L'incognita Hezbollah per la rivoluzione libanese
di STEFANIA DI LELLISIl leader del Movimento si era pronunciato contro il dissolvimento del governo e aveva denunciato ingerenze straniere
Una sfida a Hezbollah. Così gli osservatori leggono le dimissioni annunciate dal premier libanese Saad Hariri. Dodici giorni dopo l’inizio delle manifestazioni popolari che chiedono la fine di un intero sistema, paralizzato dalla corruzione e dalla spartizione confessionale del potere, il premier ha fatto un passo indietro spiegando di “essere in un vicolo cieco”. Una mossa subito festeggiata da molti manifestanti in piazza, ma che può far deflagrare lo scontro tra le anime della leadership libanese.
E’ apparso chiaro già nelle ore precedenti l’annuncio, quando uomini che inneggiavano a Hezbollah e ad Amal, il partito sciita del presidente del Parlamento Berri, hanno distrutto gli accampamenti dei dimostranti a Piazza dei Martiri e a piazza Riad el Solh, a Beirut, e hanno cercato di forzare i posti di blocco dei dimostranti sul ponte che conduce in centro. “Erano messaggi precisi che indicavano quello che potrà ac…
E’ apparso chiaro già nelle ore precedenti l’annuncio, quando uomini che inneggiavano a Hezbollah e ad Amal, il partito sciita del presidente del Parlamento Berri, hanno distrutto gli accampamenti dei dimostranti a Piazza dei Martiri e a piazza Riad el Solh, a Beirut, e hanno cercato di forzare i posti di blocco dei dimostranti sul ponte che conduce in centro. “Erano messaggi precisi che indicavano quello che potrà ac…
Una sfida a Hezbollah. Così gli osservatori leggono le dimissioni annunciate dal premier libanese Saad Hariri. Dodici giorni dopo l’inizio delle manifestazioni popolari che chiedono la fine di un intero sistema, paralizzato dalla corruzione e dalla spartizione confessionale del potere, il premier ha fatto un passo indietro spiegando di “essere in un vicolo cieco”. Una mossa subito festeggiata da molti manifestanti in piazza, ma che può far deflagrare lo scontro tra le anime della leadership libanese.
E’ apparso chiaro già nelle ore precedenti l’annuncio, quando uomini che inneggiavano a Hezbollah e ad Amal, il partito sciita del presidente del Parlamento Berri, hanno distrutto gli accampamenti dei dimostranti a Piazza dei Martiri e a piazza Riad el Solh, a Beirut, e hanno cercato di forzare i posti di blocco dei dimostranti sul ponte che conduce in centro. “Erano messaggi precisi che indicavano quello che potrà accadere dopo le dimissioni del premier - spiega al telefono Mona Fayyad, docente di psicologia politica - Nasrallah ha detto di non volere le dimissioni del governo di cui fa parte e prima del messaggio di Hariri in piazza è stato fatto capire quello che rischiamo”.
La tv di Hezbollah al Manar ha raccontato gli scontri delle ultime ore dicendo che “gruppi di cittadini infuriati per il blocco della città da parte di banditi” hanno tentato di “ripristinare la viabilità” bloccata. Il capo di Hezbollah Nasrallah venerdì in un messaggio si era pronunciato contro le dimissioni del governo di cu fa parte denunciando “l’ingerenza di forze straniere”, il rischio di caos e agitando lo spettro di una nuova “guerra civile”.
“Sicuramente è in atto un tentativo di mettere nell’angolo Hezbollah e i suoi alleati da parte dell’Arabia Saudita”, spiega al telefono Amal Saad Ghorayeb, analista specializzata in storia del Movimento guidato da Nasrallah.
“Lasciare Nasrallah da solo a dire no alla caduta del governo è un modo per far passare il partito Futuro di Hariri da obiettivo della protesta dei manifestanti ad alleato della piazza”. Nel 2017 Hariri durante in una visita in Arabia Saudita era stato spinto ad annunciare le proprie dimissioni, poi rientrate dopo il ritorno in patria con una complessa mediazione della Francia.
Le proteste, iniziate dopo l’annuncio di una tassa sulle telefonate via WhatsApp, poi ritirata dal governo, sono una minaccia esiziale per tutta la classe dirigente libanese che porta sulle spalle la responsabilità di un paese fortemente indebitato, con una disoccupazione giovanile altissima e servizi pessimi, primo tra tutti quello della distribuzione dell’energia elettrica. Dimostranti sono scesi in piazza anche nel Sud fedele al Movimento Hezbollah, la milizia armata sostenuta dall’Iran che ha tre ministri nel governo.
L’idea che si è fatta strada tra gli uomini vicini ad Hariri è che la via d’uscita possa essere un governo tecnico con pochi ministri. Resta da vedere se tra questi ministri ci saranno anche uomini di Hezbollah. “La leadership non poteva fare finta di nulla di fronte alle proteste – dice a Repubblica l’ex premier Fouad Siniora, vicino al premier Hariri e uno dei politici più nel mirino dei manifestanti anti corruzione – Rischiava di fare un po’ come quell’uomo a cui viene chiesto come vuol scontare la pena per un crimine commesso: pagando 100 milioni, ricevendo cento frustate o mangiando cento peperoncini. Sceglie di mangiare i peperoncini, ma al trentesimo implora di cambiare pena e ricevere invece le frustate. Comincia a essere frustato, ma alla ventesima frustata chiede piangendo di poter invece pagare, scontando quindi di fatto quasi tre pene. Ecco: la leadership trovi subito una soluzione per quanto dolorosa o sarà costretta a pagare costi ben più alti”.
E’ apparso chiaro già nelle ore precedenti l’annuncio, quando uomini che inneggiavano a Hezbollah e ad Amal, il partito sciita del presidente del Parlamento Berri, hanno distrutto gli accampamenti dei dimostranti a Piazza dei Martiri e a piazza Riad el Solh, a Beirut, e hanno cercato di forzare i posti di blocco dei dimostranti sul ponte che conduce in centro. “Erano messaggi precisi che indicavano quello che potrà accadere dopo le dimissioni del premier - spiega al telefono Mona Fayyad, docente di psicologia politica - Nasrallah ha detto di non volere le dimissioni del governo di cui fa parte e prima del messaggio di Hariri in piazza è stato fatto capire quello che rischiamo”.
La tv di Hezbollah al Manar ha raccontato gli scontri delle ultime ore dicendo che “gruppi di cittadini infuriati per il blocco della città da parte di banditi” hanno tentato di “ripristinare la viabilità” bloccata. Il capo di Hezbollah Nasrallah venerdì in un messaggio si era pronunciato contro le dimissioni del governo di cu fa parte denunciando “l’ingerenza di forze straniere”, il rischio di caos e agitando lo spettro di una nuova “guerra civile”.
“Sicuramente è in atto un tentativo di mettere nell’angolo Hezbollah e i suoi alleati da parte dell’Arabia Saudita”, spiega al telefono Amal Saad Ghorayeb, analista specializzata in storia del Movimento guidato da Nasrallah.
“Lasciare Nasrallah da solo a dire no alla caduta del governo è un modo per far passare il partito Futuro di Hariri da obiettivo della protesta dei manifestanti ad alleato della piazza”. Nel 2017 Hariri durante in una visita in Arabia Saudita era stato spinto ad annunciare le proprie dimissioni, poi rientrate dopo il ritorno in patria con una complessa mediazione della Francia.
Le proteste, iniziate dopo l’annuncio di una tassa sulle telefonate via WhatsApp, poi ritirata dal governo, sono una minaccia esiziale per tutta la classe dirigente libanese che porta sulle spalle la responsabilità di un paese fortemente indebitato, con una disoccupazione giovanile altissima e servizi pessimi, primo tra tutti quello della distribuzione dell’energia elettrica. Dimostranti sono scesi in piazza anche nel Sud fedele al Movimento Hezbollah, la milizia armata sostenuta dall’Iran che ha tre ministri nel governo.
L’idea che si è fatta strada tra gli uomini vicini ad Hariri è che la via d’uscita possa essere un governo tecnico con pochi ministri. Resta da vedere se tra questi ministri ci saranno anche uomini di Hezbollah. “La leadership non poteva fare finta di nulla di fronte alle proteste – dice a Repubblica l’ex premier Fouad Siniora, vicino al premier Hariri e uno dei politici più nel mirino dei manifestanti anti corruzione – Rischiava di fare un po’ come quell’uomo a cui viene chiesto come vuol scontare la pena per un crimine commesso: pagando 100 milioni, ricevendo cento frustate o mangiando cento peperoncini. Sceglie di mangiare i peperoncini, ma al trentesimo implora di cambiare pena e ricevere invece le frustate. Comincia a essere frustato, ma alla ventesima frustata chiede piangendo di poter invece pagare, scontando quindi di fatto quasi tre pene. Ecco: la leadership trovi subito una soluzione per quanto dolorosa o sarà costretta a pagare costi ben più alti”.