi dodici non mi hanno dato la cittadinanza tedesca. Tutte le mattine mi svegliavo sapendo che avrei potuto essere riportata in Mali".
Come si può vivere per dodici anni col rischio di essere respinta in un Paese do…
Touré, lei è nata in Germania ma ha trascorso i primi anni in un campo di accoglienza per profughi. Che ricordo ha di quegli anni?
"I primi cinque siamo stati in un campo di accoglienza, ma per i primi dodici non mi hanno dato la cittadinanza tedesca. Tutte le mattine mi svegliavo sapendo che avrei potuto essere riportata in Mali".
Come si può vivere per dodici anni col rischio di essere respinta in un Paese do…
BERLINO - Aminata Touré è la prima vicepresidente di origine africana di un parlamento regionale in Germania. E con i suoi 26 anni, è anche la più giovane. L'esponente dei Verdi, che ama definirsi "afrodeutsch", è appena stata eletta numero due del parlamentino dello Schleswig-Holstein. In quest'intervista con Repubblica parla della sua difficile infanzia in un campo profughi e di cosa significhi essere tedeschi. E perché il razzismo ha da tempo infettato il centro della società.
Touré, lei è nata in Germania ma ha trascorso i primi anni in un campo di accoglienza per profughi. Che ricordo ha di quegli anni?
"I primi cinque siamo stati in un campo di accoglienza, ma per i primi dodici non mi hanno dato la cittadinanza tedesca. Tutte le mattine mi svegliavo sapendo che avrei potuto essere riportata in Mali".
Come si può vivere per dodici anni col rischio di essere respinta in un Paese dove non si è mai stati?
"È esattamente questo il punto. Certo, dagli anni '90 qualcosa è cambiato e il periodo di attesa per i permessi di soggiorno si è accorciato. Ma in Germania diventare cittadini tedeschi è ancora molto difficile: bisogna essere stati almeno otto anni qui, bisogna sapere la lingua, essere finanziariamente indipendenti".
Vale lo Ius sanguinis.
"Esatto. Il che rende anche più difficile integrarsi. E nel mio caso è ancora più paradossale: sono nata qui, non conoscevo nessun altro Paese".
Quanto ha sofferto il razzismo?
"Se si guarda alle leggi e all'inasprimento del diritto di asilo che fu deciso proprio negli anni '90, è corretto parlare di razzismo istituzionale. Per me il razzismo c'è ogni volta che qualcuno ti rende la vita più difficile rispetto agli altri soltanto per il tuo colore della pelle o la tua religione. E negli anni '90, quelli in cui sono cresciuta io, ci furono attentati gravissimi contro stranieri, si pensi alle violenze e agli attacchi di Hoyerswerda e Rostock-Lichterhagen".
C'è un famoso rapporto della Fondazione Bertelsmann che rivela come i turchi si sentano cittadini di serie B rispetto ai tedeschi, anche dopo generazioni che vivono qui.
"Penso che sia una sensazione condivisa da molti. Che ci si possa sentire tedeschi solo a determinate condizioni. Che si sia tedeschi quando ci si comporta bene. Quando si gioca per la Nazionale, ad esempio, e si fanno un sacco di gol. Ma che appena si commette un errore, quell'essere tedesco ti venga negato. È un essere tedeschi condizionato. C'è stato seriamente il dibattito di ritirare il passaporto a chi si comporta male, negli scorsi anni".
Era il dibattito sui foreign fighters dell'Isis. Quanto è preoccupata dell'ascesa dell'Afd a Est?
"È da molto tempo che sono preoccupata. L'Afd è entrata da anni nei parlamenti regionali. E, se siamo sinceri, dobbiamo riconoscere che i ragionamenti di destra sono ancorati da un pezzo non ai margini, ma al centro della società. Insomma, quel patrimonio di destra c'è sempre stato. E la priorità nel dibattito politico non dovrebbe essere come tenere lontani i profughi dalla Germania, ma come affrontare questa destra. Ecco perché mi sono candidata, nel 2017, ecco perché mi sono impegnata, con i Verdi, nelle campagne contro il razzismo".
Cosa vuol dire per lei essere tedesca?
"Buona domanda. Piuttosto dovremmo chiederci chi abbia il diritto di decidere cos'è tedesco, chi è tedesco. E ad alcuni di noi viene continuamente segnalato che non sono veramente tedeschi. Il problema è questo".
Guardando alla sua carriera folgorante, non pensa però che la situazione sia migliorata?
"Certo, c'è un'evoluzione, ma il dibattito manca. Qualche volta, nel parlamento regionale, ho l'impressione che la società è molto più avanti delle discussioni che vengono fatte pubblicamente".
Invece guardando a questo governo, tedeschissimo, e all'economia e alla finanza, dove gli stranieri sono rari ai vertici delle società, non pensa che ci sia ancora un problema a riconoscere che un tedesco su quattro ha origini straniere?
"Assolutamente. A cominciare dal governo. E invece sarebbe importante fare tesoro di esperienze diverse, far partecipare gli stranieri che vivono qui ai processi decisionali".
Touré, lei è nata in Germania ma ha trascorso i primi anni in un campo di accoglienza per profughi. Che ricordo ha di quegli anni?
"I primi cinque siamo stati in un campo di accoglienza, ma per i primi dodici non mi hanno dato la cittadinanza tedesca. Tutte le mattine mi svegliavo sapendo che avrei potuto essere riportata in Mali".
Come si può vivere per dodici anni col rischio di essere respinta in un Paese dove non si è mai stati?
"È esattamente questo il punto. Certo, dagli anni '90 qualcosa è cambiato e il periodo di attesa per i permessi di soggiorno si è accorciato. Ma in Germania diventare cittadini tedeschi è ancora molto difficile: bisogna essere stati almeno otto anni qui, bisogna sapere la lingua, essere finanziariamente indipendenti".
Vale lo Ius sanguinis.
"Esatto. Il che rende anche più difficile integrarsi. E nel mio caso è ancora più paradossale: sono nata qui, non conoscevo nessun altro Paese".
Quanto ha sofferto il razzismo?
"Se si guarda alle leggi e all'inasprimento del diritto di asilo che fu deciso proprio negli anni '90, è corretto parlare di razzismo istituzionale. Per me il razzismo c'è ogni volta che qualcuno ti rende la vita più difficile rispetto agli altri soltanto per il tuo colore della pelle o la tua religione. E negli anni '90, quelli in cui sono cresciuta io, ci furono attentati gravissimi contro stranieri, si pensi alle violenze e agli attacchi di Hoyerswerda e Rostock-Lichterhagen".
C'è un famoso rapporto della Fondazione Bertelsmann che rivela come i turchi si sentano cittadini di serie B rispetto ai tedeschi, anche dopo generazioni che vivono qui.
"Penso che sia una sensazione condivisa da molti. Che ci si possa sentire tedeschi solo a determinate condizioni. Che si sia tedeschi quando ci si comporta bene. Quando si gioca per la Nazionale, ad esempio, e si fanno un sacco di gol. Ma che appena si commette un errore, quell'essere tedesco ti venga negato. È un essere tedeschi condizionato. C'è stato seriamente il dibattito di ritirare il passaporto a chi si comporta male, negli scorsi anni".
Era il dibattito sui foreign fighters dell'Isis. Quanto è preoccupata dell'ascesa dell'Afd a Est?
"È da molto tempo che sono preoccupata. L'Afd è entrata da anni nei parlamenti regionali. E, se siamo sinceri, dobbiamo riconoscere che i ragionamenti di destra sono ancorati da un pezzo non ai margini, ma al centro della società. Insomma, quel patrimonio di destra c'è sempre stato. E la priorità nel dibattito politico non dovrebbe essere come tenere lontani i profughi dalla Germania, ma come affrontare questa destra. Ecco perché mi sono candidata, nel 2017, ecco perché mi sono impegnata, con i Verdi, nelle campagne contro il razzismo".
Cosa vuol dire per lei essere tedesca?
"Buona domanda. Piuttosto dovremmo chiederci chi abbia il diritto di decidere cos'è tedesco, chi è tedesco. E ad alcuni di noi viene continuamente segnalato che non sono veramente tedeschi. Il problema è questo".
Guardando alla sua carriera folgorante, non pensa però che la situazione sia migliorata?
"Certo, c'è un'evoluzione, ma il dibattito manca. Qualche volta, nel parlamento regionale, ho l'impressione che la società è molto più avanti delle discussioni che vengono fatte pubblicamente".
Invece guardando a questo governo, tedeschissimo, e all'economia e alla finanza, dove gli stranieri sono rari ai vertici delle società, non pensa che ci sia ancora un problema a riconoscere che un tedesco su quattro ha origini straniere?
"Assolutamente. A cominciare dal governo. E invece sarebbe importante fare tesoro di esperienze diverse, far partecipare gli stranieri che vivono qui ai processi decisionali".