Londra, addio a "Mr Order". Bercow lascia la Camera dei Comuni
Antonello Guerrera
Lo speaker John Bercow nel suo ultimo giorno alla Camera (afp)
Dopo dieci anni il celebre "speaker" molla per passare più tempo con la famiglia. Anche se critico verso la Brexit, il premier Johnson lo ha lodato come servitore delle istituzioni
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LONDRA. Doveva essere il giorno della Brexit. Invece è stato il giorno della "Berxit”, ossia l’ultima volta che John Bercow ha guidato i lavori della Camera dei Comuni da “speaker”. Oggi, di fronte a noi seduti in galleria, in un Parlamento semideserto ma con tanti spettatori, “Mr Speaker” si è commosso: “Sono grato a ognuno di voi, vi ringrazio”, ha detto ai pochi deputati presenti, "uno a uno”. Gambe accavallate, cravatta eccentrica come al solito (fantasia bianca, lilla e viola), zazzera oggi composta e di fresco barbiere, perché stamattina si è concesso alla Press Association per un servizio fotografico nelle strade e sui ponti di Westminster. E ora come faremo senza di lui e senza i suoi cavernicoli “Ooooooorrddderr!!” che, secondo un calcolo della Bbc, dal 2009 ha urlato 14mila volte?
Il senso di questa fine è che Bercow, 56 anni, dopo dieci come inimitabile presidente della Camera dei Comuni, vuole passare più tempo con la sua famiglia e quindi ha deciso di mollare tutto, con un Parlamento ancora sostanzialmente molto scettico sulla Brexit, lo stesso che lunedì 4 novembre nominerà il suo successore: molto probabilmente Lindsay Hoyle, 62 anni, vice di Bercow nella truppa di speaker alla Camera dei Comuni e deputato laburista così previdente che non ha mai espresso in pubblico la sua opinione su Brexit.
Oggi, come vuole la formalissima tradizione inglese, è stata una giornata di tanto miele e lodi, nonostante le polemiche, durissime, degli ultimi mesi contro Bercow per le sue decisioni che di certo hanno influenzato la Brexit. Contro la quale Mr Speaker ha votato nel referendum del 2016 e sulla macchina della moglie Sally ancora spicca un adesivo giallo molto esplicito contro l’uscita dall’Ue. Ma il premier Johnson ha lodato comunque Bercow in quanto “grande servitore dello Stato e arbitro interventista che ha caratterizzato l’aula con volée e smash decisi". Persino uno dei brexiter più radicali di tutti, Jacob Rees-Mogg, ha dichiarato che lo Speaker dovrebbe “ricevere onori”, mentre Corbyn ha apprezzato soprattutto “la sua capacità di promuovere la democrazia parlamentare all’estero”.
Già. Bercow è sempre stato un instancabile difensore del ruolo e della figura centrale del Parlamento negli anni, a maggior ragione oggi sotto la travolgente furia popolana dei brexiter e della retorica della “vittoria mutilata” del referendum del 2016: "È l’istituzione della nostra democrazia", ammoniva Bercow lo scorso 9 settembre alla Camera dei Comuni mentre annunciava le sue dimissioni, asciugandosi le lacrime, "se degradiamo il Parlamento, siamo tutti, tutti in pericolo". John Bercow e sua moglie Sally Illman (ap)
Certo, Bercow lascia un’eredità pesantissima. Adorato all’estero ma spesso detestato in patria, è stato cruciale nello scongiurare il "No Deal”, la pericolosissima uscita senza accordo del Regno Unito dall’Europa. Come ha detto stamattina a Repubblica Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere (cioè ministro delle Finanze), fino a fine luglio, “la sua volontà innovativa di interpretare la sua funzione è stata fondamentale per evitare il No Deal fissato al 31 ottobre”.
È grazie alla scaltrezza interpretativa del regolamento da parte di Bercow, infatti, che le opposizioni sono riuscite a fine settembre ad approvare, prima della sospensione del Parlamento voluta da Johnson, il cosiddetto “Benn Act”, che ha imposto al premier di chiedere l’ennesimo rinvio della Brexit all’Ue, stavolta fissato al 31 gennaio, visto che il suo accordo non era - e non è - ancora passato del tutto in Parlamento. Ma Bercow è odiato da molti conservatori soprattutto brexiter, suoi ex compagni di partito, perché secondo loro ha fatto di tutto per far deragliare la Brexit, anche quando a Downing Street c’era Theresa May e lui rispolverava norme della Camera dei Comuni di quattro secoli prima affinché non si votasse (per la terza volta) sull’accordo Brexit dell’allora premier.
dai nostri corrispondenti ALBERTO D'ARGENIO E ANTONELLO GUERRERA
Ma, se Bercow in patria è una figura controversa, all’estero è amatissimo, da alcuni quasi venerato, per i suoi “Ordeeeer!”, per la sua innata simpatia, per il suo istrionismo, per il suo lessico da pub e teatro, a metà tra Shakespeare e i Monty Python. Riformatore a Westminster (sua la cravatta facoltativa) ma con l’ombra delle accuse di bullismo e sessismo dopo un paio di inchieste interne che hanno gettato qualche ombra. Figlio di un tassista ebreo rifugiato, parlamentare conservatore poco ortodosso e di lungo corso, speaker della Camera per dieci anni (iniziò il giugno 2009 e subito tolse l’obbligo di parrucche e cravatte “affinché il Parlamento sia più vicino al popolo”), sposato dal 2002 con la moglie “laburista” Sally Illman con la quale ha tre figli, grande appassionato di tennis, fanatico di Wimbledon e abbonato dell’Arsenal.
Ora che cosa farà, “Mr Ordeeeerr”? Ha già detto che non si ricandiderà per il suo seggio di Buckingham. I tabloid speculano sul fatto che ora inizierà a girare il mondo a dare discorsi dietro lauti compensi. Di certo, come aveva detto in un’intervista esclusiva a Repubblica lo scorso marzo, andrà a vedere quante più partite di tennis possibili: "Adoro lo sport, l’istruzione, la mobilità sociale e un giorno potrei dedicarmi a tempo pieno per questo”, ci confidò. "Il paradiso me lo immagino con me che riesco ad andare nello stesso anno a tutti e quattro i tornei di Grande Slam di tennis: sono stato più volte a New York, a Wimbledon vado praticamente sempre, al Roland Garros nel 2015, ma mai per esempio agli open in Australia. Ora queste cose non posso farle perché sbattono con i miei impegni da speaker. Ma uno di questi giorni, chissà, magari sarò libero”.
In quell’occasione, quando Bercow ci accolse nelle maestose stanze del suo appartamento privato a Westminster, notammo un’immagine che stonava con il resto dell’arredamento pomposo, dorato e scarlatto, ispirato al vittorianesimo ma anche ai “salotti” italiani del 16esimo secolo, sotto i possenti ritratti degli altri presidenti del Parlamento britannico del passato. Un quadro importante, perché in memoria della strage della Grenfell Tower, le cui fiamme il 14 giugno 2017 uccisero 72 innocenti, tra cui i due ragazzi italiani Gloria Trevisan e Marco Gottardi. In questi giorni è stata pubblicata la prima parte di una lunghissima inchiesta che accusa i capi dei pompieri. “Lo hanno disegnato i bambini del quartiere, nel 2015, prima che ci fosse quel rogo tremendo”, sottolineò lo scorso marzo con commossa fierezza Bercow. “Dopo la strage ho voluto porre la loro opera qui, affinché nessuno, io in primis, dimenticasse che cosa avvenne quella notte”.
Oggi Mr Speaker era più stanco del solito. Gambe accavallate nel suo vestito blu notte e toga nera, sbadigliava spesso in aula. Sulla sua destra aveva il suo canonico bicchiere d’acqua liscia, sulla sinistra l’agenda parlamentare del giorno, ma molto meno scarabocchiata del solito. Si è commosso un’ultima volta, durante i ringraziamenti alla cappellana Rose della Camera dei Comuni, quando la deputata laburista nera, Dawn Butler, anch’ella in lacrime, lo ha ringraziato per tutto il suo impegno a favore dell’uguaglianza, contro ogni discriminazione. Ma poi, prima di abbandonare per sempre questo palco della vita, non ha rinunciato al suo humour. E quando si è messo a discutere con un parlamentare conservatore basso quanto lui, ha scherzato: “Anche lei, Bob Neill, non ha una statura memorabile, vero? Ma, suvvia, dobbiamo essere contenti! Non occupiamo molto spazio e inquiniamo di meno”. E poi, via, dietro le quinte, per sempre. Ci mancherai molto, Mr Speaker.