L'unico punto chiaro è lo scopo dell'operazione che ha coinvolto le forze speciali italiane: bisognava ripulire la zona dalle forze dell'Isis che hanno rialzato la testa dopo l'offensiva turca sul Rojava e la liberazione di centinaia di jihadisti. L'area di Kirkuk, indicata in termini molto generici come luogo dell'attentato, è una delle più delicate, dove la presenza di fondamentalisti sotto copertura, le cosiddette cellule "dormienti", è considerata molto diffusa. La fine del Califfato era stata celebrata con troppo anticipo. Gli analisti sottolineano un fermento inatteso un po' dappertutto: persino dopo la morte di Abubakr al Baghdadi i giuramenti di fedeltà allo Stato islamico da parte di gruppi fondamentalisti sono continuati, spinti senz'altro dall'arruolamento di jihadisti nelle file dei miliziani filo-turchi e soprattutto dal rilancio, durante la campagna contro il Rojava, di parole d'ordine m…
L'unico punto chiaro è lo scopo dell'operazione che ha coinvolto le forze speciali italiane: bisognava ripulire la zona dalle forze dell'Isis che hanno rialzato la testa dopo l'offensiva turca sul Rojava e la liberazione di centinaia di jihadisti. L'area di Kirkuk, indicata in termini molto generici come luogo dell'attentato, è una delle più delicate, dove la presenza di fondamentalisti sotto copertura, le cosiddette cellule "dormienti", è considerata molto diffusa. La fine del Califfato era stata celebrata con troppo anticipo. Gli analisti sottolineano un fermento inatteso un po' dappertutto: persino dopo la morte di Abubakr al Baghdadi i giuramenti di fedeltà allo Stato islamico da parte di gruppi fondamentalisti sono continuati, spinti senz'altro dall'arruolamento di jihadisti nelle file dei miliziani filo-turchi e soprattutto dal rilancio, durante la campagna contro il Rojava, di parole d'ordine mai tramontate.
Ma tutte le altre informazioni disponibili sulla giornata in Iraq sono confuse, se non persino contraddittorie. Il primo mistero è il "dove" sia successo l'incidente che ha coinvolto gli italiani. Nemmeno allo Stato maggiore sono in grado per ora di dare i dettagli: qualche fonte parla di una zona non precisata a un centinaio di chilometri a sud di Kirkuk¸ altre di Suleimaniyah, in pieno Kurdistan iracheno, oppure di Palkana, a metà strada fra Erbil e Kirkuk, o persino di Makhmour, città a maggioranza curda che sta però al di fuori del Kurdistan autonomo. Ma c'è qualcosa che non va: tre diversi ufficiali dei Peshmerga, interpellati al telefono, hanno smentito a Repubblica ogni coinvolgimento nelle operazioni di ieri: "Sappiamo che erano attive le forze armate di Bagdad, ma non siamo in grado di dare altri dettagli. E nessun soldato curdo era impegnato in operazioni con gli italiani".
E allora "con chi" erano i militari feriti dall'ordigno stradale? Un ufficiale peshmerga garantisce che erano con l'esercito di Bagdad, impegnato, secondo i media iracheni, in operazioni complesse contro l'Isis nella zona di confine fra la provincia di Kirkuk e quella di Salahaddin. Diversi siti specializzati segnalano intenso traffico di aerei militari in quella zona. E i curdi non hanno una loro aeronautica...
Soprattutto non è chiaro quale fosse l'impegno dei nostri soldati. Ma per le truppe speciali, questo rientra nella norma. Sembra poco probabile che fossero impegnate nella rimozione di ordigni, perché usare le forze speciali per questo compito sarebbe follia. L'assistenza durante le operazioni contro le cellule nascoste, o contro nuclei jihadisti, sembra più plausibile. In ogni caso, a 16 anni dalla strage di Nassiriya, possiamo pensare che l'attacco non sia diretto specificamente contro i nostri soldati, ma piuttosto legato alle misure di difesa delle aree dove l'Isis è ancora presente.
L'impegno dell'Italia nella coalizione contro il Califfato prevede assistenza e addestramento in favore delle forze curde a Erbil, oltre che delle forze di polizia di Bagdad. Apparentemente, non si tratta né delle une né delle altre, anche perché i militari coinvolti sono forze speciali, che per definizione operano in ambiti di massima riservatezza.
Le truppe d'élite - l'equivalente italiano della Delta Force o dei Navy Seals americani, o delle Sas di Sua Maestà britannica - schierate in Iraq sono inquadrate nella Task Force 44 e impegnate nell'"Operazione Centuria". E' un piccolo contingente di incursori di Marina del Comsubin e di assaltatori del 9° Reggimento "Col Moschin" (forse affiancati dai Carabinieri del Gis e dai Raider del 17esimo stormo aeronautico, ma sulla composizione c'è massimo riserbo), messo a disposizione dell'alleanza contro lo Stato Islamico, che risponde al comando internazionale. In altre parole, l'Italia fornisce un contingente con un compito determinato: il comando internazionale decide nello specifico come utilizzarlo, ma non può cambiarne la missione, spostarlo in altre aree o ri-schierarlo.
Infine, un'ulteriore ambiguità è "nell'essenza stessa della guerra", sottolinea Marco Bertolini, ex responsabile del Comando operativo interforze: "I nostri soldati sono schierati da una parte, la assistono e la sostengono. Danno un supporto indiretto al combattimento, ma non prendono parte alle attività cinetiche". Quest'ultimo termine è usato di norma per indicare gli scontri.
Ed è proprio qui che le regole di ingaggio si scontrano con la realtà imprevedibile del terreno. E' un luogo comune: dopo i primi colpi, nessun piano resta com'era. Ogni forza militare, quale che ne sia la norma di schieramento, ha sempre il diritto/dovere di difendersi. In altre parole: in battaglia, il limite fra assistenza ai combattenti e partecipazione allo scontro diventa difficile da individuare e da rispettare. Che gli italiani possano partecipare alla guerra da osservatori, insomma, è solo un'illusione.
Ma tutte le altre informazioni disponibili sulla giornata in Iraq sono confuse, se non persino contraddittorie. Il primo mistero è il "dove" sia successo l'incidente che ha coinvolto gli italiani. Nemmeno allo Stato maggiore sono in grado per ora di dare i dettagli: qualche fonte parla di una zona non precisata a un centinaio di chilometri a sud di Kirkuk¸ altre di Suleimaniyah, in pieno Kurdistan iracheno, oppure di Palkana, a metà strada fra Erbil e Kirkuk, o persino di Makhmour, città a maggioranza curda che sta però al di fuori del Kurdistan autonomo. Ma c'è qualcosa che non va: tre diversi ufficiali dei Peshmerga, interpellati al telefono, hanno smentito a Repubblica ogni coinvolgimento nelle operazioni di ieri: "Sappiamo che erano attive le forze armate di Bagdad, ma non siamo in grado di dare altri dettagli. E nessun soldato curdo era impegnato in operazioni con gli italiani".
E allora "con chi" erano i militari feriti dall'ordigno stradale? Un ufficiale peshmerga garantisce che erano con l'esercito di Bagdad, impegnato, secondo i media iracheni, in operazioni complesse contro l'Isis nella zona di confine fra la provincia di Kirkuk e quella di Salahaddin. Diversi siti specializzati segnalano intenso traffico di aerei militari in quella zona. E i curdi non hanno una loro aeronautica...
Soprattutto non è chiaro quale fosse l'impegno dei nostri soldati. Ma per le truppe speciali, questo rientra nella norma. Sembra poco probabile che fossero impegnate nella rimozione di ordigni, perché usare le forze speciali per questo compito sarebbe follia. L'assistenza durante le operazioni contro le cellule nascoste, o contro nuclei jihadisti, sembra più plausibile. In ogni caso, a 16 anni dalla strage di Nassiriya, possiamo pensare che l'attacco non sia diretto specificamente contro i nostri soldati, ma piuttosto legato alle misure di difesa delle aree dove l'Isis è ancora presente.
L'impegno dell'Italia nella coalizione contro il Califfato prevede assistenza e addestramento in favore delle forze curde a Erbil, oltre che delle forze di polizia di Bagdad. Apparentemente, non si tratta né delle une né delle altre, anche perché i militari coinvolti sono forze speciali, che per definizione operano in ambiti di massima riservatezza.
Le truppe d'élite - l'equivalente italiano della Delta Force o dei Navy Seals americani, o delle Sas di Sua Maestà britannica - schierate in Iraq sono inquadrate nella Task Force 44 e impegnate nell'"Operazione Centuria". E' un piccolo contingente di incursori di Marina del Comsubin e di assaltatori del 9° Reggimento "Col Moschin" (forse affiancati dai Carabinieri del Gis e dai Raider del 17esimo stormo aeronautico, ma sulla composizione c'è massimo riserbo), messo a disposizione dell'alleanza contro lo Stato Islamico, che risponde al comando internazionale. In altre parole, l'Italia fornisce un contingente con un compito determinato: il comando internazionale decide nello specifico come utilizzarlo, ma non può cambiarne la missione, spostarlo in altre aree o ri-schierarlo.
Infine, un'ulteriore ambiguità è "nell'essenza stessa della guerra", sottolinea Marco Bertolini, ex responsabile del Comando operativo interforze: "I nostri soldati sono schierati da una parte, la assistono e la sostengono. Danno un supporto indiretto al combattimento, ma non prendono parte alle attività cinetiche". Quest'ultimo termine è usato di norma per indicare gli scontri.
Ed è proprio qui che le regole di ingaggio si scontrano con la realtà imprevedibile del terreno. E' un luogo comune: dopo i primi colpi, nessun piano resta com'era. Ogni forza militare, quale che ne sia la norma di schieramento, ha sempre il diritto/dovere di difendersi. In altre parole: in battaglia, il limite fra assistenza ai combattenti e partecipazione allo scontro diventa difficile da individuare e da rispettare. Che gli italiani possano partecipare alla guerra da osservatori, insomma, è solo un'illusione.