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 Le manifestazioni a Teheran il 3 gennaio all'indomani del raid Usa (afp)

Soleimani ucciso a Bagdad, perché la mossa di Trump è una dichiarazione di guerra all’Iran

“Il momento Francesco Ferdinando”, lo ha definito l'analista Ali Vaez. Mentre Ali Khamenei, ha giurato “dura vendetta”, ed aumentano le tensioni tra Washington e Bagdad, il mondo attende di conoscere la risposta di Teheran. Le conseguenze del raid Usa nello scacchiere mediorientale
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BEIRUT. Se c'era una mossa che poteva suonare come una dichiarazione aperta di guerra in Medio Oriente è quella che il presidente americano Donald Trump ha compiuto ieri ordinando l'uccisione del comandante generale dei corpi di élite delle Guardie rivoluzionarie iraniane Qassem Soleimani. "Il momento Francesco Ferdinando", lo ha definito su Twitter Ali Vaez, responsabile per l'Iran dell'International crisis group, uno dei think tank più prestigiosi: il riferimento chiaro è all'assassinio dell'arciduca austriaco a Sarajevo nel 1914 che diede il via alla Prima guerra mondiale. 

Sin dall'inizio della sua Amministrazione, Trump ha fatto dell'Iran il nemico numero uno: eppure dal ritiro nel 2018 dall'accordo sul nucleare che era stato l'architrave della politica estera di Barack Obama, passando fino all'inasprimento progressivo delle sanzioni, chiudendo con gli attacchi diretti alle milizie filo-irania…
BEIRUT. Se c'era una mossa che poteva suonare come una dichiarazione aperta di guerra in Medio Oriente è quella che il presidente americano Donald Trump ha compiuto ieri ordinando l'uccisione del comandante generale dei corpi di élite delle Guardie rivoluzionarie iraniane Qassem Soleimani. "Il momento Francesco Ferdinando", lo ha definito su Twitter Ali Vaez, responsabile per l'Iran dell'International crisis group, uno dei think tank più prestigiosi: il riferimento chiaro è all'assassinio dell'arciduca austriaco a Sarajevo nel 1914 che diede il via alla Prima guerra mondiale. 

Sin dall'inizio della sua Amministrazione, Trump ha fatto dell'Iran il nemico numero uno: eppure dal ritiro nel 2018 dall'accordo sul nucleare che era stato l'architrave della politica estera di Barack Obama, passando fino all'inasprimento progressivo delle sanzioni, chiudendo con gli attacchi diretti alle milizie filo-iraniane in Iraq (responsabili della morte di un contractor Usa) sembrava che la Casa Bianca volesse evitare lo scontro diretto: da ieri sera questo non è più certo. 


L'Iran

La guida suprema dell'Iran, ayatollah Ali Khamenei, ha detto che una "dura vendetta" attende coloro che hanno ucciso Soleimani. Il generale è stato immediatamente sostituito alla guida delle Guardie dal suo vice, il brigadiere generale Esmail Ghaani: sulla carta questo significa che la politica delle forze di élite resta invariata. Ma è impossibile sapere ora se Ghaani avrà le stesse capacità di Soleimani, che per oltre 15 anni ha diretto la strategia iraniana in tutta la regione, dalla Siria all'Iraq passando per il Libano. E quale sarà la risposta di Teheran: "La Repubblica islamica si trova davanti alla più grande sfida della sua storia: non rispondere significherebbe rimettere in discussione la politica del regime degli ultimi decenni. Una risposta "proporzionata" significa rischiare una guerra contro gli Stati Uniti che l'Iran al momento non ha i mezzi per vincere e che sarebbe un disastro per l'intera regione", scrive questa mattina Anthony Samrani sul quotidiano libanese L'Orient le Jour.


L'Iraq

A quasi 17 anni dall'invasione del 2003, gli Stati Uniti hanno agito in Iraq come se fosse il cortile di casa loro: senza permessi né autorizzazioni hanno colpito dal cielo e ucciso Soleimani. Una mossa destinata ad aggravare le tensioni già fortissime fra Bagdad e Washington. Da Bagdad in queste ore si moltiplicano le richieste per un ritiro totale delle truppe americane dal territorio iracheno e Moqtada Sadr, leader sciita che negli anni dell'invasione è stato l'incubo degli Usa e con il suo esercito del Mahdi ha fatto strage di soldati americani, ha invitato i suoi alla mobilitazione. Durissima anche la condanna dell'ayatollah Ali al Sistani, il più rispettato dei leader sciiti, che aveva giocato un ruolo politico fondamentale nel mantenere in equilibrio la situazione in Iraq. 


Il Libano e Israele

Vaso di coccio in una regione di vasi di ferro, il Paese dei Cedri davanti a questa crisi si presenta vulnerabile come non mai: in 79 giorni le proteste che hanno portato in piazza un quarto dei cittadini di questa piccola nazione, hanno costretto alle dimissioni l'esecutivo di Saad Hariri. Un nuovo governo non c'è ancora e soprattutto è in discussione la strategia di Hezbollah, la milizia filo-iraniana e anti Israele che è anche un partito politico, per la prima volta contestato al pari degli altri. Hezbollah ha promesso vendetta: il che può significare attacchi su Israele: il primo ministro Benjamin Netanyahu ha interrotto il suo viaggio in Grecia per tornare a Gerusalemme e nello Stato ebraico l'allerta è massima. Ma se ci fosse un attacco ci sarebbe anche una risposta: e il Libano in ginocchio per la crisi economica non potrebbe sopportare una campagna di bombardamenti come quella lanciata da Israele nel 2006. Nel sud del Libano, a vigilare sul fragile equilibrio fra Libano e Israele, ci sono migliaia di militari di Unifil, la forza di interposizione Onu: fra loro anche gli italiani.
 

Lo Yemen

Uno degli ultimi successi di Soleimani è stato trasformare quella che era una milizia tribale, come quella degli Houthi, in un alleato dell'Iran ai confini con l'arcinemico saudita, fornendo armi e addestramento alle milizie locali: anche gli Houthi hanno promesso vendetta e annunciato rappresaglie. Minacce che potrebbero tradursi nel lancio di missili sul territorio saudita.