La terza vita di Cristina
di PAOLO GALASSIFernandez presidente, ma la star è la sua vice. Ha riportato al governo il peronismo. E se stessa
BUENOS AIRES - Era dalla semifinale mondiale con l'Olanda del 2014 che a Buenos Aires non si vedeva una bolgia così. Un sottofondo costante di clacson e botti cominciato alle 18, con la chiusura delle urne, e continuato fino a tarda notte. Epicentro, il bunker del Frente de Todos, nel quartiere di Chacarita, a pochi passi dal cimitero dove riposano le icone popolari come Carlos Gardel e Juan Domingo Perón, enigma di un Paese irrimediabilmente spaccato tra peronisti e antiperonisti.
A Macri non è bastato l'appoggio di questi ultimi per approdare al ballotage, rimasto un miraggio come ogni volta che il Peronismo alza la voce: nel 2003 Nestor Kirchner, nel 2007 e nel 2011 sua moglie Cristina Fernández. Che ora è tornata per illuminare il cammino di Alberto Fernández, eletto con il 48% dei voti.
"La terza Cristina" si era detto alla vigilia delle primarie, quando alla pubblicazione dell'autobiografia Sinceramente era seguit…
A Macri non è bastato l'appoggio di questi ultimi per approdare al ballotage, rimasto un miraggio come ogni volta che il Peronismo alza la voce: nel 2003 Nestor Kirchner, nel 2007 e nel 2011 sua moglie Cristina Fernández. Che ora è tornata per illuminare il cammino di Alberto Fernández, eletto con il 48% dei voti.
"La terza Cristina" si era detto alla vigilia delle primarie, quando alla pubblicazione dell'autobiografia Sinceramente era seguit…
BUENOS AIRES - Era dalla semifinale mondiale con l'Olanda del 2014 che a Buenos Aires non si vedeva una bolgia così. Un sottofondo costante di clacson e botti cominciato alle 18, con la chiusura delle urne, e continuato fino a tarda notte. Epicentro, il bunker del Frente de Todos, nel quartiere di Chacarita, a pochi passi dal cimitero dove riposano le icone popolari come Carlos Gardel e Juan Domingo Perón, enigma di un Paese irrimediabilmente spaccato tra peronisti e antiperonisti.
A Macri non è bastato l'appoggio di questi ultimi per approdare al ballotage, rimasto un miraggio come ogni volta che il Peronismo alza la voce: nel 2003 Nestor Kirchner, nel 2007 e nel 2011 sua moglie Cristina Fernández. Che ora è tornata per illuminare il cammino di Alberto Fernández, eletto con il 48% dei voti.
"La terza Cristina" si era detto alla vigilia delle primarie, quando alla pubblicazione dell'autobiografia Sinceramente era seguita la candidatura a vice di Alberto, storico Capo di Gabinetto del governo di Nestor, che nel 2008 l'aveva però abbandonata durante la battaglia con la classe più potente d'Argentina, i terratenenti che da sempre votano il più a destra possibile. Anche questa volta, la mappa del voto parla chiaro: a spaccare in due il Paese è la striscia fertile che da Mendoza arriva fino alla capitale, il corridoio del benessere fatto di soia e vacche che non vuol rinunciare alla surreale festa per pochi della gestione Macri.
Senza aver mai perso un'elezione (nel 2015 a sfidare Macri venne mandato il governatore di Buenos Aires Daniel Scioli), Cristina ha dunque rinunciato alla tentazione dello scettro per spostare invece voti ed equilibri. Come disse il Generale Perón nel 1973, sul finire del suo terzo mandato: "Rinunciare al comando per dedicarsi alla persuasione". L'inevitabile identificazione di Cristina con la sua prima moglie, la Santa Evita protettrice dei più umili, è andata in scena anche l'ultimo 17 ottobre, data sacra della liturgia peronista, con flyer biancocelesti che accostavano il tandem Fernández & Fernández ai volti patinati di Evita e Perón.
Sono da poco passate le 22 quando un Macri visibilmente sciolto riconosce la vittoria di Alberto Fernández, invitandolo a colazione l'indomani. Sull'altra sponda è il delirio: la folla intona la marcia peronista con indice e medio alzato, la V di vittoria e di Volver (tornare), non il tango ma l'eterna consegna di un popolo che negli ultimi 20 anni ha sostituito la P di Perón con la K dei Kirchner.
Come se fosse lei la Presidenta, Cristina invita il governo uscente a collaborare alla transizione per il bene del Paese, implicito riferimento alle riserve di dollari bruciate nei giorni pre-elezioni. La risposta della Banca Centrale non tarda: drastico taglio alla quota di dollari disponibile per l'acquisto procapite, unica fonte di risparmio domestico anti-inflazione: da 10 mila a 200 dollari al mese.
Addosso, CFK non ha il poncho celeste di Mar del Plata in chiusura di campagna, ma un vestito rosso, come le bandiere che hanno acceso le piazze del Cile: per il politologo Paul Sagal sarà l'identificazione delle masse con il peronismo a evitare almeno in parte le violenze esplose nel resto del continente. Destino o coincidenza, la risposta argentina al neoliberismo è arrivata nel giorno del compleanno di Lula, e nell'anniversario della morte di Nestor Kirchner. Santificare le feste, un classico dei peronisti, che in fondo "non sono né buoni né cattivi", diceva Borges. "Solo incorreggibili".
A Macri non è bastato l'appoggio di questi ultimi per approdare al ballotage, rimasto un miraggio come ogni volta che il Peronismo alza la voce: nel 2003 Nestor Kirchner, nel 2007 e nel 2011 sua moglie Cristina Fernández. Che ora è tornata per illuminare il cammino di Alberto Fernández, eletto con il 48% dei voti.
"La terza Cristina" si era detto alla vigilia delle primarie, quando alla pubblicazione dell'autobiografia Sinceramente era seguita la candidatura a vice di Alberto, storico Capo di Gabinetto del governo di Nestor, che nel 2008 l'aveva però abbandonata durante la battaglia con la classe più potente d'Argentina, i terratenenti che da sempre votano il più a destra possibile. Anche questa volta, la mappa del voto parla chiaro: a spaccare in due il Paese è la striscia fertile che da Mendoza arriva fino alla capitale, il corridoio del benessere fatto di soia e vacche che non vuol rinunciare alla surreale festa per pochi della gestione Macri.
Senza aver mai perso un'elezione (nel 2015 a sfidare Macri venne mandato il governatore di Buenos Aires Daniel Scioli), Cristina ha dunque rinunciato alla tentazione dello scettro per spostare invece voti ed equilibri. Come disse il Generale Perón nel 1973, sul finire del suo terzo mandato: "Rinunciare al comando per dedicarsi alla persuasione". L'inevitabile identificazione di Cristina con la sua prima moglie, la Santa Evita protettrice dei più umili, è andata in scena anche l'ultimo 17 ottobre, data sacra della liturgia peronista, con flyer biancocelesti che accostavano il tandem Fernández & Fernández ai volti patinati di Evita e Perón.
Sono da poco passate le 22 quando un Macri visibilmente sciolto riconosce la vittoria di Alberto Fernández, invitandolo a colazione l'indomani. Sull'altra sponda è il delirio: la folla intona la marcia peronista con indice e medio alzato, la V di vittoria e di Volver (tornare), non il tango ma l'eterna consegna di un popolo che negli ultimi 20 anni ha sostituito la P di Perón con la K dei Kirchner.
Come se fosse lei la Presidenta, Cristina invita il governo uscente a collaborare alla transizione per il bene del Paese, implicito riferimento alle riserve di dollari bruciate nei giorni pre-elezioni. La risposta della Banca Centrale non tarda: drastico taglio alla quota di dollari disponibile per l'acquisto procapite, unica fonte di risparmio domestico anti-inflazione: da 10 mila a 200 dollari al mese.
Addosso, CFK non ha il poncho celeste di Mar del Plata in chiusura di campagna, ma un vestito rosso, come le bandiere che hanno acceso le piazze del Cile: per il politologo Paul Sagal sarà l'identificazione delle masse con il peronismo a evitare almeno in parte le violenze esplose nel resto del continente. Destino o coincidenza, la risposta argentina al neoliberismo è arrivata nel giorno del compleanno di Lula, e nell'anniversario della morte di Nestor Kirchner. Santificare le feste, un classico dei peronisti, che in fondo "non sono né buoni né cattivi", diceva Borges. "Solo incorreggibili".