L'autocritica di Ken Loach: “Sulla Brexit abbiamo sbagliato ma il partito laburista non torni agli anni di Blair"
Marco Contini , di MARCO CONTINIIl regista culto resta a fianco di Jeremy Corbyn, accusato di essere l'artefice della disfatta elettorale del 12 dicembre
Lo dice senza infingimenti: "Stiamo sanguinando. Quella del Labour è la peggiore sconfitta elettorale a cui io abbia mai assistito". Eppure continua a difendere Jeremy Corbyn, o perlomeno "la linea politica che lui e John Mc Donnell hanno impresso al partito: perché il blairismo non deve tornare". Ken Loach, autore di film indimenticabili sul declino della classe operaia britannica, è a Bologna per l’anteprima del suo ultimo film, “Sorry we missed you”, ennesima denuncia dei danni dell’era neoliberista inaugurata quarant’anni fa da Margaret Thatcher e – questa la sua sentenza senza appello – mai messa in discussione nemmeno da Tony Blair.
Stavolta però Loach non parla di minatori ma di una figura modernissima, il camionista di una piattaforma di e-commerce che assiste impotente al disgregarsi della sua famiglia mentre lavora come uno schiavo per tener dietro al ritmo sfrenato delle consegn…
Stavolta però Loach non parla di minatori ma di una figura modernissima, il camionista di una piattaforma di e-commerce che assiste impotente al disgregarsi della sua famiglia mentre lavora come uno schiavo per tener dietro al ritmo sfrenato delle consegn…
Lo dice senza infingimenti: "Stiamo sanguinando. Quella del Labour è la peggiore sconfitta elettorale a cui io abbia mai assistito". Eppure continua a difendere Jeremy Corbyn, o perlomeno "la linea politica che lui e John Mc Donnell hanno impresso al partito: perché il blairismo non deve tornare". Ken Loach, autore di film indimenticabili sul declino della classe operaia britannica, è a Bologna per l’anteprima del suo ultimo film, “Sorry we missed you”, ennesima denuncia dei danni dell’era neoliberista inaugurata quarant’anni fa da Margaret Thatcher e – questa la sua sentenza senza appello – mai messa in discussione nemmeno da Tony Blair.
Stavolta però Loach non parla di minatori ma di una figura modernissima, il camionista di una piattaforma di e-commerce che assiste impotente al disgregarsi della sua famiglia mentre lavora come uno schiavo per tener dietro al ritmo sfrenato delle consegne, un lavoratore autonomo totalmente sottomesso alla dittatura del magazzino centrale. Un pugno nello stomaco, come tutti i suoi film. Che gli è valso l’applauso dei riders bolognesi, i ciclofattorini accorsi in Cineteca per vedere il primo lungometraggio dedicato alle conseguenze della “gig-economy” e per raccontare al regista, che li ascoltava attentissimo, la loro prima, embrionale esperienza di sindacalizzazione.
Signor Loach, il risultato delle elezioni è indiscutibile: i Conservatori hanno vinto dappertutto tranne che a Londra, nel sud del Galles e in qualche roccaforte industriale come Manchester, Birmingham e Liverpool. Lei come si spiega una débacle di queste proporzioni?
"I motivi sono molteplici: dalla guerra intestina scatenata dalla destra laburista fin da quando ha perso la leadership del partito, al ruolo dei media, anche quelli vicini ai laburisti come il Mirror e il Guardian, che hanno contribuito a demonizzare Corbyn con una campagna d’odio, descrivendolo come un estremista e un fiancheggiatore del terrorismo, fino al fatto che in campagna elettorale si è parlato di tutto meno che dei programmi".
A proposito di questi, non pensa che gli elettori abbiano ritenuto complessivamente troppo “di sinistra” la piattaforma laburista, un tentativo di tornare agli anni Settanta?
"No, non credo proprio. Sui singoli temi – dal rilancio dell’Nhs (National Health Service, il servizio sanitario nazionale, ndr) al ritorno alla proprietà pubblica del sistema dei trasporti collettivi, al ripristino dell’agibilità sindacale in tutti i luoghi di lavoro – la maggioranza degli inglesi sostiene di essere d’accordo. Semmai, e qui sicuramente degli errori tattici sono stati commessi, il Labour non è riuscito a chiarire quali fossero i punti prioritari. Il risultato è che il programma è apparso come un insieme troppo elaborato di intenti, troppo ambizioso e come tale irrealizzabile".
Un errore analogo Corbyn lo aveva già commesso al referendum sulla Brexit, con una posizione incomprensibile.
"E’ vero, ma quello fu il risultato dello stallo interno al Labour, in cui convivevano opinioni inconciliabili: la destra del partito che voleva restare nell’Unione a prescindere, quelli che volevano restare nella Ue per cambiarla dall’interno, e quelli che volevano uscirne. La verità è che la sinistra non ha mai chiarito fino in fondo la sua analisi. Io penso che la Ue sia un’unione economica che ha come obiettivo la tutela degli interessi delle grandi imprese. E ciononostante penso che il Regno Unito dovrebbe rimanere al suo interno per cambiarla radicalmente. Il problema è che nessuno ha mai spiegato come questo cambiamento possa avvenire".
Sono dubbi comuni a molti. Ma non sono una linea politica. Al referendum il Labour si è spaccato, e adesso – in un’elezione in cui Johnson ha fatto della Brexit il suo cavallo di battaglia – è apparso ancora una volta senza una linea chiara.
"Il Labour avrebbe dovuto dire che accettava l’esito del referendum, ma che respingeva l’accordo negoziato da Johnson con Bruxelles perché era pessimo. Doveva dire “ok, ce ne andiamo, ma con un’intesa completamente diversa”. La gente avrebbe capito. Ma di nuovo, le divisioni interne erano troppo forti".
Eppure, lei continua a difendere Corbyn. Pensa davvero che possa restare alla guida del Labour, anche dopo una simile bastonata?
"Forse non lui personalmente, ma quel che conta è che il Labour non torni in mano all’ala blairiana. Da quando è guidato da Corbyn e McDonnell, il partito ha triplicato gli iscritti, e finalmente ha cominciato a preoccuparsi delle questioni sociali più urgenti, come la povertà dilagante, il disfacimento della sanità pubblica, l’emergenza abitativa, il precariato e l’erosione di diritti dei lavoratori. Sono temi ineludibili. Basti pensare che in Gran Bretagna ci sono 14 milioni di poveri, e che lo scorso anno con le collette alimentari sono stati consegnati 2 milioni e mezzo di pacchi di cibo. Chi li riceve, sempre più spesso, sono persone occupate: gente che ha un lavoro e che nonostante tutto non riesce nemmeno a sfamare la propria famiglia".
Stavolta però Loach non parla di minatori ma di una figura modernissima, il camionista di una piattaforma di e-commerce che assiste impotente al disgregarsi della sua famiglia mentre lavora come uno schiavo per tener dietro al ritmo sfrenato delle consegne, un lavoratore autonomo totalmente sottomesso alla dittatura del magazzino centrale. Un pugno nello stomaco, come tutti i suoi film. Che gli è valso l’applauso dei riders bolognesi, i ciclofattorini accorsi in Cineteca per vedere il primo lungometraggio dedicato alle conseguenze della “gig-economy” e per raccontare al regista, che li ascoltava attentissimo, la loro prima, embrionale esperienza di sindacalizzazione.
Signor Loach, il risultato delle elezioni è indiscutibile: i Conservatori hanno vinto dappertutto tranne che a Londra, nel sud del Galles e in qualche roccaforte industriale come Manchester, Birmingham e Liverpool. Lei come si spiega una débacle di queste proporzioni?
"I motivi sono molteplici: dalla guerra intestina scatenata dalla destra laburista fin da quando ha perso la leadership del partito, al ruolo dei media, anche quelli vicini ai laburisti come il Mirror e il Guardian, che hanno contribuito a demonizzare Corbyn con una campagna d’odio, descrivendolo come un estremista e un fiancheggiatore del terrorismo, fino al fatto che in campagna elettorale si è parlato di tutto meno che dei programmi".
A proposito di questi, non pensa che gli elettori abbiano ritenuto complessivamente troppo “di sinistra” la piattaforma laburista, un tentativo di tornare agli anni Settanta?
"No, non credo proprio. Sui singoli temi – dal rilancio dell’Nhs (National Health Service, il servizio sanitario nazionale, ndr) al ritorno alla proprietà pubblica del sistema dei trasporti collettivi, al ripristino dell’agibilità sindacale in tutti i luoghi di lavoro – la maggioranza degli inglesi sostiene di essere d’accordo. Semmai, e qui sicuramente degli errori tattici sono stati commessi, il Labour non è riuscito a chiarire quali fossero i punti prioritari. Il risultato è che il programma è apparso come un insieme troppo elaborato di intenti, troppo ambizioso e come tale irrealizzabile".
Un errore analogo Corbyn lo aveva già commesso al referendum sulla Brexit, con una posizione incomprensibile.
"E’ vero, ma quello fu il risultato dello stallo interno al Labour, in cui convivevano opinioni inconciliabili: la destra del partito che voleva restare nell’Unione a prescindere, quelli che volevano restare nella Ue per cambiarla dall’interno, e quelli che volevano uscirne. La verità è che la sinistra non ha mai chiarito fino in fondo la sua analisi. Io penso che la Ue sia un’unione economica che ha come obiettivo la tutela degli interessi delle grandi imprese. E ciononostante penso che il Regno Unito dovrebbe rimanere al suo interno per cambiarla radicalmente. Il problema è che nessuno ha mai spiegato come questo cambiamento possa avvenire".
Sono dubbi comuni a molti. Ma non sono una linea politica. Al referendum il Labour si è spaccato, e adesso – in un’elezione in cui Johnson ha fatto della Brexit il suo cavallo di battaglia – è apparso ancora una volta senza una linea chiara.
"Il Labour avrebbe dovuto dire che accettava l’esito del referendum, ma che respingeva l’accordo negoziato da Johnson con Bruxelles perché era pessimo. Doveva dire “ok, ce ne andiamo, ma con un’intesa completamente diversa”. La gente avrebbe capito. Ma di nuovo, le divisioni interne erano troppo forti".
Eppure, lei continua a difendere Corbyn. Pensa davvero che possa restare alla guida del Labour, anche dopo una simile bastonata?
"Forse non lui personalmente, ma quel che conta è che il Labour non torni in mano all’ala blairiana. Da quando è guidato da Corbyn e McDonnell, il partito ha triplicato gli iscritti, e finalmente ha cominciato a preoccuparsi delle questioni sociali più urgenti, come la povertà dilagante, il disfacimento della sanità pubblica, l’emergenza abitativa, il precariato e l’erosione di diritti dei lavoratori. Sono temi ineludibili. Basti pensare che in Gran Bretagna ci sono 14 milioni di poveri, e che lo scorso anno con le collette alimentari sono stati consegnati 2 milioni e mezzo di pacchi di cibo. Chi li riceve, sempre più spesso, sono persone occupate: gente che ha un lavoro e che nonostante tutto non riesce nemmeno a sfamare la propria famiglia".