✕

I tesori di Palmira ridotti in polvere: “Ora la memoria è la nostra sfida”

Il sito romano, uno dei più importanti del mondo, è stato a lungo nelle mani dell’Isis: tanti i danni irreparabili sui monumenti Il dilemma degli archeologi: ricostruire o lasciare le rovine a testimonianza della furia jihadista
3 minuti di lettura
PALMIRA. L'ultimo bivio sulla strada che arriva da Homs spazza via ogni illusione. A due metri appena dai resti di un razzo Grad, il cartello stradale che indica Palmira è letteralmente stracciato, come un pezzo di carta bagnata. Intorno, nella polvere, bossoli di artiglieria. 

Lo scontro è stato duro, dicono le carcasse di autobus e camion bruciati. E non è finito, confermano le postazioni militari sulle cime desertiche attorno alla piana di Al Daww. All'ingresso della Palmira moderna, Tadmur per i locali, un muro porta la firma delle Brigate Al Quds, combattenti palestinesi schierati con Bashar al Assad. Sui viali fioriti di filo spinato a rasoio, il panorama è quello atteso: tetti crollati, botteghe devastate, qualche antenna caduta e coperta di polvere, i primi coraggiosi che ridipingono una porta. La moschea è semi distrutta, il minareto in piedi per miracolo.

Ma lo sguardo non riesce a soffermarsi sulle distruzioni della citt&agr…
PALMIRA. L'ultimo bivio sulla strada che arriva da Homs spazza via ogni illusione. A due metri appena dai resti di un razzo Grad, il cartello stradale che indica Palmira è letteralmente stracciato, come un pezzo di carta bagnata. Intorno, nella polvere, bossoli di artiglieria. 

Lo scontro è stato duro, dicono le carcasse di autobus e camion bruciati. E non è finito, confermano le postazioni militari sulle cime desertiche attorno alla piana di Al Daww. All'ingresso della Palmira moderna, Tadmur per i locali, un muro porta la firma delle Brigate Al Quds, combattenti palestinesi schierati con Bashar al Assad. Sui viali fioriti di filo spinato a rasoio, il panorama è quello atteso: tetti crollati, botteghe devastate, qualche antenna caduta e coperta di polvere, i primi coraggiosi che ridipingono una porta. La moschea è semi distrutta, il minareto in piedi per miracolo.

Ma lo sguardo non riesce a soffermarsi sulle distruzioni della città moderna. A poche centinaia di metri, davanti alla distesa di palme che dà il nome all'oasi, il profilo del grande colonnato, controluce, per un momento suscita speranze incongrue. Davvero il fanatismo può aver ferito la "Sposa del deserto", tutelata dall'Unesco, un sito fra i più preziosi dell'intera storia umana? L'incredulità dura solo pochi attimi. Poi basta un'occhiata. Del tempio di Bel, centro della vita religiosa duemila anni fa, restano in piedi due colonne: il resto è ridotto in frantumi. A un primo sguardo, una ricostruzione sembra difficile.

Sull'ingresso del sito, vicino al cancello, una scritta spray recita: "Non è permesso esercitarsi a sparare senza l'autorizzazione dell'emiro". Ma il monito, con tutta evidenza, non ha protetto i resti archeologici. Poco più avanti, cassette di munizioni marciscono fra l'erba. Fra le pietre, emergono due scatolette di carne verdi scuro con le scritte in cirillico, testimoni della presenza di truppe russe. "Sono solo consulenti", dicono i soldati siriani, "il sito è del tutto sotto il nostro controllo". I lastroni che componevano l'Arco di Settimio Severo, eretto dai Romani per celebrare la vittoria contro i Parti, sono sparsi disordinati per terra, ma non distrutti. Chissà.

Di primo acchito, anche i danni all'anfiteatro romano sembrano ridotti. Le scalinate sembrano in buone condizioni, solo la parte centrale del palcoscenico è quasi demolita. C'è una possibile ragione: la teatralità dei jihadisti ne aveva fatto lo sfondo perfetto anche per le esecuzioni. Ne sanno qualcosa 25 soldati siriani, sgozzati come agnelli nel 2015, davanti a un pubblico di militanti e di popolazione locale.

Il Tetrapilo, la costruzione quadrata con sedici colonne agli angoli, ne vede in piedi solo quattro, con un capitello in bilico. Per terra, fra i sassi, ci sono i resti dell'ennesimo razzo. L'ipogeo dei Tre fratelli è chiuso: le pitture sono state raschiate via, con tutta probabilità la tomba è irrecuperabile. La rabbia dei militanti fondamentalisti si è sfogata su tutte le rappresentazioni umane, che una lettura rigida del Corano considera vietate. Quanto ai monumenti architettonici, contro di essi l'accusa è semplice: stimolano l'idolatria.

Il piccolo museo di Palmira sorge vicino all'internet cafè Moonlight, di cui resta solo l'insegna. Nelle gallerie le teche sono completamente distrutte, persino il modellino in legno del sito archeologico è ridotto in pezzi. 

I pochi monumenti troppo ingombranti per essere messi in salvo da Khaled al Asaad prima dell'arrivo dell'Isis, sono scalpellati uno a uno, i visi cancellati con cura. Il nipote dell'archeologo, Ousama, impiegato del museo, mostra un ritratto dello zio. "Lo hanno ucciso davanti a tutti il 22 maggio del 2015. Spero che il suo sacrificio possa servire di esempio, quello di una persona che ha amato la patria più della sua vita". La decapitazione pubblica dello studioso era stata una rappresaglia perché Asaad, 83 anni, nonostante le torture non aveva voluto rivelare dov'erano nascosti i reperti più preziosi.

La piazza Al Nasser, dove Asaad è stato giustiziato, è deserta: qui il corpo dell'archeologo è stato appeso per i polsi, la testa fra i piedi, ancora con gli occhiali. Al centro dell'incrocio, una gabbia semi arrugginita. Un militare spiega: "Qui la gente dell'Isis rinchiudeva quelli che erano sorpresi a fumare". Le scritte con la vernice dello Stato Islamico sono state cancellate subito, dice il soldato: la gente non le voleva più vedere. Ne resta una sola, sulla parete della moschea, che recita: "Dio è grande". Sulla parete di fronte, ce n'è una in russo che garantisce: "Niente mine".

Di fronte alla devastazione, qualche studioso ha ipotizzato di lasciar tutto com'è, a testimonianza della follia umana, come per la chiesa della Memoria a Berlino. Per i siriani, è quasi una bestemmia: "Mi appello a Italia, Germania, Francia, Giappone: serve un grande sforzo internazionale, una delegazione di esperti di tutto il mondo, per salvare quello che sarà possibile", dice l'archeologo Mahmoun Abdul Kerim, ex direttore nazionale per Antichità e scavi: "Anche così, almeno il 30-40 per cento resterà danneggiato. E sarà un monito per il futuro. Ma quello che riusciremo a salvare è davvero patrimonio del mondo".