"Trump non è quello che credete, la Turchia non è quello che credete, i ribelli siriani non sono quello che credete". Karim Franceschi, il combattente italiano che per primo nel 2015 si unì alle Unità popolari curde (Ypg) per difendere Kobane dall'assedio dell'Isis, ha un'idea chiara di quanto sta accadendo nella Federazione democratica della Siria del Nord. "Tra i 25.000 ribelli siriani addestrati e usati da Erdogan contro i curdi - dice il 30enne di Senigallia - ci sono gruppi jihadisti che possono reclutare le cellule dormienti dell'Isis".
Come fa a dirlo?
"In Siria ho fonti attendibili. Sono stati assoldati gli uomini della Brigata dei Martiri dell'Islam, per esempio. E una parte consistente dei ribelli è composta dal movimento islamista Haraket Nour al-Din al-Zenki, i cui appartenenti vennero filmati nel 2016 mentre decapitavano un bambino palestinese di dieci anni sospettato di essere a favore di Assad. Amnesty International ritiene che siano anche coinvolti in rapimenti e torture".
Cosa si rischia?
"Questi gruppi punteranno a liberare i prigionieri dell'Isis. Potrebbero anche allearsi con i veterani dell'ex Califfato che tuttora si nascondono nei villaggi. Il loro obiettivo è diventare più numerosi, non hanno alcuna divergenza ideologica con l'Isis".
Dove sono le prigioni?
"Non posso rivelarlo, anche perché la Turchia ha intenzione di prenderle di mira. Posso dire che alcune sono nelle zone curde della Federazione del Nord, altre, la maggior parte, in zone a maggioranza araba. Ospitano circa diecimila detenuti, basta che ne liberino una cinquantina per riaccendere le cellule dormienti e attaccare i curdi alle spalle".
Come sono protette le carceri?
"Non si tratta di vere prigioni, sono palestre affollate con letti ogni 3 metri quadrati dove i jihadisti dormono spalla a spalla, o edifici pubblici riconvertiti senza cancelli, sbarre o grate di acciaio alle finestre. A guardia hanno messo i civili".
E l'esercito turco?
"Erdogan non ha mandato le sue truppe. Ha messo in campo le forze speciali, i tecnici dell'artiglieria, veicoli corazzati, droni, radar per la guerra tecnologica, ma i soldati di terra sono i ribelli siriani, sfruttati come pedine sacrificali".
Cosa prevede?
"Sarà una guerra di resistenza, simile a quella di Kobane. Pur di scongiurare l'invasione, lo Ypg si è piegato alle richieste di Usa e Turchia smobilitando dalla fascia a ridosso della frontiera: hanno distrutto fortificazioni, rimosso le armi pesanti, tolto i pochi pezzi di artiglieria di cui dispongono. Sono stati ingenui perché Trump ed Erdogan, lo dicono i fatti, già da un anno si erano messi d'accordo per facilitare quest'operazione. È frutto di un calcolo politico".
Come si sono riorganizzati i curdi?
"Stanno seguendo una dottrina che fu elaborata dopo che nel 2015 miliziani dell'Isis fecero strage di civili entrando dal confine turco travestiti da soldati dell'Esercito siriano libero. L'ho vista nascere, perché ero anch'io in Siria in quel momento. La dottrina si ispira alla Svizzera: in caso di guerra cittadini e comunità si auto-organizzano con armi leggere in cellule di resistenza, per rendere dispendiosa la occupazione da parte del nemico. Ci sono civili armati a Kobane, a Kamishilié, a Serekani. Appena i turchi entreranno in città, proveranno a fermarli sparando dalle finestre delle case. Sarà un bagno di sangue, una tragedia umanitaria".
Lei pensa di tornare in Siria?
"L'unica via di ingresso era a Derek, ma adesso è bombardata dall'artiglieria e dei droni turchi. Sono più utile qui in Italia, per combattere la grande opera di disinformazione che vedo su questa guerra".
Come fa a dirlo?
"In Siria ho fonti attendibili. Sono stati assoldati gli uomini della Brigata dei Martiri dell'Islam, per esempio. E una parte consistente dei ribelli è composta dal movimento islamista Haraket Nour al-Din al-Zenki, i cui appartenenti vennero filmati nel 2016 mentre decapitavano un bambino palestinese di dieci anni sospettato di essere a favore di Assad. Amnesty International ritiene che siano anche coinvolti in rapimenti e torture".
Cosa si rischia?
"Questi gruppi punteranno a liberare i prigionieri dell'Isis. Potrebbero anche allearsi con i veterani dell'ex Califfato che tuttora si nascondono nei villaggi. Il loro obiettivo è diventare più numerosi, non hanno alcuna divergenza ideologica con l'Isis".
Dove sono le prigioni?
"Non posso rivelarlo, anche perché la Turchia ha intenzione di prenderle di mira. Posso dire che alcune sono nelle zone curde della Federazione del Nord, altre, la maggior parte, in zone a maggioranza araba. Ospitano circa diecimila detenuti, basta che ne liberino una cinquantina per riaccendere le cellule dormienti e attaccare i curdi alle spalle".
Come sono protette le carceri?
"Non si tratta di vere prigioni, sono palestre affollate con letti ogni 3 metri quadrati dove i jihadisti dormono spalla a spalla, o edifici pubblici riconvertiti senza cancelli, sbarre o grate di acciaio alle finestre. A guardia hanno messo i civili".
E l'esercito turco?
"Erdogan non ha mandato le sue truppe. Ha messo in campo le forze speciali, i tecnici dell'artiglieria, veicoli corazzati, droni, radar per la guerra tecnologica, ma i soldati di terra sono i ribelli siriani, sfruttati come pedine sacrificali".
Cosa prevede?
"Sarà una guerra di resistenza, simile a quella di Kobane. Pur di scongiurare l'invasione, lo Ypg si è piegato alle richieste di Usa e Turchia smobilitando dalla fascia a ridosso della frontiera: hanno distrutto fortificazioni, rimosso le armi pesanti, tolto i pochi pezzi di artiglieria di cui dispongono. Sono stati ingenui perché Trump ed Erdogan, lo dicono i fatti, già da un anno si erano messi d'accordo per facilitare quest'operazione. È frutto di un calcolo politico".
Come si sono riorganizzati i curdi?
"Stanno seguendo una dottrina che fu elaborata dopo che nel 2015 miliziani dell'Isis fecero strage di civili entrando dal confine turco travestiti da soldati dell'Esercito siriano libero. L'ho vista nascere, perché ero anch'io in Siria in quel momento. La dottrina si ispira alla Svizzera: in caso di guerra cittadini e comunità si auto-organizzano con armi leggere in cellule di resistenza, per rendere dispendiosa la occupazione da parte del nemico. Ci sono civili armati a Kobane, a Kamishilié, a Serekani. Appena i turchi entreranno in città, proveranno a fermarli sparando dalle finestre delle case. Sarà un bagno di sangue, una tragedia umanitaria".
Lei pensa di tornare in Siria?
"L'unica via di ingresso era a Derek, ma adesso è bombardata dall'artiglieria e dei droni turchi. Sono più utile qui in Italia, per combattere la grande opera di disinformazione che vedo su questa guerra".