✕
(ansa)

La diaspora armata dei jihadisti pronti alla guerra nel Mediterraneo

A Idlib è in corso l’ultima offensiva delle forze siriane e russe. Le milizie islamiche che qui si erano rifugiate stanno partendo per un altro fronte: la Libia
2 minuti di lettura
"LA LIBIA rischia di diventare un'altra Siria", ha avvertito il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Il paradosso è che per evitarlo il suo presidente vorrebbe mandare in Libia proprio i combattenti siriani. O meglio - come indicano diverse fonti e come vorrebbero provare video in circolazione - già avrebbe cominciato a farlo: gruppi della galassia filo-jihadista confinata nella provincia siriana di Idlib avrebbero accettato di andare a combattere per sostenere il governo di Tripoli di Serraj contro il generale ribelle Haftar. Un assaggio della potenziale diaspora armata che dall'ultima sacca di resistenza in Siria potrebbe investire diversi paesi. Una sorta di vaso di Pandora che si sta stappando.

CHE COSA SUCCEDE A IDLIB
Idlib è una città della Siria nord occidentale vicino al confine con la Turchia. Per anni moltissimi combattenti sono stati spinti in questa zona o spostati da altre città tornate sotto il controllo di D…
"LA LIBIA rischia di diventare un'altra Siria", ha avvertito il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Il paradosso è che per evitarlo il suo presidente vorrebbe mandare in Libia proprio i combattenti siriani. O meglio - come indicano diverse fonti e come vorrebbero provare video in circolazione - già avrebbe cominciato a farlo: gruppi della galassia filo-jihadista confinata nella provincia siriana di Idlib avrebbero accettato di andare a combattere per sostenere il governo di Tripoli di Serraj contro il generale ribelle Haftar. Un assaggio della potenziale diaspora armata che dall'ultima sacca di resistenza in Siria potrebbe investire diversi paesi. Una sorta di vaso di Pandora che si sta stappando.

CHE COSA SUCCEDE A IDLIB
Idlib è una città della Siria nord occidentale vicino al confine con la Turchia. Per anni moltissimi combattenti sono stati spinti in questa zona o spostati da altre città tornate sotto il controllo di Damasco. In molti casi si tratta di militanti sotto sigle concorrenti, più o meno vicine ad Al Qaeda. Molte di queste - come la Divisione Sultan Murad - sono state ampiamente sostenute dalla Turchia, altre - come le Brigate Mutasim - sono state equipaggiate dagli Usa. Ci sono siriani, ma anche tanti uighuri, uzbeki, turkmeni, afgani: ottanta nazionalità diverse. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme umanitario perché centinaia di migliaia di persone sono intrappolate nell'area, praticamente come scudi umani. Chi ha potuto è fuggito, ma in molti restano alla mercé dei gruppi armati e sotto i bombardamenti di siriani e russi che a Idlib stanno conducendo l'ultima violenta offensiva per la riconquista completa del territorio.

I MERCENARI
Secondo il Middle East Eye, ad aver accettato il "trasferimento in Libia sarebbero la Divisione Sultan Murad, le Brigate Suqour al Sham e Faylaq al Sham". Quest'ultimo dovrebbe essere il gruppo "guida" visti i precedenti legami con i libici. "Da Tripoli nel 2011 erano partiti aiuti per i ribelli siriani - spiegano fonti dalla Siria - e nel 2014 Faylaq al Sham rese il favore mandando suoi uomini a Tripoli contro le forze di Bengasi". Ma al di là delle cortesie reciproche sarebbero stati già fissati i compensi - circa 2.000 dollari al mese, per mandati di sei mesi - che avrebbero convinto i riottosi al viaggio. Novecento sarebbero stati già spostati ad Afrin per partire alla volta della Libia. Per l'Osservatorio siriano sui diritti umani 300 combattenti siriani sono già a Tripoli.
Netta la smentita del governo libico che ha definito falsi i video che li ritrarrebbero. Non saranno i primi mercenari sul terreno: affronteranno, tra gli altri, quelli della russa Wagner e i sudanesi delle Rapid Support Forces affiancati ad Haftar grazie ai servigi della società canadese Dickens and Madson di Ari Ben Menasche.

IL CORTO CIRCUITO SIRIA-LIBIA
L'ex premier turco Ahmet Davutoglu amava ripetere che la distanza tra la Libia e Antalya è minore rispetto alla distanza tra Antalya e Istanbul e ricordava come una volta la Libia si chiamasse Tripolitania ottomana. Un modo per sottolineare le radici del legame speciale con Tripoli. Che oggi il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ribadisce con la sua offensiva nel Mediterraneo orientale. Così come in Siria, Erdogan si confronta con Putin, che insieme all'Egitto e agli Emirati arabi sostiene il generale ribelle Haftar. Il governo di Serraj, riconosciuto dall'Onu, ha siglato con Ankara un accordo di cooperazione militare e uno sui confini marittimi che non lasciano spazio ai dubbi sulle ambizioni turche (e che hanno fatto infuriare la Grecia).

L'INTERVENTO TURCO
Il Parlamento di Ankara tornerà a riunirsi in anticipo dopo la pausa di Capodanno per votare immediatamente sulla missione ufficiale di aiuto a Tripoli, forse già il 2 gennaio. Prima cioè dell'incontro dell'8 gennaio tra il presidente russo Putin ed Erdogan. II faccia a faccia precede una conferenza a Berlino con cui l'Europa spera di portare al dialogo le parti belligeranti in Libia. Ma ancora una volta Erdogan vuole discutere la crisi libica - così come è avvenuto per la Siria - a tu per tu con Putin.