Talpe saudite dentro Twitter. Così il regime spiava i dissidenti
dalla nostra inviata ANNA LOMBARDIC'è anche l'account di Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post assassinato ad Istanbul, fra gli oltre seimila violati da due ex dipendenti del social, accusati dal dipartimento di Giustizia Usa di essere spie al soldo di Riad
NEW YORK - "Twitter non ha protetto la privacy del mio account. Mettendo in pericolo me, la mia famiglia, i miei amici". Omar Abdulaziz, dissidente saudita rifugiato in Canada e amico di Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post assassinato ad Istanbul nel consolato del suo Paese per ordine - secondo la Cia - del principe Mohammed Bin Salman, lo aveva denunciato già due settimane fa. C'è anche il suo account fra gli oltre seimila violati da due ex dipendenti del social, accusati dal dipartimento di Giustizia americano di essere spie al soldo di Riad.
Un vero complotto internazionale, che quasi certamente vedrà finire in carcere una sola persona: Ahmad Abouammo, americano di origini saudite, fermato mercoledì a Seattle. Un ex impiegato di Twitter, che per meglio incassare i proventi delle sue soffiate aveva addirittura creato una società a responsabilità limitate. Il suo collega, l'ingegnere saudita Ali Al-Zabarah, &…
Un vero complotto internazionale, che quasi certamente vedrà finire in carcere una sola persona: Ahmad Abouammo, americano di origini saudite, fermato mercoledì a Seattle. Un ex impiegato di Twitter, che per meglio incassare i proventi delle sue soffiate aveva addirittura creato una società a responsabilità limitate. Il suo collega, l'ingegnere saudita Ali Al-Zabarah, &…
NEW YORK - "Twitter non ha protetto la privacy del mio account. Mettendo in pericolo me, la mia famiglia, i miei amici". Omar Abdulaziz, dissidente saudita rifugiato in Canada e amico di Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post assassinato ad Istanbul nel consolato del suo Paese per ordine - secondo la Cia - del principe Mohammed Bin Salman, lo aveva denunciato già due settimane fa. C'è anche il suo account fra gli oltre seimila violati da due ex dipendenti del social, accusati dal dipartimento di Giustizia americano di essere spie al soldo di Riad.
Un vero complotto internazionale, che quasi certamente vedrà finire in carcere una sola persona: Ahmad Abouammo, americano di origini saudite, fermato mercoledì a Seattle. Un ex impiegato di Twitter, che per meglio incassare i proventi delle sue soffiate aveva addirittura creato una società a responsabilità limitate. Il suo collega, l'ingegnere saudita Ali Al-Zabarah, è invece in patria. Riparato già nel 2016 dopo essere stato scoperto dalla direzione del social a ravanare dove non doveva. "Curiosità", si era difeso: ma poi era sparito. Dileguatosi come d'altronde un altro ricercato, Ahmed Almutairi, arruolatore dei due, che si occupava di compensarli con denaro, orologi e oggetti di lusso.
Secondo la denuncia depositata dall'Fbi in un tribunale di San Francisco, il terzetto agiva agli ordini di Bader Al Asaker, vicino al principe ereditario Mohammed Bin Salman (detto MbS) e da lui messo a capo della Fondazione MiSK. Una no profit fondata dall'erede al trono che fra i tanti scopi ha anche quello di svolgere ricerche nell'ambito delle nuove tecnologie (e dove ora lavora anche Al-Zabarah).
Gli impiegati di Twitter avrebbero ricevuto almeno 300 mila dollari ciascuno in cambio dei dati ottenuti violando gli account di chi criticava il regime. Identità reali, indirizzi mail, numeri di telefono, lista dei contatti e in certi casi perfino la geolocalizzazione dei telefonini. Informazioni protette che Riad non avrebbe potuto ottenere senza l'aiuto di talpe interne al social. E particolarmente utili e gradite al principe: intento a costruire la sua immagine di riformatore poi oscurata dalla morte violenta del dissidente Khashoggi.
Il nome di Bin Salman non è mai esplicitato nella denuncia, ma si cita spesso un "membro 1 della famiglia reale" che le fonti del Washington Post - il giornale su cui scriveva Khashoggi - identificano come MbS.
È la prima volta che le autorità federali americane accusano frontalmente Riad. Un regime considerato amico e prezioso alleato dal presidente Donald Trump, che ha appena inviato nel regno il capo della Cia Gina Haspel. L'agenzia di intelligence che un anno fa proprio indicò MbS come mandante dell'omicidio Khashoggi.
"Vogliamo evitare che gruppi e tecnologie americane diventino strumento di repressione nelle mani di regimi stranieri", tuona il procuratore David Anderson, capo delle indagini. Ma la vicenda brucia anche in America facendo riesplodere le polemiche sulla protezione dei dati personali da parte dei social. E mentre l'uccellino promette nuove strette, dal Canada, Abdulaziz attacca: "Twitter ha messo la mia vita in pericolo. Due miei fratelli sono finiti nelle carceri saudite. E il mio amico Jamal è stato ucciso".
Un vero complotto internazionale, che quasi certamente vedrà finire in carcere una sola persona: Ahmad Abouammo, americano di origini saudite, fermato mercoledì a Seattle. Un ex impiegato di Twitter, che per meglio incassare i proventi delle sue soffiate aveva addirittura creato una società a responsabilità limitate. Il suo collega, l'ingegnere saudita Ali Al-Zabarah, è invece in patria. Riparato già nel 2016 dopo essere stato scoperto dalla direzione del social a ravanare dove non doveva. "Curiosità", si era difeso: ma poi era sparito. Dileguatosi come d'altronde un altro ricercato, Ahmed Almutairi, arruolatore dei due, che si occupava di compensarli con denaro, orologi e oggetti di lusso.
Secondo la denuncia depositata dall'Fbi in un tribunale di San Francisco, il terzetto agiva agli ordini di Bader Al Asaker, vicino al principe ereditario Mohammed Bin Salman (detto MbS) e da lui messo a capo della Fondazione MiSK. Una no profit fondata dall'erede al trono che fra i tanti scopi ha anche quello di svolgere ricerche nell'ambito delle nuove tecnologie (e dove ora lavora anche Al-Zabarah).
Gli impiegati di Twitter avrebbero ricevuto almeno 300 mila dollari ciascuno in cambio dei dati ottenuti violando gli account di chi criticava il regime. Identità reali, indirizzi mail, numeri di telefono, lista dei contatti e in certi casi perfino la geolocalizzazione dei telefonini. Informazioni protette che Riad non avrebbe potuto ottenere senza l'aiuto di talpe interne al social. E particolarmente utili e gradite al principe: intento a costruire la sua immagine di riformatore poi oscurata dalla morte violenta del dissidente Khashoggi.
Il nome di Bin Salman non è mai esplicitato nella denuncia, ma si cita spesso un "membro 1 della famiglia reale" che le fonti del Washington Post - il giornale su cui scriveva Khashoggi - identificano come MbS.
È la prima volta che le autorità federali americane accusano frontalmente Riad. Un regime considerato amico e prezioso alleato dal presidente Donald Trump, che ha appena inviato nel regno il capo della Cia Gina Haspel. L'agenzia di intelligence che un anno fa proprio indicò MbS come mandante dell'omicidio Khashoggi.
"Vogliamo evitare che gruppi e tecnologie americane diventino strumento di repressione nelle mani di regimi stranieri", tuona il procuratore David Anderson, capo delle indagini. Ma la vicenda brucia anche in America facendo riesplodere le polemiche sulla protezione dei dati personali da parte dei social. E mentre l'uccellino promette nuove strette, dal Canada, Abdulaziz attacca: "Twitter ha messo la mia vita in pericolo. Due miei fratelli sono finiti nelle carceri saudite. E il mio amico Jamal è stato ucciso".