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(ansa)

"Proteggiamo insieme il super testimone del caso Regeni"

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Intervista a Noordin Haji, Director of Public Prosecution del Kenya, massima autorità investigativa del Paese: "Intendo arrivare fino al fondo di questa storia. Qualunque sia il costo della verità"
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NAIROBI - Noordin Haji, Director of Public Prosecution del Kenya, massima autorità investigativa del Paese è uomo che parla dritto. E fa parte, anche anagraficamente (ha 46 anni), di quella nuova, colta, classe dirigente africana cittadina del mondo - è appena rientrato da Amsterdam dove ha ricevuto un premio da "Transparency International" - e libera da complessi di sudditanza. Chiede dieci minuti per la preghiera del tramonto (è un musulmano osservante). Quindi, indica la sala riunioni del suo ufficio. "Cosa volete sapere di Giulio Regeni?".

A che punto è la rogatoria della Procura di Roma? Cosa avete accertato del colloquio dell'agosto 2017 tra il poliziotto kenyota e il maggiore dei Servizi egiziani Sharif durante il quale l'ufficiale avrebbe confessato la sua partecipazione al sequestro di Giulio?
"Voglio essere molto franco e sincero. Io, il mio ufficio e il Kenya, il mio Paese, condividiamo la ferma volont&agr…
NAIROBI - Noordin Haji, Director of Public Prosecution del Kenya, massima autorità investigativa del Paese è uomo che parla dritto. E fa parte, anche anagraficamente (ha 46 anni), di quella nuova, colta, classe dirigente africana cittadina del mondo - è appena rientrato da Amsterdam dove ha ricevuto un premio da "Transparency International" - e libera da complessi di sudditanza. Chiede dieci minuti per la preghiera del tramonto (è un musulmano osservante). Quindi, indica la sala riunioni del suo ufficio. "Cosa volete sapere di Giulio Regeni?".

A che punto è la rogatoria della Procura di Roma? Cosa avete accertato del colloquio dell'agosto 2017 tra il poliziotto kenyota e il maggiore dei Servizi egiziani Sharif durante il quale l'ufficiale avrebbe confessato la sua partecipazione al sequestro di Giulio?
"Voglio essere molto franco e sincero. Io, il mio ufficio e il Kenya, il mio Paese, condividiamo la ferma volontà di collaborare con la Procura di Roma. Abbiamo cominciato a farlo non appena abbiamo ricevuto la rogatoria perché ogni crimine deve essere indagato. Chiunque siano i responsabili. Dunque intendo arrivare fino al fondo di questa storia. Qualunque sia il costo della verità".

Sembra di capire ci sia un "ma". È così? C'è una condizione?
"Sì. La rogatoria è molto generica. Non ci sono state fornite le generalità del poliziotto kenyota, né il giorno dell'agosto del 2017 in cui avrebbe raccolto le confidenze dell'ufficiale egiziano nel ristorante di un hotel. Né conosco, se non per averne letto sui giornali, il contenuto del suo verbale di testimonianza alla Procura di Roma. Ora, nonostante questa genericità, stiamo mettendo insieme ogni informazione utile possibile per rispondere alla Procura di Roma. Ma è un lavoro destinato a non portare da nessuna parte. Per un semplice motivo: nel corso del 2017, a Nairobi, la nostra Intelligence ha avuto numerosi incontri. Ma nel nostro Paese l'esistenza, l'oggetto e l'identità dei partecipanti a queste riunioni sono coperte da segreto. E io per poter chiedere di sollevare il segreto devo avere una data e comunque ogni elemento utile a restringere il campo della ricerca".

Non ci saranno state così tante cene in hotel nell'agosto 2017 tra uomini dei servizi africani e servizi kenyoti.
"Come posso aiutare la Procura di Roma a stabilire l'attendibilità della testimonianza del nostro poliziotto se non ne conosco neppure le generalità? Se non posso essere in grado, cioè, di stabilire innanzitutto se sia effettivamente un poliziotto e per quale ragione si sia trovato a una cena con uomini dell'Intelligence anche di altri Paesi. Per non dire dell'Egitto: davvero la Procura di Roma pensa che con le informazioni che mi ha fornito io possa utilmente indagare e ottenere a mia volta informazioni dall'Intelligence egiziana? Io non penso. E sono certo che non lo pensino neppure i magistrati italiani".

Dunque?
"Dunque, chiederemo di qui a breve alla Procura di Roma elementi in grado di uscire da questa genericità e di consentire che la nostra collaborazione produca un qualche effetto. E' innanzitutto una questione di fiducia. La Procura di Roma deve dimostrare di avere fiducia nella nostra integrità".

Per quello che è possibile comprendere, il segreto sull'identità del poliziotto kenyota è per proteggerne l'incolumità.
"Benissimo. Se questo è il motivo, qui in Kenya abbiamo un programma di protezione dei testimoni. E se non dovesse andare bene, propongo alla Procura di Roma di sottoporre questo poliziotto a un programma di protezione comune che gli consenta di vivere anche fuori dal Kenya. Proteggiamo questo testimone come meglio si ritiene. Ma la Procura di Roma ci metta nelle condizioni di poter gestire questa vicenda per noi molto delicata con strumenti adeguati".

Sta facendo riferimento ai rapporti tra Kenya ed Egitto?
"Non ho certo bisogno di nascondere l'amicizia tra Egitto e Kenya. Che è la stessa che lega il Kenya all'Italia. Ma proprio perché siamo stretti tra due Paesi amici, dobbiamo poter perseguire la verità, quale che ne sia il costo, con informazioni in grado di ottenerla. E' una questione di fiducia, ripeto. Che vale per Regeni e vale anche per la nostra richiesta di rogatoria all'Italia di cui attendiamo risposta da mesi. E parlo dell'inchiesta per cui abbiamo chiesto l'estate scorsa sei mandati di cattura internazionali a carico dell'amministratore delegato e di cinque dirigenti della cooperativa Cmc di Ravenna. La Cmc doveva costruire sei dighe in questo Paese. Non ne è stata iniziata una sola, ma i costi del contratto di appalto sono lievitati, il suo schema finanziario modificato, e il denaro versato come anticipo dei lavori si è volatilizzato dopo essere stato accreditato su una banca londinese".

Cosa avete chiesto alla magistratura italiana?
"Che ci aiuti a ricostruire i flussi finanziari dei conti dei sei manager della Cmc su cui riteniamo siano state fatte transitare tangenti a funzionari pubblici e politici kenyoti. Anche perché questa indagine è tutt'altro che chiusa".

Cioè?
"Vogliamo capire meglio il ruolo di Sace e lo schema finanziario con cui ha versato e assicurato l'anticipo al Kenya necessario a far partire l'appalto. Sulla scorte delle prove che abbiamo raccolto, siamo convinti che Sace sia stata complice nella frode ai danni del governo del Kenya. Inoltre, i termini del prestito sono stati sbilanciati a favore degli investitori italiani. Dunque, ci aspettiamo da Sace la massima collaborazione. Siamo qui pronti a raccogliere ogni testimonianza utile. Perché se così non dovesse essere ci saranno nuove richieste di cattura nei confronti di Sace e delle banche per complicità e per mancata due diligence".

C'è una terza vicenda che lega Nairobi all'Italia. Il sequestro di Silvia Romano.
"Non intendo dire nulla che possa compromettere lo sforzo che l'Italia sta facendo per risolvere il sequestro. Posso solo dire che, come accaduto dal primo momento, continuiamo a collaborare fornendo ogni tipo di informazione utile al vostro Paese".

Avete evidenze che Silvia Romano sia ancora in vita?
"La mia ragionevole speranza è che lo sia".

E della matrice del sequestro? Anche voi, come la Procura di Roma, ritenete che la mano sia quella di Al Shabaab?
"La dinamica del sequestro, per il quale abbiamo arrestato e stiamo processando gli esecutori, e il luogo verso cui è stata trasferita Silvia, la zona di confine con la Somalia, escludono ogni altra possibile matrice".