I 5 Stelle sfidano Conte sul salva-Stati: "Non ha il nostro sì"
Alberto D’ArgenioI grillini: la riforma danneggia l'Italia, subito un vertice. La Lega attacca Palazzo Chigi
BRUXELLES - La polemica sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) deflagra in maggioranza e si trasforma in un pericolo per lo stesso Giuseppe Conte. Se lunedì ad attaccare sul nuovo Fondo salva-stati Ue erano Salvini e Meloni, ieri i cinquestelle in commissione Finanze alla Camera hanno chiesto a Di Maio di «far convocare un vertice di maggioranza», che potrebbe tenersi già venerdì. I grillini accusano Conte di avere accettato in Europa un testo che danneggerebbe l’Italia tenendone «all’oscuro il Parlamento». Il premier – che aveva riferito alle Camere il 19 giugno - fa sapere che «il Parlamento è sovrano»: si rimetterà alle sue decisioni.
Ad esporsi sarà invece il ministro Roberto Gualtieri (Pd), che interverrà in commissione Finanze del Senato mercoledì prossimo. Gualtieri sosterrà la riforma spiegando che il nuovo Mes non aumenta il rischio di …
Ad esporsi sarà invece il ministro Roberto Gualtieri (Pd), che interverrà in commissione Finanze del Senato mercoledì prossimo. Gualtieri sosterrà la riforma spiegando che il nuovo Mes non aumenta il rischio di …
BRUXELLES - La polemica sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) deflagra in maggioranza e si trasforma in un pericolo per lo stesso Giuseppe Conte. Se lunedì ad attaccare sul nuovo Fondo salva-stati Ue erano Salvini e Meloni, ieri i cinquestelle in commissione Finanze alla Camera hanno chiesto a Di Maio di «far convocare un vertice di maggioranza», che potrebbe tenersi già venerdì. I grillini accusano Conte di avere accettato in Europa un testo che danneggerebbe l’Italia tenendone «all’oscuro il Parlamento». Il premier – che aveva riferito alle Camere il 19 giugno - fa sapere che «il Parlamento è sovrano»: si rimetterà alle sue decisioni.
Ad esporsi sarà invece il ministro Roberto Gualtieri (Pd), che interverrà in commissione Finanze del Senato mercoledì prossimo. Gualtieri sosterrà la riforma spiegando che il nuovo Mes non aumenta il rischio di ristrutturazione del debito, al contrario di quanto sostengono Lega e Fdi e ora in maggioranza Cinquestelle e Leu. Il Pd si limita a ricordare che ai tempi dei negoziati in Europa al governo c’era Salvini.
Sulla riforma del Mes è stato raggiunto un pre-accordo a giugno che dovrà passare all’Eurogruppo del 4 dicembre e poi all’unanimità a livello di leader al vertice del 13 dicembre. Quindi ogni Parlamento nazionale dovrà ratificarla, con la possibilità di affondarla.
Il nuovo statuto trasformerà il Mes in prestatore di ultima istanza nel caso di risoluzioni bancarie, come chiesto da Italia e Francia mentre Germania e Olanda volevano diventasse un inflessibile controllore dei conti nazionali. Quanto ai salvataggi sovrani, nulla cambia per un Paese che chiede un aiuto in stile Grecia: deve sottomettersi a un programma di austerità anche se sparisce la Troika, con l’estromissione dell’Fmi. Ci sono poi i programmi per aiutare uno Stato in difficoltà sui mercati ma i cui conti sono giudicati sostenibili. Se ha il deficit sotto al 3% e il debito sotto al 60%, può accedere alle linee di credito “precauzionali” senza alcun impegno sull’austerità (al contrario di oggi). Ma l’Italia ha ottenuto una postilla che potrebbe far ottenere il sostegno anche a un Paese (come il nostro) non in linea con Maastricht. In caso contrario, dovrebbe ricorrere a un programma “avanzato”, che oggi prevede strette sui conti e riforme.
La riforma imporrà anche agli speculatori di pagare dazio in caso di ristrutturazione, rendendola meno difficile: per i detrattori così i titoli italiani diventeranno più rischiosi. Tesi respinta dal Tesoro: la ristrutturazione resta possibile ma non più probabile di prima. Per Palazzo Chigi il Parlamento è sovrano ed è tutto nelle mani dei partiti: se la maggioranza approverà una mozione che lo vincolerà a non firmare il Trattato, il premier a Bruxelles chiederà un rinvio. Prendere tempo eviterebbe al governo un passaggio delicatissimo: se i leader Ue prima di Natale daranno il via libera alla riforma, nei primi mesi del 2020 il Parlamento dovrà ratificarla. Col rischio di crollo della maggioranza.
Ad esporsi sarà invece il ministro Roberto Gualtieri (Pd), che interverrà in commissione Finanze del Senato mercoledì prossimo. Gualtieri sosterrà la riforma spiegando che il nuovo Mes non aumenta il rischio di ristrutturazione del debito, al contrario di quanto sostengono Lega e Fdi e ora in maggioranza Cinquestelle e Leu. Il Pd si limita a ricordare che ai tempi dei negoziati in Europa al governo c’era Salvini.
Sulla riforma del Mes è stato raggiunto un pre-accordo a giugno che dovrà passare all’Eurogruppo del 4 dicembre e poi all’unanimità a livello di leader al vertice del 13 dicembre. Quindi ogni Parlamento nazionale dovrà ratificarla, con la possibilità di affondarla.
Il nuovo statuto trasformerà il Mes in prestatore di ultima istanza nel caso di risoluzioni bancarie, come chiesto da Italia e Francia mentre Germania e Olanda volevano diventasse un inflessibile controllore dei conti nazionali. Quanto ai salvataggi sovrani, nulla cambia per un Paese che chiede un aiuto in stile Grecia: deve sottomettersi a un programma di austerità anche se sparisce la Troika, con l’estromissione dell’Fmi. Ci sono poi i programmi per aiutare uno Stato in difficoltà sui mercati ma i cui conti sono giudicati sostenibili. Se ha il deficit sotto al 3% e il debito sotto al 60%, può accedere alle linee di credito “precauzionali” senza alcun impegno sull’austerità (al contrario di oggi). Ma l’Italia ha ottenuto una postilla che potrebbe far ottenere il sostegno anche a un Paese (come il nostro) non in linea con Maastricht. In caso contrario, dovrebbe ricorrere a un programma “avanzato”, che oggi prevede strette sui conti e riforme.
La riforma imporrà anche agli speculatori di pagare dazio in caso di ristrutturazione, rendendola meno difficile: per i detrattori così i titoli italiani diventeranno più rischiosi. Tesi respinta dal Tesoro: la ristrutturazione resta possibile ma non più probabile di prima. Per Palazzo Chigi il Parlamento è sovrano ed è tutto nelle mani dei partiti: se la maggioranza approverà una mozione che lo vincolerà a non firmare il Trattato, il premier a Bruxelles chiederà un rinvio. Prendere tempo eviterebbe al governo un passaggio delicatissimo: se i leader Ue prima di Natale daranno il via libera alla riforma, nei primi mesi del 2020 il Parlamento dovrà ratificarla. Col rischio di crollo della maggioranza.