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Brexit, Julian Barnes: "Arrivederci Europa"

"Non tutta la Gran Bretagna vuole l’uscita. Chi spingeva per restare ora promette: 'Non è un addio, i giovani ci faranno tornare'". Barnes è uno dei principali scrittori britannici: nel suo “England, England” del 1998, parlava dell’uscita del Paese dalla Ue
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Fra i miei amici, oggi, qualcuno piangerà; qualcun altro continuerà a provare rabbia. Ci sarà chi si prenderà una sbronza (di vino o birra europei), e chi invece si concederà un brano di musica o di letteratura europei particolarmente amati. Per quanto mi riguarda, credo che farò finta di niente; questo giorno lo vivrò come qualunque altro giorno, anche se non lo è. Non si tratta di negazione, né di indifferenza. Mi dispiace e sono triste per la separazione dall’Europa tanto quanto loro: per me è un atto di dissennato masochismo. Però sono anche convinto che la storia sia ciclica; e credo inoltre che il fascino e l’ammirazione che provo per l’Europa siano condivisi da una buona metà del Paese e che resisteranno a qualunque altra idiozia il nostro governo vorrà imporci.

Nel 1973, quando siamo entrati a far parte del Mercato comune, ero un ventisettenne eurofilo; a maggior ragio…
Fra i miei amici, oggi, qualcuno piangerà; qualcun altro continuerà a provare rabbia. Ci sarà chi si prenderà una sbronza (di vino o birra europei), e chi invece si concederà un brano di musica o di letteratura europei particolarmente amati. Per quanto mi riguarda, credo che farò finta di niente; questo giorno lo vivrò come qualunque altro giorno, anche se non lo è. Non si tratta di negazione, né di indifferenza. Mi dispiace e sono triste per la separazione dall’Europa tanto quanto loro: per me è un atto di dissennato masochismo. Però sono anche convinto che la storia sia ciclica; e credo inoltre che il fascino e l’ammirazione che provo per l’Europa siano condivisi da una buona metà del Paese e che resisteranno a qualunque altra idiozia il nostro governo vorrà imporci.

Nel 1973, quando siamo entrati a far parte del Mercato comune, ero un ventisettenne eurofilo; a maggior ragione lo sono adesso, quarantasette anni dopo. Il mio unico proposito per questo primo anno di defezione è trascorrere più tempo in Europa di quanto non faccia di solito. Lo scrittore francese Barbey d’Aurevilly (1808-1889), in un commento sul moralismo puritano dell’epoca vittoriana, ha scritto: «L’Inghilterra, vittima della sua stessa storia, fa un passo in avanti verso il futuro e si ritrova accucciata nel passato». La frase vale ancora oggi. Molti di coloro che hanno incoraggiato e votato per la Brexit hanno evocato il glorioso passato inglese, alcuni rifacendosi alla Battaglia di Crecy del 1346; molti di più sottolineando che già nel 1940 «ci ergemmo soli», un isolamento che coincise con il punto più alto di noi come nazione. Be’, «soli» con l’eccezione della manodopera dell’intero Commonwealth – l’India, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda… Ma d’altronde, per dirla con Ernest Renan, un altro saggio francese, «Capire male la propria storia fa parte dell’essere una nazione». Il che è profondamente vero: tutti noi siamo a conoscenza del mito di fondazione di cui ogni Paese ha bisogno. Renan dice qualcosa di più preoccupante: che ogni Paese per andare avanti ha bisogno di una mitologia illusoria.

Per ben due volte il Generale De Gaulle si è opposto categoricamente all’entrata dell’Inghilterra nel Mercato comune sostenendo che il nostro Paese non era communitaire – ovvero eravamo sprovvisti di una mentalità comunitaria. E per lo più aveva ragione. Nel corso di questi ultimi quarantasette anni sono stati pochi i politici inglesi che hanno sostenuto la causa morale per l’Europa o azzardato una semplice verità: che si è trattato del più grande successo politico della nostra esistenza. Al contrario i governi inglesi, per ragioni di interesse personale, hanno sostenuto la causa economica. Nel 1998 ho scritto un romanzo, England, England, ambientato in un tempo futuro (più o meno questo) in cui il Regno Unito vota per abbandonare l’Europa e ci riesce «negoziando con tale ostinata irragionevolezza da essere alla fine pagato per defezionare». Se in questo giorno tanto malinconico mi chiedessero di fare una nuova profezia, risponderei: torneremo (se ci rivorrete). Metà del Paese non cesserà di essere eurofilo solo perché l’altra metà ha deciso di tornare ad accucciarsi nel passato. Oggi abbiamo smesso di essere fra coloro che rimangono per cominciare ad essere fra coloro che ritornano.

La prima volta che sono stato in Europa, alla fine degli anni Cinquanta, ho trovato un posto alieno e leggermente inquietante. I miei genitori trascinavano me e mio fratello in queste traversate in auto della provincia francese. Nelle rarissime occasioni in cui incrociavamo altre macchine inglesi, salutavamo con la mano i nostri compagni stranieri in una terra straniera. Ma l’Europa non è più straniera, e le giovani generazioni, che a tempo debito saliranno al potere, hanno viaggiato in lungo e in largo. Non si può smettere di sapere ciò che si sa, né di sentire ciò che si prova. Perciò è solo una questione di tempo: si tratta di aspettare il momento in cui rinsaviremo; certo, se ci rivorrete. E io lo spero.

©Julian Barnes 2020. Lettera dal giornale olandese, Trouw
Traduzione di Daniela Fargione