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Missione Zaky: così il regime puntò lo studente

Le ong, la piazza, i post su Regeni. Gli 007 di Al Sisi lo avevano nel mirino
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IL CAIRO - Per risalire al bandolo della matassa che ha portato all’arresto di Patrick Zaky bisogna andare indietro fino quasi a un anno fa: era il marzo del 2019 quando il ragazzo per conto dell’Egyptian initiative for personal rights (Eipr), l’ong con cui collaborava, partecipò a un incontro ad Alessandria. Patrick non lo sapeva ma quella sera in sala, insieme agli attivisti, c’erano uomini dei servizi di sicurezza: e il suo nome finì negli elenchi delle persone da tenere d’occhio. Quelli che seguirono furono mesi di tensione crescente: pressioni sulla famiglia perché si presentasse alla polizia.

Monitoraggio costante dei profili social. E infine l’ultimo tassello, quello che ha portato all’emissione del mandato di arresto eseguito quasi una settimana fa all’aeroporto del Cairo: il sostegno aperto alle proteste anti-governative scoppiate a settembre e la diffusione di video e notizie su quelle manifestazioni. &laq…
IL CAIRO - Per risalire al bandolo della matassa che ha portato all’arresto di Patrick Zaky bisogna andare indietro fino quasi a un anno fa: era il marzo del 2019 quando il ragazzo per conto dell’Egyptian initiative for personal rights (Eipr), l’ong con cui collaborava, partecipò a un incontro ad Alessandria. Patrick non lo sapeva ma quella sera in sala, insieme agli attivisti, c’erano uomini dei servizi di sicurezza: e il suo nome finì negli elenchi delle persone da tenere d’occhio. Quelli che seguirono furono mesi di tensione crescente: pressioni sulla famiglia perché si presentasse alla polizia.

Monitoraggio costante dei profili social. E infine l’ultimo tassello, quello che ha portato all’emissione del mandato di arresto eseguito quasi una settimana fa all’aeroporto del Cairo: il sostegno aperto alle proteste anti-governative scoppiate a settembre e la diffusione di video e notizie su quelle manifestazioni. «Patrick forse non si è reso conto di quello che faceva: ha postato molto sui social, sia in arabo che in inglese. Molto di più di quanto facciamo tutti noi. È diventato un punto di riferimento in Rete: e così facendo ha attirato l’attenzione su di sé».

A parlare è Gasser Abdel Razek, presidente dell’Eipr, il capo di Patrick. Negli uffici dell’associazione nel cuore del Cairo, il clima è rilassato solo all’apparenza: avvocati e ricercatori lavorano fra gli scaffali dove sono ammassati studi sulla carcerazione preventiva e la violazione dei diritti umani in Egitto. Ma i cartelli scherzosi e i poster irriverenti alle pareti non riescono a mascherare la tensione che gli ultimi avvenimenti hanno scatenato fra i 40 dipendenti e i collaboratori sparsi in tutto l’Egitto.

«Non siamo un’organizzazione clandestina. Da anni, come tutti quelli che lavorano in questo settore, ci sentiamo nel mirino – ragiona Razek – ma l’arresto di Patrick cambia tutto. Ho letto sulla stampa italiana che sarebbe stato fermato per i suoi post critici verso il governo: ma questa è solo una delle ragioni. Durante l’interrogatorio gli è stato chiesto a lungo e in profondità di noi. Volevano sapere i nomi di chi lavora qui, chi sono i nostri finanziatori, su cosa lavoriamo. Non possiamo non essere preoccupati».

Razek non pensa che la vicenda Regeni abbia avuto un peso forte in quella di Patrick: «Può aver ri-postato sui social qualche appello della campagna a sostegno della famiglia. Ma nulla di più. I motivi reali dietro a questa storia sono altri». Il direttore si mette le mani fra i capelli per allentare la tensione e si allontana per ricevere una delegazione dell’ambasciata britannica venuta in visita.

La preoccupazione che mostra è la stessa che si respira in molti degli ambienti legati alla società civile al Cairo: le manifestazioni anti-governative esplose in settembre nella capitale e in altre zone del Paese sono state un campanello di allarme per un governo che pensava di avere ormai represso ogni forma di dissenso. Da allora gli arresti si sono moltiplicati: decine di migliaia di persone sono state fermate e costrette a consegnare cellulari e password per gli account social. Impossibile fare una stima esatta di quante siano finite in cella, ma le stime dicono migliaia.

Per molte di loro l’agonia si prospetta lunga: «Senza prove o processo: la detenzione prolungata è il metodo scelto dalle autorità per tenere in carcere gli oppositori politici» è il titolo di un’inchiesta uscita pochi giorni fa su Mada Masr, unico giornale indipendente del Paese, pubblicato solo on line. «Non c’è nulla che uno possa fare in Egitto oggi per essere protetto dal rischio di arresto: attivisti, giornalisti, giovani, anziani, hippies e donne. Tutti siamo a rischio», sintetizza Razek.

Patrick forse non se ne era reso conto: o non abbastanza. Negli uffici dell’Eipr la campagna per liberarlo lavora al massimo: si conta sulle pressioni dell’Italia, quelle del governo ma anche quelle della società civile e di altri ambienti che possono avere un peso in Egitto. E sulla collaborazione delle ambasciate straniere che si sono mobilitate sul caso: quella britannica, ma non solo. Lo scopo è uno solo: riportare a casa il ragazzo.