✕

Iowa, falsa partenza Dem

Le primarie del partito Democratico sono un disastro organizzativo, i risultati slittano. Sanders corre. Sconfitta per il moderato Biden. E Trump gongola: "Come quando sono al governo".
3 minuti di lettura
DES MOINES, IOWA - "Disastro sistemico", lo definisce un dirigente del partito democratico nell'Iowa. Si apre male la lunga gara delle primarie per scegliere lo sfidante di Donald Trump. Caos nello scrutinio dei voti, inefficienza, incompetenza e polemiche: era difficile immaginare una partenza peggiore per chi deve spodestare l'inquilino della Casa Bianca il 3 novembre.

Il "caucus" nello Stato dell'Iowa - da sempre la tappa numero uno verso la nomination - rischia di diventare una metafora inquietante sullo stato del partito di opposizione. E la débacle organizzativa va di pari passo con la sconfitta di Joe Biden, l'ex vice di Barack Obama, cioè il candidato che più di ogni altro viene identificato con l'establishment democratico.

DISASTRO ORGANIZZATIVO
Quasi duecentomila elettori si erano presentati disciplinatamente nei luoghi pubblici - scuole, palestre, parrocchie, caserme dei pompieri - dove era previsto il confront…
DES MOINES, IOWA - "Disastro sistemico", lo definisce un dirigente del partito democratico nell'Iowa. Si apre male la lunga gara delle primarie per scegliere lo sfidante di Donald Trump. Caos nello scrutinio dei voti, inefficienza, incompetenza e polemiche: era difficile immaginare una partenza peggiore per chi deve spodestare l'inquilino della Casa Bianca il 3 novembre.

Il "caucus" nello Stato dell'Iowa - da sempre la tappa numero uno verso la nomination - rischia di diventare una metafora inquietante sullo stato del partito di opposizione. E la débacle organizzativa va di pari passo con la sconfitta di Joe Biden, l'ex vice di Barack Obama, cioè il candidato che più di ogni altro viene identificato con l'establishment democratico.

DISASTRO ORGANIZZATIVO
Quasi duecentomila elettori si erano presentati disciplinatamente nei luoghi pubblici - scuole, palestre, parrocchie, caserme dei pompieri - dove era previsto il confronto "assembleare", dibattiti dal vivo, quartiere per quartiere, al termine dei quali ci si conta. Molti avevano fatto un'ora di fila al vento e al gelo, con sette gradi sottozero, per contribuire alla scelta del futuro candidato presidenziale del partito democratico. I dibattiti si erano svolti pacatamente, come da tradizione, dando prova di partecipazione e di senso civico.

È l'organizzazione del partito democratico ad aver tradito i cittadini. I risultati, attesi verso le 22 locali, latitavano a mezzanotte. Poi l'annuncio di un rinvio all'indomani. "Non ha funzionato la nuova app". "Ci sono stati problemi col software". "I risultati avevano contraddizioni inspiegabili, non potevamo divulgarli". Una ridda di spiegazioni confuse arrivavano col contagocce, finché i dirigenti locali del partito hanno deciso di andarsene a letto e di rendersi introvabili per tutti. Anche alcuni presidenti di seggio non riuscivano a raggiungerli al telefono.

IL FALLIMENTO DELLA NUOVA APP
A notte ormai avanzata le polemiche infuriavano. Più le inevitabili dietrologie. Molti hanno ricordato il precedente del 2016 quando Hillary Clinton sopravanzò Bernie Sanders di una frazione percentuale minuscola, attirandosi accuse di irregolarità. Stavolta c'è chi ha sospettato che i notabili locali volessero proteggere Biden dalla notizia di una sconfitta che ne ridimensiona le chance. Invece la spiegazione è più preoccupante: dilettantismo, incompetenza, improvvisazione.

"Ci hanno detto di inviare i dati dai seggi al centro usando una nuova app, ma non riuscivamo a connetterci, neppure a scaricarla", è stato il lamento corale di tanti scrutatori volontari. La nuova app non era stata collaudata - hanno spiegato - e nessuno aveva ricevuto un addestramento. Altra protesta: non esisteva un piano B in caso di guasto tecnico, e cioè il vecchio metodo di telefonare i risultati alla sede centrale. La prima serata di quella che dovrebbe essere la lunga marcia per riconquistare la Casa Bianca, si è conclusa con la cacofonia di diversi candidati che cantavano vittoria al buio, sulla base di notizie parziali.

TRUMP GONGOLA
"Un disastro totale, proprio come quando governano", gongolava Trump. Quest'ultimo nel frattempo aveva incassato a velocità record la sua, di nomination, con un bel 97% di voti. Si teneva nell'Iowa anche la primaria repubblicana. Troppo facile, naturalmente: nessuno dubita che il partito repubblicano ricandidi il suo presidente, ci sono due rivali "di disturbo" senza alcuna chance, che ieri hanno avuto l'1% dei voti a testa. Ma quattro anni fa era Trump il candidato improbabile, sprovvisto di un'organizzazione seria, e perfino a corto di fondi. Per la rielezione del 2020 invece questo presidente ha montato una campagna coi fiocchi, i finanziamenti affluiscono generosi, a Des Moines aveva riempito uno stadio di diecimila fan. E oggi lui incassa l'assoluzione del Senato che chiude la vicenda dell'impeachment, con un partito repubblicano compatto nel difenderlo dalle accuse. L'ultimo sondaggio lo dà al 49% dei consensi: sempre minoritario ma in crescita, e ai massimi degli ultimi tre anni.

SI SCALDA BLOOMBERG
Se Trump gongola per il disastro organizzativo dei democratici dell'Iowa, un altro che osserva con qualche godimento è Michael Bloomberg. L'ex sindaco di New York non era in lizza ieri né lo sarà martedì prossimo nel New Hampshire. Lui aspetta il Supermartedì del 3 marzo quando votano i maxi-Stati come California e Texas. Bloomberg è noto per la sua efficienza organizzativa maniacale. Forse non ha i numeri per vincere, ma il partito democratico dovrebbe assoldarlo almeno come consulente.

Da qui al 3 novembre la strada è in salita: un presidente in carica è sempre difficile da battere; Trump ha l'economia che lo aiuta (almeno finora); inoltre i democratici hanno bisogno di riconquistare anche il Senato. Avere una buona macchina organizzativa non basta. Non averla è una ricetta sicura per perdere. O magari per consegnare le chiavi del partito a uno che non ne è mai stato membro, come il socialista Bernie Sanders. Lui ha un esercito di giovani entusiasti, galvanizzati, iperattivi. Unico problema: molti di loro non voteranno nessun altro candidato che dovesse vincere le primarie.