Nel villaggio di Malala tra le sue ex compagne: "Si è dimenticata di noi"
di RAIMONDO BULTRINIA Mingora le amiche della Nobel per la Pace deluse dalle mancate promesse fatte alle ragazze del Pakistan: "Torni qui ne abbiamo bisogno"
MINGORA (PAKISTAN) - "Chi di voi è Malala?", aveva chiesto il killer. "Tutte ci girammo istintivamente verso di lei, senza pensare che con quel gesto la stavamo indicando al talebano che voleva ucciderla. Al primo sparo abbiamo strillato e quell'uomo ci disse che se non stavamo zitte ci avrebbe uccise tutte...".
A parlare, sette anni dopo l'incidente che cambiò per sempre la vita della futura Nobel per la Pace Malala Yousafzai e della sua stessa gente, è una delle 15 ragazze che viaggiava sul furgone a bordo del quale vennero ferite altre due compagne di scuola, per fortuna più leggermente, nel tragitto tra la loro scuola Kushal di Mingora e le rispettive abitazioni. Zolanda, pseudonimo dell'amica e compagna di classe di Malala che oggi studia Legge all'università di Peshawar, spiega che le sue aspettative e quelle di tante giovani pachistane come lei sono andate deluse dalle mancate promesse di aiutare le coetane…
A parlare, sette anni dopo l'incidente che cambiò per sempre la vita della futura Nobel per la Pace Malala Yousafzai e della sua stessa gente, è una delle 15 ragazze che viaggiava sul furgone a bordo del quale vennero ferite altre due compagne di scuola, per fortuna più leggermente, nel tragitto tra la loro scuola Kushal di Mingora e le rispettive abitazioni. Zolanda, pseudonimo dell'amica e compagna di classe di Malala che oggi studia Legge all'università di Peshawar, spiega che le sue aspettative e quelle di tante giovani pachistane come lei sono andate deluse dalle mancate promesse di aiutare le coetane…
MINGORA (PAKISTAN) - "Chi di voi è Malala?", aveva chiesto il killer. "Tutte ci girammo istintivamente verso di lei, senza pensare che con quel gesto la stavamo indicando al talebano che voleva ucciderla. Al primo sparo abbiamo strillato e quell'uomo ci disse che se non stavamo zitte ci avrebbe uccise tutte...".
A parlare, sette anni dopo l'incidente che cambiò per sempre la vita della futura Nobel per la Pace Malala Yousafzai e della sua stessa gente, è una delle 15 ragazze che viaggiava sul furgone a bordo del quale vennero ferite altre due compagne di scuola, per fortuna più leggermente, nel tragitto tra la loro scuola Kushal di Mingora e le rispettive abitazioni. Zolanda, pseudonimo dell'amica e compagna di classe di Malala che oggi studia Legge all'università di Peshawar, spiega che le sue aspettative e quelle di tante giovani pachistane come lei sono andate deluse dalle mancate promesse di aiutare le coetanee del suo Paese fatte dalla più giovane Nobel della storia, comparsa nei giorni scorsi sulla copertina di Teen Vogue, la versione giovanile della celebre rivista, dove ha ammesso di aver lottato con problemi di salute mentale e depressione.
Zolanda è vicino al suo campus in compagnia di Ambrin, un'altra testimone dell'attentato. "Molta gente di Mingora è ancora chiusa e bigotta", dicono, nonostante gli enormi progressi fatti dai giorni del regime dei fondamentalisti che facevano saltare in aria le scuole femminili e minacciavano o uccidevano chiunque non applicasse le regole della sharia. Zolanda e Ambrin hanno rivisto Malala quando è tornata l'anno scorso a visitare i luoghi della sua infanzia e ad abbracciare chi ha rischiato la vita con lei. Anche se nel libro Io sono Malala e nelle cronache non è mai citata, fu Zolanda ad avvolgere con il suo scialle la testa della futura Nobel per non farle perdere troppo sangue.
"Volevamo scappare, ma poi io e Ambrin siamo rimaste e l'abbiamo accompagnata in ospedale anche se per strada parecchie pattuglie della polizia fermavano noi invece di cercare i colpevoli. Non c'era nemmeno una barella e Malala venne portata dentro a braccia. Tornai a casa piena di paura. Il successivo mese e mezzo pregammo tutti per la vita di Malala e la scuola restò chiusa. Quando riaprì, c'erano i soldati e uno entrò col fucile in classe. Disse che eravamo nel mirino dei terroristi e venivano a controllare se c'erano bombe".
Tra la capitale Islamabad e la città di Malala nella incantevole Valle dello Swat, ci sono ormai poche ore di guida e due o tre posti di blocco. L'esercito impiegò anni per riprendere il controllo del territorio occupato tra il 2007 e il 2009 dagli uomini di Maulana Fazlullah, tristemente celebre come Radio Mullah, dal nome dell'emittente messa in piedi alla periferia di Mingora da dove venivano trasmessi proclami e minacce di morte contro qualunque donna che camminasse da sola. Verso il crepuscolo, la città gemella di Mingora appare sormontata da grappoli di case basse e squadrate che circondano i fianchi delle colline illuminate a sera come presepi.
Con l'ansia di quei giorni ancora scritta sul viso cinto da un velo colorato e sottile, Zolanda racconta che anche la sua famiglia abbandonò casa, beni e scuole. "A quel tempo la nostra scuola ospitava 1.500 alunni grazie all'impegno del padre di Malala. Ma al nostro ritorno trovammo ogni edificio distrutto e ovunque c'erano cadaveri.
Per salvarla dalle conseguenze del proiettile che le aveva traforato la testa, la ragazza ammirata da tutto il mondo fu trasportata in Inghilterra, dove vive da allora col resto della famiglia. Da anni vengono raccolti milioni di dollari per la Fondazione a suo nome che si occupa dell'educazione femminile nel mondo. "Ma per ora quasi nulla viene nello Swat", assicura Zolanda. Spiega che a Mingora e in altre città tanta generosità non è stata recepita sempre bene e in un migliaio di scuole sono nati movimenti "Io non sono Malala". Due mesi dopo l'attentato, il governo locale decise di cambiare nome a un istituto pubblico, il "Collegio statale per ragazze", ribattezzandolo "Collegio Malala".
Ma la nuova scritta venne subito rimossa da una rivolta degli studenti e delle famiglie, e non solo per paura di diventare a loro volta un target. "Via via le famiglie, compresa la nostra - spiegano Zolanda e Ambrin - ritirarono i figli dalla scuola" oggi ridotta alla sola sezione femminile con poche classi, una piccola libreria e il poster dell'eroina con suo padre Ziauddin nell'atrio spoglio.
Quando le due ragazze incontrarono lo scorso anno Malala a Mingora volevano ricordarle le promesse di aiutare le ragazze della sua valle fatte nel discorso del Nobel. "Chiedemmo a Kainat - una delle due ragazze ferite quel giorno nel bus - di parlarle per noi, ma lei ci rispose che non era riuscita a ottenere da Malala un aiuto nemmeno per i suoi studi". Zolanda e Ambrin hanno sempre sperato che Malala "continuasse dove aveva iniziato, e non da un altro posto del mondo, la rivoluzione che sognava. Se questo messaggio potesse giungergli - spiega Zolanda - la inviterei a tornare qui con suo padre, perché le ragazze dello Swat hanno ancora bisogno di loro".
A parlare, sette anni dopo l'incidente che cambiò per sempre la vita della futura Nobel per la Pace Malala Yousafzai e della sua stessa gente, è una delle 15 ragazze che viaggiava sul furgone a bordo del quale vennero ferite altre due compagne di scuola, per fortuna più leggermente, nel tragitto tra la loro scuola Kushal di Mingora e le rispettive abitazioni. Zolanda, pseudonimo dell'amica e compagna di classe di Malala che oggi studia Legge all'università di Peshawar, spiega che le sue aspettative e quelle di tante giovani pachistane come lei sono andate deluse dalle mancate promesse di aiutare le coetanee del suo Paese fatte dalla più giovane Nobel della storia, comparsa nei giorni scorsi sulla copertina di Teen Vogue, la versione giovanile della celebre rivista, dove ha ammesso di aver lottato con problemi di salute mentale e depressione.
Zolanda è vicino al suo campus in compagnia di Ambrin, un'altra testimone dell'attentato. "Molta gente di Mingora è ancora chiusa e bigotta", dicono, nonostante gli enormi progressi fatti dai giorni del regime dei fondamentalisti che facevano saltare in aria le scuole femminili e minacciavano o uccidevano chiunque non applicasse le regole della sharia. Zolanda e Ambrin hanno rivisto Malala quando è tornata l'anno scorso a visitare i luoghi della sua infanzia e ad abbracciare chi ha rischiato la vita con lei. Anche se nel libro Io sono Malala e nelle cronache non è mai citata, fu Zolanda ad avvolgere con il suo scialle la testa della futura Nobel per non farle perdere troppo sangue.
"Volevamo scappare, ma poi io e Ambrin siamo rimaste e l'abbiamo accompagnata in ospedale anche se per strada parecchie pattuglie della polizia fermavano noi invece di cercare i colpevoli. Non c'era nemmeno una barella e Malala venne portata dentro a braccia. Tornai a casa piena di paura. Il successivo mese e mezzo pregammo tutti per la vita di Malala e la scuola restò chiusa. Quando riaprì, c'erano i soldati e uno entrò col fucile in classe. Disse che eravamo nel mirino dei terroristi e venivano a controllare se c'erano bombe".
Tra la capitale Islamabad e la città di Malala nella incantevole Valle dello Swat, ci sono ormai poche ore di guida e due o tre posti di blocco. L'esercito impiegò anni per riprendere il controllo del territorio occupato tra il 2007 e il 2009 dagli uomini di Maulana Fazlullah, tristemente celebre come Radio Mullah, dal nome dell'emittente messa in piedi alla periferia di Mingora da dove venivano trasmessi proclami e minacce di morte contro qualunque donna che camminasse da sola. Verso il crepuscolo, la città gemella di Mingora appare sormontata da grappoli di case basse e squadrate che circondano i fianchi delle colline illuminate a sera come presepi.
Con l'ansia di quei giorni ancora scritta sul viso cinto da un velo colorato e sottile, Zolanda racconta che anche la sua famiglia abbandonò casa, beni e scuole. "A quel tempo la nostra scuola ospitava 1.500 alunni grazie all'impegno del padre di Malala. Ma al nostro ritorno trovammo ogni edificio distrutto e ovunque c'erano cadaveri.
Per salvarla dalle conseguenze del proiettile che le aveva traforato la testa, la ragazza ammirata da tutto il mondo fu trasportata in Inghilterra, dove vive da allora col resto della famiglia. Da anni vengono raccolti milioni di dollari per la Fondazione a suo nome che si occupa dell'educazione femminile nel mondo. "Ma per ora quasi nulla viene nello Swat", assicura Zolanda. Spiega che a Mingora e in altre città tanta generosità non è stata recepita sempre bene e in un migliaio di scuole sono nati movimenti "Io non sono Malala". Due mesi dopo l'attentato, il governo locale decise di cambiare nome a un istituto pubblico, il "Collegio statale per ragazze", ribattezzandolo "Collegio Malala".
Ma la nuova scritta venne subito rimossa da una rivolta degli studenti e delle famiglie, e non solo per paura di diventare a loro volta un target. "Via via le famiglie, compresa la nostra - spiegano Zolanda e Ambrin - ritirarono i figli dalla scuola" oggi ridotta alla sola sezione femminile con poche classi, una piccola libreria e il poster dell'eroina con suo padre Ziauddin nell'atrio spoglio.
Quando le due ragazze incontrarono lo scorso anno Malala a Mingora volevano ricordarle le promesse di aiutare le ragazze della sua valle fatte nel discorso del Nobel. "Chiedemmo a Kainat - una delle due ragazze ferite quel giorno nel bus - di parlarle per noi, ma lei ci rispose che non era riuscita a ottenere da Malala un aiuto nemmeno per i suoi studi". Zolanda e Ambrin hanno sempre sperato che Malala "continuasse dove aveva iniziato, e non da un altro posto del mondo, la rivoluzione che sognava. Se questo messaggio potesse giungergli - spiega Zolanda - la inviterei a tornare qui con suo padre, perché le ragazze dello Swat hanno ancora bisogno di loro".