Jacques Chirac è stato il più impopolare e il più popolare presidente della Quinta Repubblica francese. Ha avuto larghi consensi e ha suscitato altrettante ostilità. Ha sempre amato l'avventura, le situazioni difficili, da giovane e da adulto. Da ragazzo ha fatto il mozzo su una nave diretta in America, e a Harvard per campare faceva il lavapiatti. A Parigi, quando era studente, vendeva per le strade L'Humanité, il quotidiano del partito comunista. C'era sempre in lui, anche quando ricopriva le grandi cariche dello Stato con atteggiamenti contraddittori (oscillanti tra dignità, coraggio, improvvisazione e spregiudicatezza), un uomo che amava le situazioni intricate. Era un virtuoso nell'arte di risolverle a proprio favore. Non sempre ci riusciva.
In fatto di avventure aveva la fama di avere un debole per quelle femminili. Non c'è un palazzo del potere di cui non sia stato un inquilino. È stato nel Palazzo pre…
In fatto di avventure aveva la fama di avere un debole per quelle femminili. Non c'è un palazzo del potere di cui non sia stato un inquilino. È stato nel Palazzo pre…
Jacques Chirac è stato il più impopolare e il più popolare presidente della Quinta Repubblica francese. Ha avuto larghi consensi e ha suscitato altrettante ostilità. Ha sempre amato l'avventura, le situazioni difficili, da giovane e da adulto. Da ragazzo ha fatto il mozzo su una nave diretta in America, e a Harvard per campare faceva il lavapiatti. A Parigi, quando era studente, vendeva per le strade L'Humanité, il quotidiano del partito comunista. C'era sempre in lui, anche quando ricopriva le grandi cariche dello Stato con atteggiamenti contraddittori (oscillanti tra dignità, coraggio, improvvisazione e spregiudicatezza), un uomo che amava le situazioni intricate. Era un virtuoso nell'arte di risolverle a proprio favore. Non sempre ci riusciva.
In fatto di avventure aveva la fama di avere un debole per quelle femminili. Non c'è un palazzo del potere di cui non sia stato un inquilino. È stato nel Palazzo presidenziale dell'Eliseo per due mandati come capo dello Stato; al Palazzo Matignon come primo ministro; all'Hôtel de Ville come primo sindaco di Parigi, quando fu ristabilita la carica abolita dopo la Comune del 1870. E ci sono pochi ministeri che non abbia occupato: dall' Agricoltura agli Interni. Jacques Chirac sapeva essere autoritario e al tempo stesso abile nel destreggiarsi con manovre sottili nel labirinto politico parigino. Nella sua astuzia c'era una dose di sentimentalismo. Non risparmiava gli avversari. Era fedele con gli amici. È stato spesso in aperto contrasto con François Mitterrand, ma quando, costretto a convivere con la destra al governo avendo perso la maggioranza in Parlamento, il presidente socialista lo scelse come primo ministro, i due avversari politici trovarono subito un'intesa. Mitterrand era moribondo e Chirac si comportò da collaboratore leale.
Chirac era un uomo di destra. Lo era ufficialmente. Lo era meno per carattere. Il suo percorso politico assomiglia a quello dei radicali della Terza Repubblica, che senza venir meno ai principi democratici si trinceravano spesso nell'opportunismo. Come sottosegretario al lavoro durante l'insurrezione (non solo studentesca) del maggio '68 condusse le trattative con i sindacati operai, e riuscì a raggiungere un accordo (detto di Grenelle) che ha migliorato la vita nelle fabbriche. Pur restando un conservatore, e dimostrandolo in più occasioni, al punto da diventare il principale bersaglio della sinistra, Chirac seppe assumere posizioni che non sempre calzavano con la sua immagine ufficiale. Il nazionalismo, vale a dire la volontà di distinguersi dalla superpotenza, ha forse prevalso quando si è opposto all'intervento americano in Iraq. Ma la condanna dell'invasione era dovuta soprattutto alla sua intelligenza politica. Gli è servita anche per prevedere le conseguenze che si sarebbero poi prodotte in Medio Oriente. Questa posizione gli valse l'appoggio dell'opinione pubblica, non soltanto francese.
Durante un ricevimento del 14 luglio, la festa nazionale francese, nel palazzo dell'Eliseo, Chirac, allora il padrone di casa, si avvicinò spontaneamente e senza essere sollecitato cominciò a parlare a me e ad altri colleghi della storia dell'arte. A suo parere era insegnata molto male, o addirittura trascurata in Francia, mentre in Italia era una materia seria. Non lo contraddissi, anche se sarebbe stato opportuno. Mi stupii della passione con cui affrontava l' argomento. Per alcuni minuti, trascurando gli altri ospiti, ci spiegò che a suo avviso la storia dell' arte era una parte essenziale dell'identità italiana e lui ammirava l'impegno della nostra scuola. Tenne quasi una lezione. Rievoco questo episodio perché la conversazione di Chirac contraddiceva la critica rivoltagli di avere soltanto interessi per la cultura estremorientale, in particolare giapponese.
Il 17 luglio 1995 è il giorno in cui Jacques Chirac compì un atto di coraggio che nessun suo predecessore aveva osato. Ricorreva il cinquantatresimo anniversario di uno degli avvenimenti più drammatici nella Parigi occupata dai tedeschi: il rastrellamento degli ebrei deportati nel Velodromo d'Inverno nell'attesa di essere trasferiti nei campi di sterminio. Nessun presidente della Quinta Repubblica aveva mai denunciato il coinvolgimento francese in quella tragedia. I responsabili erano stati i gendarmi, agli ordini di governanti altrettanto francesi, ma fino allora non se ne era parlato . Nessuno aveva indicato lo Stato di Vichy come responsabile, sia pure all'ombra dell'occupazione tedesca. In quell'occasione Jacques Chirac lo denunciò apertamente.
Al tramonto della vita Chirac ha subito, come uno schiaffo, una condanna a due anni (con la condizionale) per "abuso di potere" e altri reati commessi durante la sua funzione di sindaco di Parigi. Reati che non colpivano la sua personale onestà. Questo finale - non certo glorioso- non ha intaccato la sua biografia politica. Lo ricordo come uno sgarbo da lui subito. I pubblici ministeri avevano chiesto la sua assoluzione. Non andò neppure in appello. Era un uomo che sapeva accendere vampate di simpatia, e, poi, in altri periodi, in altre occasioni, adottava posizioni che potevano suscitare sconcerto.
In fatto di avventure aveva la fama di avere un debole per quelle femminili. Non c'è un palazzo del potere di cui non sia stato un inquilino. È stato nel Palazzo presidenziale dell'Eliseo per due mandati come capo dello Stato; al Palazzo Matignon come primo ministro; all'Hôtel de Ville come primo sindaco di Parigi, quando fu ristabilita la carica abolita dopo la Comune del 1870. E ci sono pochi ministeri che non abbia occupato: dall' Agricoltura agli Interni. Jacques Chirac sapeva essere autoritario e al tempo stesso abile nel destreggiarsi con manovre sottili nel labirinto politico parigino. Nella sua astuzia c'era una dose di sentimentalismo. Non risparmiava gli avversari. Era fedele con gli amici. È stato spesso in aperto contrasto con François Mitterrand, ma quando, costretto a convivere con la destra al governo avendo perso la maggioranza in Parlamento, il presidente socialista lo scelse come primo ministro, i due avversari politici trovarono subito un'intesa. Mitterrand era moribondo e Chirac si comportò da collaboratore leale.
Chirac era un uomo di destra. Lo era ufficialmente. Lo era meno per carattere. Il suo percorso politico assomiglia a quello dei radicali della Terza Repubblica, che senza venir meno ai principi democratici si trinceravano spesso nell'opportunismo. Come sottosegretario al lavoro durante l'insurrezione (non solo studentesca) del maggio '68 condusse le trattative con i sindacati operai, e riuscì a raggiungere un accordo (detto di Grenelle) che ha migliorato la vita nelle fabbriche. Pur restando un conservatore, e dimostrandolo in più occasioni, al punto da diventare il principale bersaglio della sinistra, Chirac seppe assumere posizioni che non sempre calzavano con la sua immagine ufficiale. Il nazionalismo, vale a dire la volontà di distinguersi dalla superpotenza, ha forse prevalso quando si è opposto all'intervento americano in Iraq. Ma la condanna dell'invasione era dovuta soprattutto alla sua intelligenza politica. Gli è servita anche per prevedere le conseguenze che si sarebbero poi prodotte in Medio Oriente. Questa posizione gli valse l'appoggio dell'opinione pubblica, non soltanto francese.
Durante un ricevimento del 14 luglio, la festa nazionale francese, nel palazzo dell'Eliseo, Chirac, allora il padrone di casa, si avvicinò spontaneamente e senza essere sollecitato cominciò a parlare a me e ad altri colleghi della storia dell'arte. A suo parere era insegnata molto male, o addirittura trascurata in Francia, mentre in Italia era una materia seria. Non lo contraddissi, anche se sarebbe stato opportuno. Mi stupii della passione con cui affrontava l' argomento. Per alcuni minuti, trascurando gli altri ospiti, ci spiegò che a suo avviso la storia dell' arte era una parte essenziale dell'identità italiana e lui ammirava l'impegno della nostra scuola. Tenne quasi una lezione. Rievoco questo episodio perché la conversazione di Chirac contraddiceva la critica rivoltagli di avere soltanto interessi per la cultura estremorientale, in particolare giapponese.
Il 17 luglio 1995 è il giorno in cui Jacques Chirac compì un atto di coraggio che nessun suo predecessore aveva osato. Ricorreva il cinquantatresimo anniversario di uno degli avvenimenti più drammatici nella Parigi occupata dai tedeschi: il rastrellamento degli ebrei deportati nel Velodromo d'Inverno nell'attesa di essere trasferiti nei campi di sterminio. Nessun presidente della Quinta Repubblica aveva mai denunciato il coinvolgimento francese in quella tragedia. I responsabili erano stati i gendarmi, agli ordini di governanti altrettanto francesi, ma fino allora non se ne era parlato . Nessuno aveva indicato lo Stato di Vichy come responsabile, sia pure all'ombra dell'occupazione tedesca. In quell'occasione Jacques Chirac lo denunciò apertamente.
Al tramonto della vita Chirac ha subito, come uno schiaffo, una condanna a due anni (con la condizionale) per "abuso di potere" e altri reati commessi durante la sua funzione di sindaco di Parigi. Reati che non colpivano la sua personale onestà. Questo finale - non certo glorioso- non ha intaccato la sua biografia politica. Lo ricordo come uno sgarbo da lui subito. I pubblici ministeri avevano chiesto la sua assoluzione. Non andò neppure in appello. Era un uomo che sapeva accendere vampate di simpatia, e, poi, in altri periodi, in altre occasioni, adottava posizioni che potevano suscitare sconcerto.