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(afp)

Nella base degli italiani attaccata da Teheran: "La missione va avanti"

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I missili partiti dall'Iran in risposta all'assassinio del generale Soleimani puntavano a questa caserma di Erbil: ma il lavoro non si è fermato
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ERBIL - Non è complicato trovare l'ufficio del soldato Paolo. È accanto al bar Azzurro, una traversa dopo Viale Publio Cornelio Anullino, non lontano dal campanile di metallo (costruito con la carcassa di un estintore) della cappella di Camp Singara, ovvero la base italiana più italiana di tutte. Siamo a Erbil, nel Kurdistan, ma il modo in cui è stata sistemata e quel profumo di pizza che arriva dal forno del bar interno ricorda casa.

Il generale Paolo Fortezza, che comanda l'intero contingente italiano in Iraq, ha una stretta di mano poderosa, da incursore qual è. Sulla sua scrivania due monitor, due telefoni che squillano, un pacco di agende e documenti riservati. "Garantisco per la sicurezza dei miei uomini, la missione contro l'Isis va avanti", esordisce. "Il morale, nonostante l'attacco, è alto. Siamo convinti, siamo addestrati e abbiamo esperienza".

Sette giorni fa, all'una e mezzo di notte, &egr…
ERBIL - Non è complicato trovare l'ufficio del soldato Paolo. È accanto al bar Azzurro, una traversa dopo Viale Publio Cornelio Anullino, non lontano dal campanile di metallo (costruito con la carcassa di un estintore) della cappella di Camp Singara, ovvero la base italiana più italiana di tutte. Siamo a Erbil, nel Kurdistan, ma il modo in cui è stata sistemata e quel profumo di pizza che arriva dal forno del bar interno ricorda casa.

Il generale Paolo Fortezza, che comanda l'intero contingente italiano in Iraq, ha una stretta di mano poderosa, da incursore qual è. Sulla sua scrivania due monitor, due telefoni che squillano, un pacco di agende e documenti riservati. "Garantisco per la sicurezza dei miei uomini, la missione contro l'Isis va avanti", esordisce. "Il morale, nonostante l'attacco, è alto. Siamo convinti, siamo addestrati e abbiamo esperienza".

Sette giorni fa, all'una e mezzo di notte, è suonata la sirena di allarme. Era la prima volta che accadeva. Il comando della coalizione ha avvertito la base di Erbil di un probabile attacco aereo generico. "Non si sapeva altro, potevano essere caccia bombardieri o razzi". Dieci minuti dopo è esploso al suolo, a cinque chilometri di distanza, uno dei missili balistici lanciati da Teheran. "Sì, il boato si è sentito", racconta il colonnello Stefano Nigri, il vice comandante di stanza a Erbil. Era insieme ai suoi soldati, mercoledì scorso. Anche lui riparato di corsa sotto queste gallerie di cemento anti-mortaio, i famosi bunker. Ce ne sono una decina, ognuno può contenere trenta persone.

All'interno, una panca di legno, sei bottiglie d'acqua, un telefono di emergenza, delle torce. Adesso ne hanno rinforzato i tetti con sacchi di sabbia. "Per renderli più solidi", spiega il colonnello Nigri, che per ore, mercoledì scorso, ha portato coperte e biscotti ai suoi uomini correndo da un bunker all'altro. "La paura c'è stata, è innegabile". Ma a giudicare dal clima sereno che si respira oggi tra i nostri militari, la notte dei missili è passata.

Repubblica ha avuto l'autorizzazione per entrare a Camp Singara, il compound italiano all'interno del perimetro della base della coalizione, adiacente all'aeroporto di Erbil. Per motivi di sicurezza non è stato possibile fare foto. Bisogna superare tre check point, per accedere: due controllati dai peshmerga, uno dagli americani. Camp Singara è posizionato tra il compound tedesco e quello Usa, e ora, dopo il trasferimento da Bagdad, ospita quasi tutti i 600 soldati italiani in missione in Iraq.

Quelli americani li riconosci perché sono gli unici che, pure quando non sono di guardia, girano con i fucili di assalto. Vengono a prendere il caffè e a mangiare la pizza del bar Azzurro, come anche gli inglesi e gli ungheresi. I belgi invece li vedi spesso alle prese col biliardino, nel padiglione dove la sera talvolta proiettano dei film. C'è anche una Playstation e una palestra. Tutto ha un unico scopo: scaricare la tensione.

"Nonostante sia cresciuto il livello di minaccia, non stiamo vivendo questa situazione in modo così drammatico", ci tiene a precisare il generale Fortezza. "L'Iraq di oggi non è l'Afghanistan del 2007: è uno Stato sovrano che ha avuto la necessità di un intervento esterno per sconfiggere il Califfato. Non troviamo la giungla, quando usciamo dalle basi per addestrare i peshmerga o le forze antiterrorismo dell'esercito iracheno. E, ribadisco, l'Italia non è qui per combattere".

I 120 addestratori italiani, però, sono fermi, passano il tempo a ripassare i programmi e a rivedere gli equipaggiamenti. "La missione non ha mai cessato di esistere, è in stasi perché al momento non ci sono più i presupposti di sicurezza. La scelta di interrompere è stata del comandante americano, il generale Pat White, ed è stata di buon senso. E' innegabile che, per riprendere, White debba prima avere garanzie da chi governa la politica del Medio Oriente".

L'operazione Prima Parthica prende il nome dalla legione romana creata dall'imperatore Settimio Severo, famosa proprio per aver combattuto in Mesopotamia. I riferimenti a quell'epopea sono sparsi un po' ovunque, a cominciare dall'altisonante cartello "Viale Publio Cornelio Anullino" posizionato nel vialetto con lampioni e panchine che separa i container degli alloggi.

"Come si vive dopo i missili? Come prima...", continua il generale Fortezza. "Abbiamo rinforzato i turni di guardia e il coordinamento con gli altri contingenti internazionali negli orari notturni, ma niente di più. E' sospesa l'attività degli addestratori, ma tutto il resto è in funzione. Un po' come il legionario quando si fermava e stava nel campo". Sì, ma l'Isis? "Militarmente è sconfitto, perché non ha più un territorio. Ma è latente, e la sua ideologia è ancora viva. Dobbiamo evitare che risorga, siamo qui per questo".