LONDRA - L'operazione richiede meno di un minuto: Paolo consegna allo scrutatore la cartolina elettorale che ha ricevuto per posta, senza bisogno di mostrare un documento d'identità, lo scrutatore controlla il suo nome su un elenco, gli chiede conferma, "come si chiama?", e verificato che corrisponde gli fornisce la scheda per votare nella cabina lì di fronte. Che poi non è una cabina vera e propria, ma un leggio parzialmente separato da un foglio di compensato, da quello di fianco. Paolo traccia una croce, ripiega in due la scheda e la depone nell'urna. Finito.
Così, in un seggio di Hackney, East London, mio figlio ha votato per la prima volta in vita sua da cittadino britannico. Una cittadinanza acquisita, che si aggiunge a quella italiana: è diventato cittadino (anche) del Regno Unito, lo scorso anno sulle ali della Brexit: per stare nel sicuro. Non gli chiedo su quale partito ha tracciato una croce, il voto è segreto. Ma non ho ancora incontrato un italiano, o italo-britannico, favorevole alla Brexit, quindi sono certo che non ha votato per i conservatori di Boris Johnson.
E comunque la candidata laburista ad Hackney è Diane Abbott, battagliera deputata nera, fedelissima di Jeremy Corbyn (si dice che abbiano avuto pure una breve relazione, una trentina d'anni fa) e sicurissima di essere rieletta, come succede da mezza dozzina di elezioni, l'ultima volta - nel 2017 - con 11 mila voti di vantaggio, un margine giudicato incolmabile.
Mio figlio è uno dei 130mila cittadini degli altri 27 paesi dell'Unione Europea che hanno preso la cittadinanza britannica dal referendum del 2016 ad oggi. Le richieste in tal senso sono aumentate radicalmente dopo il referendum. Ma la maggior parte dei 3 milioni e mezzo di cittadini Ue di Gran Bretagna non ha potuto votare. Due terzi di essi, me compreso, hanno ottenuto il "settled status", lo status di residenza permanente, che garantisce a tempo indeterminato gli stessi diritti di cui abbiamo goduto fintanto che la Gran Bretagna ha fatto parte dell'Europa unita. Ma questo non include il diritto di votare alle elezioni politiche.
Sui social, per tutta la giornata, circola l'amarezza degli europei di Londra: è frustrante assistere a un'elezione che si gioca sulla nostra pelle, ovvero sulla Brexit, senza potervi partecipare. Viene in mente il famoso slogan della guerra d'indipendenza americana: "No taxation without representation", non si può essere tassati senza avere diritto a essere rappresentati politicamente. Non sempre lo si può pretendere, se non hai la cittadinanza del paese in cui vivi. Ma quando dalla rappresentanza dipende il nostro futuro, restare a guardare ai margini del campo brucia ancora di più. Non per nulla Corbyn ha promesso che, se diventasse premier e potesse organizzare un secondo referendum sulla Brexit, darebbe il diritto di voti ai 3 milioni e mezzo di europei in questa consultazione.
Intanto, sulle chat degli italiani d'Inghilterra, impazzano altri dibattiti: su cosa ci accadrà dopo questo voto, sulle domande più frequenti che riceviamo dall'Italia. Resterete a Londra? E si potrà venirci a trovare con la carta d'identità o servirà il passaporto, anzi addirittura un visto online come quello per entrare negli Stati Uniti? Se Boris Johnson prevale, serviranno passaporto e visto, anche per i semplici turisti; e finirà ovviamente la libertà d'immigrazione.
Il momento è storico, penso mentre mio figlio e io lasciamo il seggio di Hackney, sotto una pioggia sempre più fitta. Chissà se un giorno lui si ricorderà del pomeriggio in cui suo padre lo ha accompagnato a esprimere il suo primo voto da cittadino britannico. Come se potesse, in un certo senso, votare anche per me che vivo qui da sedici anni ma non ne ho diritto.
Così, in un seggio di Hackney, East London, mio figlio ha votato per la prima volta in vita sua da cittadino britannico. Una cittadinanza acquisita, che si aggiunge a quella italiana: è diventato cittadino (anche) del Regno Unito, lo scorso anno sulle ali della Brexit: per stare nel sicuro. Non gli chiedo su quale partito ha tracciato una croce, il voto è segreto. Ma non ho ancora incontrato un italiano, o italo-britannico, favorevole alla Brexit, quindi sono certo che non ha votato per i conservatori di Boris Johnson.
E comunque la candidata laburista ad Hackney è Diane Abbott, battagliera deputata nera, fedelissima di Jeremy Corbyn (si dice che abbiano avuto pure una breve relazione, una trentina d'anni fa) e sicurissima di essere rieletta, come succede da mezza dozzina di elezioni, l'ultima volta - nel 2017 - con 11 mila voti di vantaggio, un margine giudicato incolmabile.
Mio figlio è uno dei 130mila cittadini degli altri 27 paesi dell'Unione Europea che hanno preso la cittadinanza britannica dal referendum del 2016 ad oggi. Le richieste in tal senso sono aumentate radicalmente dopo il referendum. Ma la maggior parte dei 3 milioni e mezzo di cittadini Ue di Gran Bretagna non ha potuto votare. Due terzi di essi, me compreso, hanno ottenuto il "settled status", lo status di residenza permanente, che garantisce a tempo indeterminato gli stessi diritti di cui abbiamo goduto fintanto che la Gran Bretagna ha fatto parte dell'Europa unita. Ma questo non include il diritto di votare alle elezioni politiche.
Sui social, per tutta la giornata, circola l'amarezza degli europei di Londra: è frustrante assistere a un'elezione che si gioca sulla nostra pelle, ovvero sulla Brexit, senza potervi partecipare. Viene in mente il famoso slogan della guerra d'indipendenza americana: "No taxation without representation", non si può essere tassati senza avere diritto a essere rappresentati politicamente. Non sempre lo si può pretendere, se non hai la cittadinanza del paese in cui vivi. Ma quando dalla rappresentanza dipende il nostro futuro, restare a guardare ai margini del campo brucia ancora di più. Non per nulla Corbyn ha promesso che, se diventasse premier e potesse organizzare un secondo referendum sulla Brexit, darebbe il diritto di voti ai 3 milioni e mezzo di europei in questa consultazione.
Intanto, sulle chat degli italiani d'Inghilterra, impazzano altri dibattiti: su cosa ci accadrà dopo questo voto, sulle domande più frequenti che riceviamo dall'Italia. Resterete a Londra? E si potrà venirci a trovare con la carta d'identità o servirà il passaporto, anzi addirittura un visto online come quello per entrare negli Stati Uniti? Se Boris Johnson prevale, serviranno passaporto e visto, anche per i semplici turisti; e finirà ovviamente la libertà d'immigrazione.
Il momento è storico, penso mentre mio figlio e io lasciamo il seggio di Hackney, sotto una pioggia sempre più fitta. Chissà se un giorno lui si ricorderà del pomeriggio in cui suo padre lo ha accompagnato a esprimere il suo primo voto da cittadino britannico. Come se potesse, in un certo senso, votare anche per me che vivo qui da sedici anni ma non ne ho diritto.