Sul fronte di Tripoli il dolore non ha tregua: "Le armi sparano ancora"
dal nostro inviato VINCENZO NIGROLa commozione per la vicenda di Abdomoaz, 13 anni, ucciso dai cecchini. Il suo corpo rimasto per cinque giorni in un'auto senza che nessuno potesse intervenire
TRIPOLI - "Di chi siamo, a chi apparteniamo noi libici? Chi ci ha comprato? Chi ci possiede, chi ci vuole tenere in ostaggio? Chi saranno i nostri padroni?". Domande ossessive. Tripoli oramai è allo sbando. Dopo 9 anni di guerra civile, dopo 9 mesi di assedio delle truppe di Haftar. Assalto a quella che fu la capitale di una Libia unita. Il popolo di Tripoli è spremuto come un limone che qualcuno continua a schiacciare per ricavarne ancora una goccia di vita. Spremere, spremere, ancora spremere. Fino all'ultima bomba, fino all'ultimo cecchino.
Da sabato notte finalmente c'è una tregua. Molti sperano, ma tutti hanno ancora paura e ci credono poco. La guerra è una malattia mentale. Che non fa credere più in nulla. "Certo che siamo felici della tregua. Ma quanto reggerà? E se servisse solo a portare più armi? Solo Allah conosce la verità", dicono sotto i portici di Omar Al Mukhtar street. Mohammad M.…
Da sabato notte finalmente c'è una tregua. Molti sperano, ma tutti hanno ancora paura e ci credono poco. La guerra è una malattia mentale. Che non fa credere più in nulla. "Certo che siamo felici della tregua. Ma quanto reggerà? E se servisse solo a portare più armi? Solo Allah conosce la verità", dicono sotto i portici di Omar Al Mukhtar street. Mohammad M.…
TRIPOLI - "Di chi siamo, a chi apparteniamo noi libici? Chi ci ha comprato? Chi ci possiede, chi ci vuole tenere in ostaggio? Chi saranno i nostri padroni?". Domande ossessive. Tripoli oramai è allo sbando. Dopo 9 anni di guerra civile, dopo 9 mesi di assedio delle truppe di Haftar. Assalto a quella che fu la capitale di una Libia unita. Il popolo di Tripoli è spremuto come un limone che qualcuno continua a schiacciare per ricavarne ancora una goccia di vita. Spremere, spremere, ancora spremere. Fino all'ultima bomba, fino all'ultimo cecchino.
Da sabato notte finalmente c'è una tregua. Molti sperano, ma tutti hanno ancora paura e ci credono poco. La guerra è una malattia mentale. Che non fa credere più in nulla. "Certo che siamo felici della tregua. Ma quanto reggerà? E se servisse solo a portare più armi? Solo Allah conosce la verità", dicono sotto i portici di Omar Al Mukhtar street. Mohammad M., il paramedico che incontrammo a metà dicembre, è scettico: "Il sollievo di queste ore di tregua è una crema per le ustioni sulla pelle di un malato di cancro. Tu ci credi?".
Da sabato notte la guerra di fatto ha rallentato. Ci sono stati piccoli scontri, anche perché di sicuro è difficile congelare tutte le milizie, le bande, i gruppi di mercenari da una parte e dall'altra. E così sia il governo Serraj che l'esercito di Khalifa Haftar hanno detto che la rispettano, ma denunciano le violazioni dell'altro. E dicono di essere pronti a punire "con forza" il nemico. Serraj accusa, ci sono state violazioni a Tripoli, a Salaheddin e a Wadi Rabie "pochi minuti dopo la sua entrata in vigore: una tregua vera ci sarà solo con il ritiro dell'aggressore da dove è venuto". Ovvero Haftar dovrebbe andare indietro fino ad Agedabia, in Cirenaica, da dove sono partiti. Ma è praticamente impossibile, quello che ilgenerale ha conquistato se lo terrà.
Haftar accusa Tripoli, il suo generale Al Mabrouk Al Ghazai dice che "ci sono state violazioni su più fronti, con tutte le armi". Ed è pronto chiaramente a ripartire, anche perché Emirati, Arabia Saudita ed Egitto non sono contenti di lasciare in vita a Tripoli un governo ferito e azzoppato, ma infestato - secondo loro - dai Fratelli musulmani.
Sarà possibile voltare le pagine insanguinate di questa guerra? Far ripartire il negoziato, proprio fra Serraj e Haftar? Un evento di questi ultimi giorni dice che per il popolo sarà difficilissimo. Che forse l'unica pace potranno imporla da fuori i nuovi padroni, quelli che si saranno accordati su come spartirsi la Libia. È la storia di Abdomoaz Salah Yacobie, un bambino di 13 anni ucciso da un cecchino e lasciato per 5 giorni nell'auto sotto il tiro dei miliziani.
La Libia è un paese senza giornali, con le informazioni che viaggiano soltanto sui social e sui televisori. E allora la storia di Abdomoaz ha dominato per una settimana Facebook, Twitter e ovunque altro in rete. Per Tripoli è stata una Vermicino seguita in diretta giorno e notte sugli schermi degli smartphone.
Il ragazzino di 13 anni il 5 gennaio viaggiava in auto col padre, stavano fuggendo dalla loro casa di Salaheddin, proprio sulla linea del fronte Sud di Tripoli. È il posto dove anche ieri, nonostante le tregue, i due eserciti si sono sparati addosso. La famiglia era salita su due auto: lui con il padre e gli altri su una seconda macchina. All'improvviso un cecchino di Haftar inizia a sparare sulla prima vettura, e continua per lunghi minuti. Abdomoaz è colpito, anche il padre viene ferito. I soldati di Serraj da lontano non riescono a far nulla, urlano al padre da lontano "esci, vieni via". Lui si muove lasciando una striscia di sangue. E il figlio nella vettura rimane lì. Ci rimarrà per 5 giorni.
Mohammed mostra su Facebook la diretta che dal 5 gennaio tutta Tripoli ha seguito, giorno e notte. Risale indietro sullo schermo, legge i commenti, legge le invocazioni ad Allah, le maledizioni ai nemici, ai cecchini, "Non sono libici, non possono esser libici questi animali". Gli aggiornamenti arrivano perfino sulla pagina Fb di "Vulcano di Rabbia", che è il nome della coalizione militare che combatte contro Haftar. Come se fosse la pagina del ministero della Difesa. I soldati del governo non possono avvicinarsi all'auto perché i cecchini continuano a sparare selvaggiamente. Allora provano con gli infermieri della Mezzaluna rossa di Tarhouna, che arrivano da Sud e avanzano con le bandiere bianche. Sparano anche a quelli.
I soldati di Serraj un giorno mandano un piccolo drone, per capire come stia il ragazzo. Vedono che non si muove, credono sia morto subito. Ma devono recuperare il corpo. E allora i cecchini sparano anche sul drone, fanno il tiro al bersaglio, si divertono. Il popolo di Tripoli continua a seguire tutto su Facebook.
Anche quando concordano una tregua di 2 ore per recuperare i feriti, su quella macchina i cecchini continuano a sparare. Alla fine, dopo 5 giorni maledetti, il corpo di Abdomoaz viene recuperato.
Con il ragazzo è morto un altro pezzo del cuore, della speranza di Tripoli, un infarto all'anima della città. "Tu lo sai, l'infarto è una morte del tessuto del cuore. Il tessuto morto non si recupera", dice Mohammed: "Il cuore di Tripoli è morto, io non so come faremo ad andare avanti. Non mi chiedere più di tregua: non sappiamo cos'è la vita, cosa capiamo di una tregua". Ecco, una cosa è sicura: non c'è tregua nel dolore".
Da sabato notte finalmente c'è una tregua. Molti sperano, ma tutti hanno ancora paura e ci credono poco. La guerra è una malattia mentale. Che non fa credere più in nulla. "Certo che siamo felici della tregua. Ma quanto reggerà? E se servisse solo a portare più armi? Solo Allah conosce la verità", dicono sotto i portici di Omar Al Mukhtar street. Mohammad M., il paramedico che incontrammo a metà dicembre, è scettico: "Il sollievo di queste ore di tregua è una crema per le ustioni sulla pelle di un malato di cancro. Tu ci credi?".
Da sabato notte la guerra di fatto ha rallentato. Ci sono stati piccoli scontri, anche perché di sicuro è difficile congelare tutte le milizie, le bande, i gruppi di mercenari da una parte e dall'altra. E così sia il governo Serraj che l'esercito di Khalifa Haftar hanno detto che la rispettano, ma denunciano le violazioni dell'altro. E dicono di essere pronti a punire "con forza" il nemico. Serraj accusa, ci sono state violazioni a Tripoli, a Salaheddin e a Wadi Rabie "pochi minuti dopo la sua entrata in vigore: una tregua vera ci sarà solo con il ritiro dell'aggressore da dove è venuto". Ovvero Haftar dovrebbe andare indietro fino ad Agedabia, in Cirenaica, da dove sono partiti. Ma è praticamente impossibile, quello che ilgenerale ha conquistato se lo terrà.
Haftar accusa Tripoli, il suo generale Al Mabrouk Al Ghazai dice che "ci sono state violazioni su più fronti, con tutte le armi". Ed è pronto chiaramente a ripartire, anche perché Emirati, Arabia Saudita ed Egitto non sono contenti di lasciare in vita a Tripoli un governo ferito e azzoppato, ma infestato - secondo loro - dai Fratelli musulmani.
Sarà possibile voltare le pagine insanguinate di questa guerra? Far ripartire il negoziato, proprio fra Serraj e Haftar? Un evento di questi ultimi giorni dice che per il popolo sarà difficilissimo. Che forse l'unica pace potranno imporla da fuori i nuovi padroni, quelli che si saranno accordati su come spartirsi la Libia. È la storia di Abdomoaz Salah Yacobie, un bambino di 13 anni ucciso da un cecchino e lasciato per 5 giorni nell'auto sotto il tiro dei miliziani.
La Libia è un paese senza giornali, con le informazioni che viaggiano soltanto sui social e sui televisori. E allora la storia di Abdomoaz ha dominato per una settimana Facebook, Twitter e ovunque altro in rete. Per Tripoli è stata una Vermicino seguita in diretta giorno e notte sugli schermi degli smartphone.
Il ragazzino di 13 anni il 5 gennaio viaggiava in auto col padre, stavano fuggendo dalla loro casa di Salaheddin, proprio sulla linea del fronte Sud di Tripoli. È il posto dove anche ieri, nonostante le tregue, i due eserciti si sono sparati addosso. La famiglia era salita su due auto: lui con il padre e gli altri su una seconda macchina. All'improvviso un cecchino di Haftar inizia a sparare sulla prima vettura, e continua per lunghi minuti. Abdomoaz è colpito, anche il padre viene ferito. I soldati di Serraj da lontano non riescono a far nulla, urlano al padre da lontano "esci, vieni via". Lui si muove lasciando una striscia di sangue. E il figlio nella vettura rimane lì. Ci rimarrà per 5 giorni.
Mohammed mostra su Facebook la diretta che dal 5 gennaio tutta Tripoli ha seguito, giorno e notte. Risale indietro sullo schermo, legge i commenti, legge le invocazioni ad Allah, le maledizioni ai nemici, ai cecchini, "Non sono libici, non possono esser libici questi animali". Gli aggiornamenti arrivano perfino sulla pagina Fb di "Vulcano di Rabbia", che è il nome della coalizione militare che combatte contro Haftar. Come se fosse la pagina del ministero della Difesa. I soldati del governo non possono avvicinarsi all'auto perché i cecchini continuano a sparare selvaggiamente. Allora provano con gli infermieri della Mezzaluna rossa di Tarhouna, che arrivano da Sud e avanzano con le bandiere bianche. Sparano anche a quelli.
I soldati di Serraj un giorno mandano un piccolo drone, per capire come stia il ragazzo. Vedono che non si muove, credono sia morto subito. Ma devono recuperare il corpo. E allora i cecchini sparano anche sul drone, fanno il tiro al bersaglio, si divertono. Il popolo di Tripoli continua a seguire tutto su Facebook.
Anche quando concordano una tregua di 2 ore per recuperare i feriti, su quella macchina i cecchini continuano a sparare. Alla fine, dopo 5 giorni maledetti, il corpo di Abdomoaz viene recuperato.
Con il ragazzo è morto un altro pezzo del cuore, della speranza di Tripoli, un infarto all'anima della città. "Tu lo sai, l'infarto è una morte del tessuto del cuore. Il tessuto morto non si recupera", dice Mohammed: "Il cuore di Tripoli è morto, io non so come faremo ad andare avanti. Non mi chiedere più di tregua: non sappiamo cos'è la vita, cosa capiamo di una tregua". Ecco, una cosa è sicura: non c'è tregua nel dolore".