Zehra Dogan: "Il carcere mi ha reso più forte. Nessuna sbarra può fermare i miei disegni"
di GABRIELLA COLARUSSONel luglio del 2016 la polizia turca l'arrestò con l'accusa di propaganda terroristica contro lo Stato: aveva disegnato l'invasione di Nusaybin, una piccola città curda della Turchia sudorientale: "Sono riuscita a far uscire più di 300 dipinti attraverso una rete clandestina. Mi sono resa conto che era un'arma nelle mie mani"
"SONO nata in un ghetto di esuli curdi. Mia madre mi diceva "se esci di notte ti uccideranno". Una notte è successo: hanno ucciso un uomo, un giornalista. Ho deciso allora che sarei uscita anche io di notte". A 29 anni, Zehra Dogan sa già cosa vuole dire vivere reclusa, ma non è mai stata prigioniera. Nel luglio del 2016 la polizia turca l'arrestò con l'accusa di propaganda terroristica contro lo Stato.
Aveva disegnato l'invasione di Nusaybin, una piccola città curda della Turchia sudorientale, al confine con la Siria: le bandiere dell'esercito di Erdogan che sventolavano sullo scheletro dei palazzi rimasti ancora in piedi, il convoglio dei blindati. E la storia di un bambino di 10 anni rimasto vittima dei bombardamenti. Tre anni di carcere. Ma anche dentro, Zehra non ha mai smesso di disegnare. Le toglievano i pennelli? E lei li rifaceva, con i suoi capelli. Le proibivano di usare i colori? E lei dipingeva usando…
Aveva disegnato l'invasione di Nusaybin, una piccola città curda della Turchia sudorientale, al confine con la Siria: le bandiere dell'esercito di Erdogan che sventolavano sullo scheletro dei palazzi rimasti ancora in piedi, il convoglio dei blindati. E la storia di un bambino di 10 anni rimasto vittima dei bombardamenti. Tre anni di carcere. Ma anche dentro, Zehra non ha mai smesso di disegnare. Le toglievano i pennelli? E lei li rifaceva, con i suoi capelli. Le proibivano di usare i colori? E lei dipingeva usando…
"SONO nata in un ghetto di esuli curdi. Mia madre mi diceva "se esci di notte ti uccideranno". Una notte è successo: hanno ucciso un uomo, un giornalista. Ho deciso allora che sarei uscita anche io di notte". A 29 anni, Zehra Dogan sa già cosa vuole dire vivere reclusa, ma non è mai stata prigioniera. Nel luglio del 2016 la polizia turca l'arrestò con l'accusa di propaganda terroristica contro lo Stato.
Aveva disegnato l'invasione di Nusaybin, una piccola città curda della Turchia sudorientale, al confine con la Siria: le bandiere dell'esercito di Erdogan che sventolavano sullo scheletro dei palazzi rimasti ancora in piedi, il convoglio dei blindati. E la storia di un bambino di 10 anni rimasto vittima dei bombardamenti. Tre anni di carcere. Ma anche dentro, Zehra non ha mai smesso di disegnare. Le toglievano i pennelli? E lei li rifaceva, con i suoi capelli. Le proibivano di usare i colori? E lei dipingeva usando il prezzemolo, la curcuma, il sangue mestruale.
"Era la mia resistenza. In carcere ho capito che potevano arrestare me, tenermi lì fisicamente, ma non avrebbero mai potuto fermare i miei disegni", racconta. Un anno fa, prima che venisse liberata, Banksy ha disegnato il suo viso dietro le sbarre su un muro di Manhattan: "free Zehra", Zehra libera. Alla sua storia e quelle della scrittrice Asli Erdogan e del medico Sebnem Korur Fincanci è dedicato anche un film: Terroriste.
Dogan, nel 2016 lei aveva già raccontato, da giornalista, altre episodi di violenze dell'esercito turco nelle città curde. Perché il disegno di Nusaybin dava così fastidio?
"Avevo raccontato con i disegni il diario di un bambino di 10 anni ucciso dall'esercito turco e la distruzione della città. Non era la prima volta che mi occupavo dei diritti della minoranza curda, il mio popolo, ho iniziato nel 2012 da giornalista, ho raccontato quello che succedeva ai curdi nel nord della Siria, nel Rojava, ma anche agli Yazidi nel Sinjar. Mi sono battuta per i diritti civili, di tutte le minoranze. Ma Nusaybin era troppo per il potere. Il paradosso è che quel disegno era la copia esatta di una foto pubblicata dallo stesso esercito turco. Solo che il mio disegno fu ripreso dai giornali di tutto il mondo, l'eco che ha avuto è stato per il governo turco un grosso problema".
Qual era il capo d'imputazione?
"In Turchia il sistema giudiziario è assurdo, totalmente arbitrario, non sai per cosa vieni processato e condannato: alcune miei compagni di carcere erano stati condannati all'ergastolo ma non sapevano bene perché".
In carcere le permettevano di disegnare?
"No, non lasciavano che mi arrivasse il materiale per disegnare e così mi sono inventata altre tecniche, ho preso coscienza di me come artista. Usavo i miei capelli e le penne degli uccelli come pennelli. Il prezzemolo, la curcuma, la cenere, anche il sangue mestruale come colori. Loro mi impedivano di disegnare, mi sequestravano o distruggevano i disegni, e io continuavo. Sono riuscita a far uscire più di 300 dipinti attraverso una rete clandestina. Mi sono resa conto che era un'arma nelle mie mani".
Immaginava che dei quadri disegnati sulla carta igienica potessero fare così paura?
"No, e mi ha impressionato. Non credevo che Erdogan e personaggi come lui sapessero qualcosa dell'arte. Che la temessero così tanto. Poi ho pensato alla resistenza di Gezi Park, alla stessa causa curda: gli artisti hanno sempre avuto un ruolo centrale nel criticare e denunciare l'autoritarismo del governo".
L'operazione militare nella Siria del nord contro i curdi è stata criticata da molti governi ma nessuno è riuscito a fermarla. Pensa che il suo popolo sia stato abbandonato dall'Europa e dall'America?
"Se parliamo di dittature e autoritarismo, Erdogan nel mondo purtroppo non è solo. La differenza, è che lui usa una violenza diretta che massacra le persone insieme a una politica. I governi parlano, lo accusano, ma non cambiano le cose. L'impegno della società civile invece è fondamentale. Non girate le spalle ai curdi, ai turchi, altrimenti andrà sempre peggio. In Turchia ci sono decine di migliaia di persone in carcere e non solo curdi: giornalisti, attivisti. Bisogna illuminare le loro storie".
La sua ha avuto un testimone eccezionale: Banksy.
"Mi ha emozionato pensare che un artista come lui fosse solidale con la causa curda, ha fatto conoscere la mia storia. E la solidarietà internazionale che ne è seguita mi ha resa più forte. Capita spesso che mi dicano sei bassa, o sei piccola, giovane. Prima del carcere pensavo che la forza fosse legata all'aspetto fisico, ora so che non è così. La mia forza è la solidarietà internazionale. Ora non ho più paura del carcere perché so che migliaia di persone possono portare la mia voce e il mio messaggio in tutto il mondo. Quando ero dentro ci pensavo: ok, sono in carcere fisicamente ma il mio pennello è libero".
Che cosa le piacerebbe fare ora?
"Appena finirà la guerra vorrei aprire una scuola di pittura nel Rojava".
Ha mai pensato di lasciare la Turchia?
"Mai, questo è il mio paese, il mio paese bellissimo. Il suo problema è solo uno: questo governo".
(Ha collaborato all'intervista, Xerib Siyabend)
Aveva disegnato l'invasione di Nusaybin, una piccola città curda della Turchia sudorientale, al confine con la Siria: le bandiere dell'esercito di Erdogan che sventolavano sullo scheletro dei palazzi rimasti ancora in piedi, il convoglio dei blindati. E la storia di un bambino di 10 anni rimasto vittima dei bombardamenti. Tre anni di carcere. Ma anche dentro, Zehra non ha mai smesso di disegnare. Le toglievano i pennelli? E lei li rifaceva, con i suoi capelli. Le proibivano di usare i colori? E lei dipingeva usando il prezzemolo, la curcuma, il sangue mestruale.
"Era la mia resistenza. In carcere ho capito che potevano arrestare me, tenermi lì fisicamente, ma non avrebbero mai potuto fermare i miei disegni", racconta. Un anno fa, prima che venisse liberata, Banksy ha disegnato il suo viso dietro le sbarre su un muro di Manhattan: "free Zehra", Zehra libera. Alla sua storia e quelle della scrittrice Asli Erdogan e del medico Sebnem Korur Fincanci è dedicato anche un film: Terroriste.
Dogan, nel 2016 lei aveva già raccontato, da giornalista, altre episodi di violenze dell'esercito turco nelle città curde. Perché il disegno di Nusaybin dava così fastidio?
"Avevo raccontato con i disegni il diario di un bambino di 10 anni ucciso dall'esercito turco e la distruzione della città. Non era la prima volta che mi occupavo dei diritti della minoranza curda, il mio popolo, ho iniziato nel 2012 da giornalista, ho raccontato quello che succedeva ai curdi nel nord della Siria, nel Rojava, ma anche agli Yazidi nel Sinjar. Mi sono battuta per i diritti civili, di tutte le minoranze. Ma Nusaybin era troppo per il potere. Il paradosso è che quel disegno era la copia esatta di una foto pubblicata dallo stesso esercito turco. Solo che il mio disegno fu ripreso dai giornali di tutto il mondo, l'eco che ha avuto è stato per il governo turco un grosso problema".
Qual era il capo d'imputazione?
"In Turchia il sistema giudiziario è assurdo, totalmente arbitrario, non sai per cosa vieni processato e condannato: alcune miei compagni di carcere erano stati condannati all'ergastolo ma non sapevano bene perché".
In carcere le permettevano di disegnare?
"No, non lasciavano che mi arrivasse il materiale per disegnare e così mi sono inventata altre tecniche, ho preso coscienza di me come artista. Usavo i miei capelli e le penne degli uccelli come pennelli. Il prezzemolo, la curcuma, la cenere, anche il sangue mestruale come colori. Loro mi impedivano di disegnare, mi sequestravano o distruggevano i disegni, e io continuavo. Sono riuscita a far uscire più di 300 dipinti attraverso una rete clandestina. Mi sono resa conto che era un'arma nelle mie mani".
Immaginava che dei quadri disegnati sulla carta igienica potessero fare così paura?
"No, e mi ha impressionato. Non credevo che Erdogan e personaggi come lui sapessero qualcosa dell'arte. Che la temessero così tanto. Poi ho pensato alla resistenza di Gezi Park, alla stessa causa curda: gli artisti hanno sempre avuto un ruolo centrale nel criticare e denunciare l'autoritarismo del governo".
L'operazione militare nella Siria del nord contro i curdi è stata criticata da molti governi ma nessuno è riuscito a fermarla. Pensa che il suo popolo sia stato abbandonato dall'Europa e dall'America?
"Se parliamo di dittature e autoritarismo, Erdogan nel mondo purtroppo non è solo. La differenza, è che lui usa una violenza diretta che massacra le persone insieme a una politica. I governi parlano, lo accusano, ma non cambiano le cose. L'impegno della società civile invece è fondamentale. Non girate le spalle ai curdi, ai turchi, altrimenti andrà sempre peggio. In Turchia ci sono decine di migliaia di persone in carcere e non solo curdi: giornalisti, attivisti. Bisogna illuminare le loro storie".
La sua ha avuto un testimone eccezionale: Banksy.
"Mi ha emozionato pensare che un artista come lui fosse solidale con la causa curda, ha fatto conoscere la mia storia. E la solidarietà internazionale che ne è seguita mi ha resa più forte. Capita spesso che mi dicano sei bassa, o sei piccola, giovane. Prima del carcere pensavo che la forza fosse legata all'aspetto fisico, ora so che non è così. La mia forza è la solidarietà internazionale. Ora non ho più paura del carcere perché so che migliaia di persone possono portare la mia voce e il mio messaggio in tutto il mondo. Quando ero dentro ci pensavo: ok, sono in carcere fisicamente ma il mio pennello è libero".
Che cosa le piacerebbe fare ora?
"Appena finirà la guerra vorrei aprire una scuola di pittura nel Rojava".
Ha mai pensato di lasciare la Turchia?
"Mai, questo è il mio paese, il mio paese bellissimo. Il suo problema è solo uno: questo governo".
(Ha collaborato all'intervista, Xerib Siyabend)