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Boris Johnson nel Sunderland (reuters)

A Sunderland, l’ex fortino rosso che punta su Boris Johnson

Viaggio nella pancia della nazione, l'ex-muraglia rossa laburista convertita da Johnson, dove, nella notte del referendum, arrivò il primo voto sorprendentemente massiccio (62%) a favore del divorzio da Bruxelles
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SUNDERLAND (Inghilterra) - "Pensate che abbiamo votato per lasciare l'Europa perché siamo stupidi e ignoranti?", risponde di malumore l'uomo di mezza età alle domande di un giornalista. "Pensatelo pure, sentitevi superiori: non ce ne frega niente". Benvenuti a Sunderland, la città della Brexit, nel giorno dell'addio alla Ue. È il luogo giusto per celebrare l'uscita dal continente perché qui, nella notte del referendum, arrivò il primo voto sorprendentemente massiccio (62%) a favore del divorzio da Bruxelles; e di nuovo qui, nelle elezioni del dicembre scorso, è giunto un plebiscito per Boris Johnson e per la sua campagna centrata sullo slogan "get Brexit done". Non a caso proprio qui, ieri, il premier è venuto a tenere un simbolico consiglio dei ministri, lontano dalle mille luci di Londra, in segno di omaggio "alle regioni neglette", come ha detto aprendo la riunione: "…
SUNDERLAND (Inghilterra) - "Pensate che abbiamo votato per lasciare l'Europa perché siamo stupidi e ignoranti?", risponde di malumore l'uomo di mezza età alle domande di un giornalista. "Pensatelo pure, sentitevi superiori: non ce ne frega niente". Benvenuti a Sunderland, la città della Brexit, nel giorno dell'addio alla Ue. È il luogo giusto per celebrare l'uscita dal continente perché qui, nella notte del referendum, arrivò il primo voto sorprendentemente massiccio (62%) a favore del divorzio da Bruxelles; e di nuovo qui, nelle elezioni del dicembre scorso, è giunto un plebiscito per Boris Johnson e per la sua campagna centrata sullo slogan "get Brexit done". Non a caso proprio qui, ieri, il premier è venuto a tenere un simbolico consiglio dei ministri, lontano dalle mille luci di Londra, in segno di omaggio "alle regioni neglette", come ha detto aprendo la riunione: "Oggi nella nostra storia inizia un nuovo capitolo, lasciandoci alle spalle le divisioni degli ultimi tre anni e mezzo, per unirci e pareggiare le opportunità per tutti".

Nonostante la presenza del vincitore, nello storico Brexit Day a Sunderland non tira aria di festa. Brutta è brutta, questa città industriale di 175 mila abitanti nel Nord-Est dell'Inghilterra: quando uno esce dalla stazione centrale, affacciandosi a una strada costellata di grandi magazzini a buon mercato, coffee-shop vecchio stampo e misere botteghe, l'impressione è di essere scesi alla fermata sbagliata, in periferia. Invece è la "high street", la via principale. L'effetto non è migliorato dal grigiore delle case, del cielo, di un mare adornato da giostre fatiscenti. Siamo nella pancia della nazione, l'ex-muraglia rossa laburista convertita da Johnson, distante anni luce dalla dolcezza del ricco sud-ovest. Sunderland era nota per i cantieri navali, chiusi perché non rendevano più. È diventata un centro minerario e negli anni della Thatcher ha chiuso anche quello.

Nel 1988 ci sono sbarcati i giapponesi della Nissan, aprendo uno stabilimento che dà lavoro a 7 mila persone, 30 mila con l'indotto. Ma la Nissan minaccia di chiuderlo, se la Brexit provocherà dazi da pagare attraverso la Manica: perché l'80 per cento delle auto prodotte in loco sono destinate all'esportazione, per lo più in Europa. I manager avvertirono gli operai: votate per restare nella Ue o rischierete di restare senza lavoro. Hanno votato lo stesso per uscirne. E tre anni più tardi, con il pericolo di chiusura segnalato dalla decisione di sospendere i turni di notte e costruire altrove due nuovi modelli, hanno votato per Boris, che prometteva di portarla al traguardo, la Brexit.

"I nostri salari sono inferiori, come capacità d'acquisto, a quello che guadagnavamo prima che al governo ci fosse Blair", spiega Stuart, sindacalista. "I politici si sono dimenticati di noi, il Labour ci dava per scontati, nessuno ci ascoltava. Adesso, votando per la Brexit, si sono accorti che esistiamo. E ora viene perfino a trovarci il primo ministro". In Boris Johnson, che nel suo discorso a Sunderland mette l'accento sulla diseguaglianza da "livellare", sperano di avere trovato il salvatore. Sembrava un clown, ma è riuscito a raggiungere un accordo con Bruxelles quando nessuno ci credeva, poi ha stravinto le elezioni e ora è fiducioso di firmare in pochi mesi un patto di libero commercio con la Ue che permetterebbe alla Nissan di restare dov'è. Finora descritto come un clone di Trump, un tronfio populista e un bieco liberista, l'ex-sindaco di Londra, dove non sarebbe mai stato eletto (due volte) senza l'appoggio dei progressisti, potrebbe diventare colui che "ribalterà il thatcherismo", scommette il Financial Times, rilanciando l'intervento dello Stato nell'economia e fornendo aiuti a piene mani al Nord depresso dell'Inghilterra, l'equivalente del nostro Sud.

Certo, non basta un Consiglio dei ministri per rasserenare Sunderland. "La gente è nervosa, la Brexit è solo l'inizio, nessuno sa come finirà", ammette Fiona, una massaia. "Abbiamo visto in passato cosa succede quando chiude un'industria del posto", ammonisce la deputata laburista Bridget Phillipson. Ma altri rifiutano di farsi "tenere in ostaggio" dalla Nissan: "Se i giapponesi vogliono andarsene, vadano", sbotta Ryan, padroncino dell'indotto. "La verità è che minacciano soltanto, non chiuderanno mai. Il governo non glielo permetterebbe, perché se chiude la Nissan, chiudono tutte". Dal grande stabilimento, avveniristica cattedrale di questa città-fabbrica, verso sera fuoriescono gli operai. "Se sento ancora la parola Brexit esplodo, almeno la vicenda si è conclusa, non se ne poteva più", commenta Jack, un meccanico. "Il nostro Parlamento ha bloccato per tre anni la Brexit come se i deputati sapessero cosa è giusto e il popolo no", s'arrabbia Catherine, venuta a prendere il marito. Ma che vi ha fatto di male l'Europa? "Vogliamo essere governati dalle nostre leggi", dice lui. "E comunque qualcosa deve cambiare. Abbiamo stretto i denti altre volte, abbiamo resistito a Hitler, sopporteremo anche questo". Una rabbia vecchia di anni, anzi decenni, che i fautori della Brexit hanno indirizzato verso il bersaglio sbagliato: l'Unione europea anziché l'austerità, gli immigrati invece del proprio governo. Nell'aria si avverte puzza di vernice e di plastica. Odore che, come il napalm di "Apocalypse now", agli abitanti di Sunderland deve avere finito per piacere.