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 I famosi scioperi nel cantiere navale nel 1980 - Foto di Jacek Awakumowski - Wikipedia Cc 3.0 

Polonia, proposta la candidatura Unesco per i cantieri navali di Danzica, culla di Solidarnosc e simbolo di democrazia

“Potrebbero diventare l'emblema del crollo della Cortina di ferro”, ha spiegato la ministra Magdalena Gawin. Quasi quarant'anni fa quella fabbrica fu teatro dello sciopero che avrebbe segnato l'inizio della fine dell'Urss
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Là dietro quei cancelli già allora arrugginiti, tra il rumore di macchinari e gru e il mugugno per i salari da fame, si accese quasi quarant'anni fa la scintilla che cambiò l'Europa e il mondo. Cantieri navali Lenin di Danzica: la fabbrica orgoglio del regime divenne simbolo della riscossa per indipendenza e democrazia, culla di Solidarnosc. Là nel caldo agosto 1980 un gruppo di tute blu, attivisti improvvisati già puniti altre volte e controllati dalla polizia segreta, lanciarono lo sciopero che avrebbe segnato l'inizio della fine dell'Impero del Male sovietico. Oggi, il governo sovranista liberamente eletto polacco chiede di fare dei cantieri, chiusi per fallimento dal 1996, un luogo riconosciuto dall'Unesco come patrimonio della cultura mondiale. La ministra della Cultura, Magdalena Gawin, lo ha annunciato precisando che la domanda formale con tutta la documentazione necessaria è stata già inviata a Parigi, dove h…
Là dietro quei cancelli già allora arrugginiti, tra il rumore di macchinari e gru e il mugugno per i salari da fame, si accese quasi quarant'anni fa la scintilla che cambiò l'Europa e il mondo. Cantieri navali Lenin di Danzica: la fabbrica orgoglio del regime divenne simbolo della riscossa per indipendenza e democrazia, culla di Solidarnosc. Là nel caldo agosto 1980 un gruppo di tute blu, attivisti improvvisati già puniti altre volte e controllati dalla polizia segreta, lanciarono lo sciopero che avrebbe segnato l'inizio della fine dell'Impero del Male sovietico. Oggi, il governo sovranista liberamente eletto polacco chiede di fare dei cantieri, chiusi per fallimento dal 1996, un luogo riconosciuto dall'Unesco come patrimonio della cultura mondiale. La ministra della Cultura, Magdalena Gawin, lo ha annunciato precisando che la domanda formale con tutta la documentazione necessaria è stata già inviata a Parigi, dove ha sede l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura. 

“I cantieri potrebbero diventare simbolo del crollo della Cortina di ferro”, ha spiegato la ministra Gawin. La cortina di ferro, quella che dopo l'abuso degli accordi di Yalta da parte di Stalin (trasformò l'intesa con Usa e Gb su sfere d'influenza ma con libere elezioni in una brutale sovietizzazione di Europa centrale e Balcani), nelle parole di Winston Churchill “dal Baltico ai Balcani, da Stettino a Trieste”, si era abbattuta sull'Europa. Mutilandola di alcune delle sue nazioni piú vitali. E quindi anche sulla Polonia, dove nel settembre 1939 l'aggressione nazista e sovietica dette il via alla Seconda guerra mondiale.
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In Polonia, più che negli altri paesi occupati, la lotta per libertà e indipendenza contro l'Impero non era mai finita. Prima con tre anni di guerra civile tra l'Armia Krajowa (esercito partigiano efficientissimo contro i nazisti occupanti e sempre fedele al governo legittimo in esilio a Londra; il suo agente segreto Jan Karski infiltrandosi scoprí che la Shoah era in atto; dal 1945 molti suoi leader vennero impiccati dai comunisti), poi con una vita culturale sempre spinta al dissenso. Successivamente coi moti del 1956, poi ancora nel marzo '68 con il movimento studentesco che precedette il maggio francese e fu schiacciato con la repressione e una purga antisemita. Poi nel dicembre 1970 col massacro degli operai del Baltico in rivolta contro gli aumenti dei prezzi prima di Natale. Poi ancora nel 1975-76 con nuovi scioperi e con i leader del '68 – Jacek Kuron, Adam Michnik, Karol Modzelewski – che fondarono il Kor, primo gruppo dissidente che proponeva l'alleanza tra intellettuali critici e operai.

Questa memoria storica, e sulla loro pelle povertà sfruttamento e repressione, avevano gli operai dei cantieri quando scesero in sciopero. All'inizio per chiedere la riassunzione di Anna Walentynowicz, gruista e ragazza madre licenziata per attivismo sindacale. Ma subito il loro movimento, battezzato Solidarnosc, divenne politico coi suoi 21 punti per le libertà fondamentali. A fine agosto il regime cedette, ma la sfida fu subito inaccettabile per l'Impero. Il 13 dicembre 1981 una neocostituita giunta militare guidata dal generale Wojciech Jaruzelski prese il potere: legge marziale, sospesa ogni libertà, tutti i sindacalisti e i dissidenti loro consiglieri – gli eroi del 1968, il professor Bronislaw Geremek, l'intellettuale cattolico liberal Tadeusz Mazowiecki amico del cardinale Karol Wojtyla divenuto Papa – furono internati. Nel 1983, toccò a Danuta Walesa, moglie del leader, ritirare il Nobel per la pace. Il grande del cinema polacco, Andzej Wajda, figlio di un ufficiale assassinato a Katyn dalla Nkvd sovietica, e impegnato con Solidarnosc, ebbe gravissime difficoltà a lavorare.

Il resto è storia recente. La spaventosa crisi economica di tutto il blocco aprì gli occhi agli stessi generali sull'inefficienza non riformabile del sistema. Gorbaciov a Mosca e Giovanni Paolo II in Vaticano furono un incoraggiamento al movimento popolare. Nella seconda metà degli anni Ottanta, nonostante ostilità e minacce di Berlino Est e della Romania di Ceausescu e timori degli ortodossi al Cremlino, il dialogo riprese. Sfociò nell'accordo della Tavola rotonda. E quindi in elezioni semilibere stravinte in primavera da Solidarnosc, e Mazowiecki primo premier non comunista. Chi allora era inviato in Polonia come cronista di quell'affascinante rivoluzione non violenta faceva la spola tra Varsavia per intervistare Geremek Kuron o Michnik e Danzica, per incontrare Walesa e i suoi nelle umili trattorie vicino ai cantieri: aringhe e birra, razionamenti permettendo.

Così, e con amicizia e coordinamento tra gli intellettuali di Solidarnosc e coraggiosi dissidenti altrove, a cominciare da Vaclav Havel e tutta Charta 77 in Cecoslovacchia, cominciò a cadere il Muro di Berlino. Poi molto cambiò. Solidarnosc di fatto finì con la rottura dell'ala destra dei gemelli Jaroslaw e Lech Kaczynski con Walesa e gli intellettuali liberal. Oggi il governo sovranista diffama Walesa accusandolo di compromessi criminali coi comunisti e di un passato di informatore della polizia segreta. E davanti a Gazeta Wyborcza, la testata fondata nel 1989 da Adam Michnik che fu il primo quotidiano libero nell'Impero, sfilano spesso cortei ostili di ultrà guidati da esorcisti. Ma le conquiste della rivoluzione non violenta restano. Le radicali riforme economiche lanciate subito dal governo Mazowiecki hanno trasformato la Polonia impoverita da socialismo e sfruttamento coloniale sovietico in una booming economy. La società civile urbana, intellettuali europeisti e giovani resistono al potere eletto sovranista. E se i cantieri diverranno Patrimonio dell'Unesco, ne sarà parte anche il moderno, interattivo European center of Solidarity, museo e centro studi che ricorda la rivoluzione. Dove in un piccolo ufficio, Walesa “traditore” o “nemico pubblico dei veri polacchi”, continua infaticabile a concedere interviste, a lanciare appelli al mondo per lo Stato di diritto, a far sentire la sua voce, oggi come allora. “La Polonia non è ancora morta finché noi viviamo”, come la prima strofa dell'inno nazionale.