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(ansa)

Netanyahu ha perso e Gantz non s’impone. Israele punto e a capo

Il presidente Rivlin vuole evitare di tornare alle urne. Si spera nel governo di unità nazionale con Lieberman. O nella fine dell’era del leader del Likud
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TEL AVIV - "Siamo la tribù dei perdenti. Siamo così abituati a perdere che anche questa volta in cui non abbiamo vinto, ma neanche del tutto perso, ci crediamo. Aspettiamo ancora per vedere cosa succede".

Con poche parole la scrittrice Dorit Rabinyan sintetizza l'umore di Tel Aviv, il cuore liberale di Israele, che martedì ha votato in blocco contro il primo ministro Benjamin Netanyahu nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento: ieri mattina la città si è svegliata stordita ma non felice. Fra le case bianche in stile Bauhaus si respira un clima di attesa: è troppo presto per dire se lo stop che per la seconda volta in cinque mesi gli elettori gli hanno imposto, sarà il colpo fatale per il primo ministro, 69 anni.

Neanche i numeri concedono certezze: i risultati definitivi non sono ancora stati annunciati. Quel che si sa è che con il 91 per cento delle schede scrutinate il Likud di Netanyahu ha 31 seggi, e la coa…
TEL AVIV - "Siamo la tribù dei perdenti. Siamo così abituati a perdere che anche questa volta in cui non abbiamo vinto, ma neanche del tutto perso, ci crediamo. Aspettiamo ancora per vedere cosa succede".

Con poche parole la scrittrice Dorit Rabinyan sintetizza l'umore di Tel Aviv, il cuore liberale di Israele, che martedì ha votato in blocco contro il primo ministro Benjamin Netanyahu nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento: ieri mattina la città si è svegliata stordita ma non felice. Fra le case bianche in stile Bauhaus si respira un clima di attesa: è troppo presto per dire se lo stop che per la seconda volta in cinque mesi gli elettori gli hanno imposto, sarà il colpo fatale per il primo ministro, 69 anni.

Neanche i numeri concedono certezze: i risultati definitivi non sono ancora stati annunciati. Quel che si sa è che con il 91 per cento delle schede scrutinate il Likud di Netanyahu ha 31 seggi, e la coalizione che guida 55. E che Blu e Bianco dell'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz, 60 anni, ha 32 seggi e la sua coalizione, includendo i voti dei partiti arabi, 56. Nessuno dei due schieramenti raggiunge dunque i 61 voti necessari per controllare la Knesset, che ha 120 membri. Un'altra cosa si sa: che uno dei veterani della destra, Avigdor Lieberman, ex ministro della Difesa e degli Esteri, si è reinventato come difensore dei conservatori laici e questo gli ha regalato nove seggi: abbastanza da essere l'ago della bilancia.

Cosa succede ora? Il presidente Reuven Rivlin dovrà decidere a chi affidare l'incarico e poi partiranno le trattative. Durata massima, 42 giorni. La via di uscita che tutti auspicano è un governo di unità nazionale con Netanyahu e Gantz insieme a Lieberman: ma l'ex generale ha detto che non sarà mai in un esecutivo con un uomo accusato di corruzione (Bibi). Sulla carta sarebbe possibile altrimenti una riedizione del governo con i partiti religiosi, Lieberman e Netanyahu: ma Lieberman ha costruito il suo successo sul "no" agli ultraortodossi e non tornerà indietro. Sempre sulla carta, si potrebbe immaginare una maggioranza di centro/sinistra con Blue e Bianco, Labour, Unione democratica e la Lista araba unita: ma la presenza degli arabi al governo, anche da esterni, è tabù in Israele e non sarà sfiorato, anche se i voti del terzo partito (12 seggi), servirebbero a tutti.

"Siamo davanti a un'enorme crisi. Non escludo che si possa tornare alle urne in pochi mesi", sintetizza Aluf Benn, direttore del quotidiano progressista Haaretz. Uno scenario che Rivlin ha promesso di evitare, ma che non sembra da escludere. "Netanyahu ha perso, ma Gantz non ha vinto: non ha i numeri per governare. Bibi è ferito, ma non è crollato: impossibile prevedere come si comporterà", conclude.

Comunque vada a finire, il voto segna una svolta: il Netanyahu che martedì notte parlava con la voce ridotta a un soffio era l'ombra dell'uomo che ad aprile aveva festeggiato la vittoria, pur risicata, sotto una tempesta di coriandoli colorati. Per la seconda volta consecutiva gli israeliani si sono rifiutati di consegnargli le chiavi del Paese in maniera inconfutabile. "Forse, ma proprio forse, l'era di Bibi si avvia alla fine", scriveva ieri Chemi Shalev su Haaretz.