Libia, due navi turche al largo di Tripoli. Tregua fallita
di VINCENZO NIGROLa Francia accusa Erdogan: "Non rispetta la parola data". L'Italia è preoccupata: "Il flusso di armamenti mina le prospettive di una soluzione pacifica alla crisi". L'amministratore delegato Eni Claudio De Scalzi contro il blocco del petrolio: "È come togliere ossigeno alle persone"
A dieci giorni dalla conferenza di Berlino la tregua in Libia è saltata ormai definitivamente. Ma soprattutto i due fronti, quello del governo di Tripoli di Fayez Serraj e quello del generale Khalifa Haftar, stanno accumulando armi e mercenari in quantità notevoli e sono pronti a far ripartire la guerra alla grande. Stamattina all'alba due navi da guerra turche sono entrate in porto a Tripoli. Hanno scortato un'importante nave mercantile che ha scaricato nella capitale libica decine di carri armati, blindati e di altri mezzi militari destinati all'esercito di Tripoli. In questi giorni sarebbero arrivati anche gli ultimi dei 3000 mercenari turcomanni siriani schierati a protezione di Tripoli.
Dall'altra parte il generale Haftar continua a ordinare ai suoi miliziani di bombardare la periferia Sud di Tripoli (4 bambini sono morti per un razzo caduto nel cortile di una scuola) e continua anche a stringere l'assedio sulla città di Misurata.
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Dall'altra parte il generale Haftar continua a ordinare ai suoi miliziani di bombardare la periferia Sud di Tripoli (4 bambini sono morti per un razzo caduto nel cortile di una scuola) e continua anche a stringere l'assedio sulla città di Misurata.
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A dieci giorni dalla conferenza di Berlino la tregua in Libia è saltata ormai definitivamente. Ma soprattutto i due fronti, quello del governo di Tripoli di Fayez Serraj e quello del generale Khalifa Haftar, stanno accumulando armi e mercenari in quantità notevoli e sono pronti a far ripartire la guerra alla grande. Stamattina all'alba due navi da guerra turche sono entrate in porto a Tripoli. Hanno scortato un'importante nave mercantile che ha scaricato nella capitale libica decine di carri armati, blindati e di altri mezzi militari destinati all'esercito di Tripoli. In questi giorni sarebbero arrivati anche gli ultimi dei 3000 mercenari turcomanni siriani schierati a protezione di Tripoli.
Dall'altra parte il generale Haftar continua a ordinare ai suoi miliziani di bombardare la periferia Sud di Tripoli (4 bambini sono morti per un razzo caduto nel cortile di una scuola) e continua anche a stringere l'assedio sulla città di Misurata.
Tutto questo riarmo inizia a provocare reazioni politiche: ieri il presidente francese Emmanuel Macron per la prima volta ha accusato direttamente il presidente turco Erdogan: "Navi turche hanno fatto sbarcare mercenari siriani sul suolo libico, il presidente turco non mantiene la parola data".
Anche l'Italia ha inviato un messaggio alla Turchia: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha telefonato al suo collega Mevlut Cavusoglu per dirgli che "il continuo flusso di armamenti verso entrambe le parti del conflitto e il blocco della produzione petrolifera minano ulteriormente le prospettive di una soluzione pacifica alla crisi in Libia". Di Maio cita giustamente anche il blocco del petrolio deciso da Haftar, un vero e proprio "atto di guerra" messo in atto già 2 giorni prima della conferenza di Berlino.
E del blocco del petrolio ieri ha parlato per la prima volta con durezza l'amministratore delegato dell'Eni Claudio De Scalzi: "Con il blocco della produzione di petrolio è come togliere ossigeno alle persone. Siamo a 12 giorni di produzione bloccata, ma quello per la Libia è ossigeno. I nostri colleghi della compagnia libica hanno espresso una grande preoccupazione che va capita e amplificata". De Scalzi ha contatti continui con il suo omologo della Noc Mustafa Senalla: "Sono nostri colleghi e amici, che hanno difficoltà sempre maggiori. E in tutto questo il cessate-il-fuoco neanche è stato innescato e la diplomazia internazionale deve occuparsi costantemente di questo problema".
Dall'altra parte il generale Haftar continua a ordinare ai suoi miliziani di bombardare la periferia Sud di Tripoli (4 bambini sono morti per un razzo caduto nel cortile di una scuola) e continua anche a stringere l'assedio sulla città di Misurata.
Tutto questo riarmo inizia a provocare reazioni politiche: ieri il presidente francese Emmanuel Macron per la prima volta ha accusato direttamente il presidente turco Erdogan: "Navi turche hanno fatto sbarcare mercenari siriani sul suolo libico, il presidente turco non mantiene la parola data".
Anche l'Italia ha inviato un messaggio alla Turchia: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha telefonato al suo collega Mevlut Cavusoglu per dirgli che "il continuo flusso di armamenti verso entrambe le parti del conflitto e il blocco della produzione petrolifera minano ulteriormente le prospettive di una soluzione pacifica alla crisi in Libia". Di Maio cita giustamente anche il blocco del petrolio deciso da Haftar, un vero e proprio "atto di guerra" messo in atto già 2 giorni prima della conferenza di Berlino.
E del blocco del petrolio ieri ha parlato per la prima volta con durezza l'amministratore delegato dell'Eni Claudio De Scalzi: "Con il blocco della produzione di petrolio è come togliere ossigeno alle persone. Siamo a 12 giorni di produzione bloccata, ma quello per la Libia è ossigeno. I nostri colleghi della compagnia libica hanno espresso una grande preoccupazione che va capita e amplificata". De Scalzi ha contatti continui con il suo omologo della Noc Mustafa Senalla: "Sono nostri colleghi e amici, che hanno difficoltà sempre maggiori. E in tutto questo il cessate-il-fuoco neanche è stato innescato e la diplomazia internazionale deve occuparsi costantemente di questo problema".